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Tracciabilità e trasparenza: la protezione del mercato tra auto riciclaggio e reati tributari

Giulio Soana

Ai fini della configurabilità del reato di auto riciclaggio gioca un ruolo fondamentale la concreta attitudine delle condotte ad ostacolare la rintracciabilità dell’origine delittuosa delle utilità oggetto di riciclaggio. Tale attitudine decettiva costituisce l’elemento differenziale tra post-factum non punibile e condotta di auto riciclaggio e non la destinazione personalistica dei proventi riciclati. In tal senso, l’idoneità decettiva caratterizzante le condotte tipiche in ambito tributario, nonché la simile ratio della punizione penale, fa presagire un sempre più stretto rapporto tra queste due figure di reato.

PAROLE CHIAVE: autoriciclaggio - reati tributari - antiriciclaggio - trasparenza

Traceability and transparency: market protection between self-laundering and tax crimes

For the purposes of configuring the crime of self-money laundering, the concrete attitude of the conduct to hinder the traceability of the criminal origin of the utilities subject to laundering plays a fundamental role. This deceptive attitude represents the differential element between a non-punishable post-factum and the self-money laundering conduct and not the personal destination of the laundered proceeds. In this sense, the deceptive suitability characterising the typical tax conducts, as well as the similar rationale of criminal punishment, suggests an increasingly close relationship between these two criminal figures.

Cass., sez. II, 11 marzo 2020, n. 9755 – Pres. Cervadoro, Est. Filippini, Zanellato (avv. Bettiol) c. Procura della Repubblica

Nell’auto riciclaggio, la scriminante di mera utilizzazione o consumo personale dei proventi del reato presupposto è configurabile solo e soltanto se il soggetto attivo utilizzi o goda di tali proventi in modo diretto e senza che compia su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

L’emissione di fatture per operazioni inesistenti possono concorrere all’integrazione della condotta del reato di auto riciclaggio; invero, l’emissione, da parte di una impresa commerciale, di documenti contabili di valenza economica e fiscale come pure il pagamento di tali documenti, integrano forme di attività economica o finanziaria.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 5.4.2019 il GIP del Tribunale di Rovigo disponeva l’applicazione della misura degli arresti domiciliari nei confronti di (omissis)in ordine ai delitti di cui agli artt. 416 cod. pen (capo A), 8 del D. Lgs. 74/2000 (capi B, C, D, I) e 648 ter1 cod. pen. (capo 3). Secondo la prospettazione accusatoria condivisa dalla pubblica accusa e dal gip, poi avallata dal tribunale del riesame, l’indagato è accusato di aver posto in essere, in concorso con (omissis) e (omissis), un’associazione per delinquere finalizzata all’evasione dell’imposta sul valore aggiunto e all’auto riciclaggio dei relativi proventi; il meccanismo illecito consisteva nell’utilizzare società di comodo gestite di fatto dal gruppo dei predetti, le quali si procuravano la disponibilità di beni (auto e generi alimentari) con il sistema della lettera di intenti (il quale consente a particolari categorie di soggetti di acquistare e importare beni e servizi evitando l’assoggettamento a imposta, in regime, così detto, di sospensione d’imposta) e provvedevano poi ad operare ripetute cessioni tra le società medesime dei beni stessi, nelle cui fatture veniva esposta cartolarmente VIVA, che però di fatto non veniva mai pagata da alcuno anche se veniva portata in detrazione nelle dichiarazioni fiscali. Ogni società tratteneva poi una piccola percentuale dal ricavato delle vendite e tale profitto finiva a favore degli associati. L’au­toriciclaggio infine veniva attuato tramite una società olandese (omissis) che fatturava a carico di una società italiana gestita dagli indagati (omissis) operazioni inesistenti, le quali tuttavia venivano realmente pagate tramite bonifici esteri con denaro che, successivamente, rientrava fisicamente in Italia in forma di contanti consegnati direttamente da un corriere nelle mani degli indagati; in particolare, la provvisoria imputazione di cui al capo J è relativa alla effettuazione, nel periodo 1.2.2018-9.5.2018, di 4 bonifici da parte della (omissis) (società che si occupa di commercio di prodotti alimentari) in favore della (omissis) (società che opera il commercio all’ingrosso di fiori e piante), tutti aventi come causale la compravendita di veicoli inesistenti, per l’importo totale di C 86.800.

1.1. Avverso tale provvedimento proponeva istanza di riesame l’indagato, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari meritevoli di tutela attraverso la misura della custodia in carcere.

1.2. Il Tribunale di Venezia, sezione del riesame, con provvedimento del 3.5.2019, respingeva l’istanza proposta, confermando l’ordinanza impugnata.

2. Ricorreva per Cassazione l’indagato, tramite difensore, sollevando i seguenti motivi di gravame:

2.1 violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all’ipotesi di auto riciclaggio; nel meccanismo sopra descritto difetta il requisito del trasferimento in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative del denaro, non potendosi ritenere tale il pagamento di fatture per operazioni inesistenti, posto che, anche secondo la prospettazione accusatoria, quel denaro rientrava in contanti che venivano suddivisi tra i coimputati e destinate a consumo personale e non ad investimento.

2.2 Vizio della motivazione, per illogicità, in relazione al rischio di reiterazione del­l’attività illecita; invero in data 24 luglio 2018 veniva eseguito il sequestro preventivo a carico dell’indagato, con provvedimento che non contemplava l’ipotesi di auto riciclaggio –la quale invece compare nell’ordinanza genetica della misura personale, di quasi un anno successiva al sequestro-. Anche se figurano in atti fatturazioni della società olandese dell’agosto 2018, nessuna operazione illecita è proseguita dopo le perquisizioni e il sequestro del luglio 2018, sicché difetta dimostrazione di protrazione delle attività illecite e di esigenze cautelari quale il pericolo di reiterazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è infondato.

1. È anzitutto necessario chiarire i limiti di sindacabilità da parte di questa Corte dei provvedimenti adottati dal giudice del riesame dei provvedimenti sulla libertà personale. Secondo l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide, l’ordinamento non conferisce alla Corte di Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né alcun potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso l’apprezza­mento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione della misura cautelare, nonché del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità sui punti devoluti è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di legittimità: 1) – l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; 2) – l’assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento. (Sez. 6 n. 2146 del 25.05.1995, Tontoli, Rv. 201840; sez. 2 n. 56 del 7/12/2011, Rv. 251760). Inoltre il controllo di legittimità sulla motivazione delle ordinanze di riesame dei provvedimenti restrittivi della libertà personale è diretto a verificare, da un lato, la congruenza e la coordinazione logica dell’apparato argomentativo che collega gli indizi di colpevolezza al giudizio di probabile colpevolezza dell’indagato e, dall’altro, la valenza sintomatica degli indizi. Tale controllo, stabilito a garanzia del provvedimento, non involge il giudizio ricostruttivo del fatto e gli apprezzamenti del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la rilevanza e la concludenza dei risultati del materiale probatorio, quando la motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e giuridici. In particolare, il vizio di mancanza della motivazione dell’ordinanza del riesame in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza non può essere sindacato dalla Corte di legittimità, quando non risulti “prima facie” dal testo del provvedimento impugnato, restando ad essa estranea la verifica della sufficienza e della razionalità della motivazione sulle questioni di fatto. (Sez. 1 n. 1700 del 20.03.1998, Barbaro, Rv. 210566). Non possono essere dedotte come motivo di ricorso per cassazione avverso provvedimento adottato dal tribunale del riesame pretese manchevolezze o illogicità motivazionali di detto provvedimento, rispetto a elementi o argomentazioni difensive in fatto di cui non risulti in alcun modo dimostrata l’avvenuta rappresentazione al suddetto tribunale, come si verifica quando essa non sia deducibile dal testo dell’im­pugnata ordinanza e non ve ne sia neppure alcuna traccia documentale quale, ad esempio, quella costituita da eventuali motivi scritti a sostegno della richiesta di riesame, ovvero da memorie scritte, ovvero ancora dalla verbalizzazione, quanto meno nell’essenzia­le, delle ragioni addotte a sostegno delle conclusioni formulate nel­l’udienza tenutasi a norma dell’art. 309, comma 8, cod. proc. pen. (Sez. 1 sent. n. 1786 del 5.12.2003, Marchese, Rv 227110). Tanto precisato, considerato che i rilievi difensivi si appuntano sulla sola configurabilità dell’ipotesi di autoriciclaggio, con riferimento al caso di specie deve rilevarsi quanto segue.

2. Il provvedimento impugnato non presenta i vizi denunciati con il ricorso.

Giova ricordare che, secondo la ricostruzione del fatto contenuta nell’ordinanza genetica, l’addebito di riciclaggio trova sostegno indiziario negli esiti degli accertamenti contabili che hanno evidenziato il passaggio di denaro dalla (omissis) alla (omissis) e nelle risultanze dell’intercettazione ambientale del (omissis), effettuata presso i locali di (omissis), dalla quale risulta che il (omissis) giunge nei luoghi dove è atteso da (omissis) e (omissis) portando con sé una busta contenente denaro contante che viene suddiviso tra i presenti secondo le quote convenute; dal contenuto del colloquio intercettato è dato altresì comprendere il meccanismo utilizzato dagli indagati, che vedeva la (omissis) (e altre società) effettuare bonifici in Olanda aventi come causale il pagamento di fatture per operazioni che si sapeva essere inesistenti e, successivamente, rientrare il denaro in Italia sotto forma di contante da spartire tra i correi.

Nell’ordinanza ora impugnata si dà atto adeguatamente della sussistenza del presupposto cautelare di cui all’art. 273 cod. proc. pen., rilevandosi come il fatto enunciato nella provvisoria imputazione sub 3 emerga dall’analitica ricostruzione della vicenda contenuta nell’ordinanza applicativa della misura e riportata anche nel provvedimento impugnato; nello specifico dalla lettura della stessa non emerge alcuna contraddizione con gli elementi evidenziati nel ricorso, legittimamente ritenuti inidonei ad incidere sul quadro di gravità indiziaria emerso a carico dell’indagato. In particolare, il TDL (cfr. pag. 7 e segg.) ha valorizzato le emergenze tratte dall’incontro, monitorato dalla PG, svoltosi in data 20.4.2018, ravvisando in esso la descrizione agevolmente comprensibile dell’opera­zione di autoriciclaggio, che vedeva trasferire denaro dall’Italia in Olanda sulla base di apparenti transazioni commerciali che, nella sostanza, celavano la sola funzione di ripulitura del denaro frutto dei reati fiscali ascritti ai medesimi prevenuti.

2.1. Su tale sostrato fattuale si incentra il primo motivo di ricorso che, richiamando la tassativa formulazione contenuta nell’art. 648ter1 cod. pen., lamenta in primo luogo la carenza, nella fattispecie, dell’elemento costitutivo rappresentato dall’impiego, sostituzione o trasferimento, “in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative” del denaro proveniente dai delitti presupposti; e, secondariamente, deduce che il denaro contante spartito tra gli indagati era “all’evidenza” destinato al consumo personale .

2.2. Nessuno dei citati argomenti può essere condiviso.

Giova al proposito ricordare che, secondo le previsioni del primo comma della norma in questione (art. 648 ter1 –autoriciclaggio-), risponde del reato in parola chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Il quarto comma dell’art. 648 terl cod. pen. dispone poi che, “Fuori dei casi predetti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale”.

2.3. Come accennato, secondo la prospettazione accusatoria condensata nel capo J della provvisoria rubrica, l’indagato, tramite la concordata emissione di fatture per operazioni inesistenti da parte della società olandese, ha concorso nell’effettuazione del pagamento tramite bonifico degli importi fatturati, ottenendo poi la restituzione in contanti delle somme stesse.

2.4. Evidente dunque, nella prospettazione logicamente ritenuta condivisibile anche dal TDL, è la configurazione di un’attività di impiego rasferimento, in attività economica/finanziaria/imprenditoriale, degli importi trasferiti, mediante bonifici all’estero, in pagamento di determinate fatture appositamente emesse dalla ditta straniera; evidente altresì appare che il successivo rientro degli importi in contanti, lungi dal comportare la perdita di idoneità della condotta, costituisce la parte conclusiva dell’iter criminis ed è indicativa del dolo di autoriciclaggio.

2.5. Né può ritenersi che la descritta condotta concreta esuli dall’ambito della fattispecie normativa astratta per il solo fatto che le operazioni economiche (compravendite) rappresentate nelle fatture olandesi siano solo apparenti, dal momento che, ad avviso del Collegio, ben può rientrare nei concetti di attività economica/finanzia­ria/impren­ditoriale anche il solo impiego di fatture per operazioni inesistenti, come pure l’effettua­zione di operazioni finanziarie (quale l’emissione di un bonifico) aventi come causale il pagamento di una fattura contabilmente rilevante: invero, indubitabile appare che l’emissione, da parte di una impresa commerciale, di documenti contabili di sicura valenza economica (dovendo essere annotati nei prescritti registri) e fiscale (concorrendo alla formazione dei bilanci), come pure il pagamento di tali documenti, integrino forme di attività economica o finanziaria (basti solo pensare alla possibilità di utilizzare le fatture rappresentative di crediti commerciali per ottenere aperture di credito dal sistema creditizio e, dall’altro lato, alla annotazione dei bonifici rappresentativi di costi comportanti abbattimento del ricavo dell’imprenditore).

2.6. Né dubbi possono ricorrere, considerando la modalità del rientro in Italia dei soldi (sotto forma di denaro contante) sulla ricorrenza dell’ulteriore requisito previsto dall’art. 648-ter.1 cod. pen., cioè sulla concreta idoneità dell’attività rispetto all’occulta­mento della provenienza delittuosa del denaro oggetto di reato.

2.7. Neppure sostenibile appare la ricorrenza di ipotesi di destinazione del denaro rientrato dall’Olanda “alla mera utilizzazione o al godimento personale”, così da far scattare la clausola di esonero da responsabilità di cui al comma 4 dell’art. 648 terl cod. pen.

A quest’ultimo riguardo, devesi effettivamente considerare che tale previsione, nella sua formulazione letterale, non risulta di agevole interpretazione, come del resto emerge chiaramente dall’ampio dibattito dottrinale registratosi sul punto. Tuttavia il Collegio, senza ripercorrere le tesi interpretative che da più parti sono state proposte, ritiene di condividere e richiamare l’accurata ricostruzione ermeneutica già operata da questa Corte nella sentenza n. 30399 del 2018, secondo la quale la norma va interpretata in base al significato proprio delle locuzioni utilizzate, e cioè nel senso che la suddetta clausola non si applica a tutte le condotte descritte nei commi precedenti del medesimo articolo (e quindi, per quanto di interesse in questa sede, a quelle previste dal comma 1). Dunque, l’espressione ‘‘fuori dei casi [....]”, a livello semantico, null’altro significa che la fattispecie in essa considerata è diversa ed autonoma rispetto a quelle previste nei “commi precedenti”. Con la conseguenza che, una volta che la fattispecie criminosa di cui al comma 1 dell’art. 648 ter. cod. pen. sia integrata in tutti i suoi requisiti, l’agente è sanzionabile penalmente, restando del tutto indifferente che, alla fine delle operazioni di autoriciclaggio, egli abbia “meramente” utilizzato o goduto personalmente dei suddetti beni a titolo personale. In definitiva, richiamando per il resto la citata sentenza (Sez. 2, n. 30399 del 2018), in questa sede è sufficiente ribadirne il principio di diritto, secondo il quale «la clausola di non punibilità prevista nel comma quarto dell’art. 648 ter l cod. pen. a norma della quale “Fuori dei casi di cui ai commi precedenti [...1” va intesa ed interpretata nel senso fatto palese dal significato proprio delle suddette parole, e cioè che la fattispecie ivi prevista non si applica alle condotte descritte nei commi precedenti. Di conseguenza, l’agente può andare esente da responsabilità penale solo e soltanto se utilizzi o goda dei beni provento del delitto presupposto in modo diretto e senza che compia su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa». Infatti il comma quarto in esame dispone la non punibilità delle sole condotte “per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale”. In modo immediato si coglie la differenza rispetto alla condotta del primo comma, che sanziona, invece, l’impiego, la sostituzione o il trasferimento dei proventi illeciti nelle quattro ampie categorie di attività di cui si è detto, laddove connotati da concreta idoneità di camuffamento; forme di reimmissione della provvista nel circuito economico legale che, ovviamente, debbono anche essere necessariamente corredate dal corrispondente elemento psicologico. Invece, il comma quarto, a differenza del primo comma, prevede la “destinazione” alla “mera utilizzazione o al godimento personale”, situazione differente, anche sotto il profilo del corrispondente elemento soggettivo.

2.7.1. E comunque, con stretto riferimento alla vicenda di causa, nessun elemento concreto consente di affermare fondatamente la presenza di un impiego esclusivamente personale degli importi rientrati dall’Olanda.

3. Quanto al tema della ricorrenza delle esigenze cautelari, sul quale si incentra il secondo motivo di ricorso, ad avviso del TDL ritenute meritevoli di tutela attraverso la misura della custodia domestica, nel provvedimento impugnato si è fatto, ragionevolmente, riferimento alla elevata professionalità e sistematicità delle condotte, poste in essere per almeno due anni mediante la realizzazione di un giro vorticoso di nuove società ed il reperimento di numerosi prestanome. Logica è dunque la deduzione del rischio di reiterazione delle condotte (e dunque delle esigenze cautelari) che, per la minima risalenza nel tempo delle condotte integrative degli illeciti, sono state anche giudicate attuali.

Al proposito questa Corte ha già condivisibilmente affermato (si veda, Sez. 2, n. 55216 del 18/09/2018, Rv. 274085), in tema di esigenze cautelari, che laddove l’in­dagato sia dedito, per il suo “modus vivendi”, a commettere delitti in modo continuativo e seriale, il giudizio sul pericolo di recidiva non richiede la previsione di una specifica occasione per delinquere, ma una valutazione prognostica fondata su elementi concreti, desunti dall’analisi della personalità dell’indagato, dall’esame delle sue concrete condizioni di vita, da dati ambientali o di contesto, nonché dalle modalità dei fatti per cui si procede. Esattamente come avvenuto nella fattispecie.

4. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che rigetta il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deliberato in camera di consiglio, il 3.3.2019.


Commento

Sommario:

1. La vicenda e la decisione della Cassazione - 2. Il godimento personale: una scriminante senza nulla da scriminare - 3. Segui il denaro: genesi del reato di riciclaggio e incomprensioni dottrinarie - 4. Genesi di una lacuna: il post-factum non punibile - 5. Restituire dignità alla condotta: l’orientamento della Cassazione e la necessaria valorizzazione della condotta di ostacolamento - 6. Spunti interpretativi in tema di riciclaggio - 7. L’orientamento della Cassazione e la rilevanza in termini di criminalità tributaria - NOTE


1. La vicenda e la decisione della Cassazione

La vicenda sottoposta al vaglio della Suprema Corte origina da un ricorso proposto dall’imputato avverso una sentenza del Tribunale della Libertà che disponeva la misura cautelare degli arresti domiciliari: l’imputato era accusato di aver “posto in essere un’associazione per delinquere finalizzata all’evasione dell’imposta sul valore aggiunto e dell’auto-riciclaggio dei relativi proventi”. In particolare, l’evasione del­l’IVA avveniva mediante l’utilizzo di una serie di società di comodo, le quali si procuravano la disponibilità di beni in regime di sospensione di imposta mediante l’uti­lizzo di lettere di intenti; i coimputati provvedevano poi ad effettuare ripetute cessioni tra le società medesime, nelle cui fatture veniva esposta cartolarmente l’IVA, che di fatto non veniva mai versata, anche se veniva portata in detrazione: quindi, ogni società tratteneva una [continua ..]

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2. Il godimento personale: una scriminante senza nulla da scriminare

Con la pronuncia n. 9755/2020, la Suprema Corte torna ad affermare la natura complementare della scriminante prevista dall’art. 648 ter 1 c.p., comma 3. In particolare, questo comma prevede che “fuori dai casi di cui ai commi precedenti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale”. Tale clausola, inserita durante l’approvazione parlamentare del reato di auto riciclaggio [8], sin dalla sua introduzione, ha suscitato rilevanti dibattiti in dottrina riguardo al suo significato, nonché al suo ambito di applicazione. Chiaro esempio dello scadimento tecnico del legislatore, questa disposizione è o sostanzialmente inutile, o frutto di un error calami. Difatti, una scriminante che si applichi solamente al di fuori delle fattispecie che essa stessa scrimina, è logicamente un controsenso. Invero, la scriminante è un’oggetto [continua ..]

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3. Segui il denaro: genesi del reato di riciclaggio e incomprensioni dottrinarie

Al fine di meglio comprendere le problematiche legate alla definizione di auto riciclaggio è necessario volgere lo sguardo all’inquadramento internazionale di questo delitto. Difatti, il riciclaggio, lungi dall’essere una questione meramente nazionale, è al centro di accesi dibattiti e sviluppi a livello internazionale ed europeo; invero, il contrasto al riciclaggio è uno degli ambiti più fecondi in termini di collaborazione internazionale. Ragione di questa attenzione è collegata alla relazione esistente tra questo reato ed, in particolare, il finanziamento del terrorismo e la criminalità organizzata, nonché le sue potenzialità in termini di destabilizzazione macroeconomica. La strategia internazionale per la lotta al riciclaggio è costituita da un mix tra controllo diffuso amministrativo, affidato alle istituzioni finanziarie sotto la supervisione delle Unità di Informazione Finanziaria nazionali, le [continua ..]

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4. Genesi di una lacuna: il post-factum non punibile

La genesi normativa della mancata previsione dell’auto riciclaggio, quale figura autonoma, è da individuare nella clausola di salvaguardia prevista dalla Convenzione del 1990, la quale statuisce all’art. 6.2 che “può prevedersi che i reati di cui al predetto paragrafo non si applichino alle persone che hanno commesso il reato principale”. Questa clausola è ribadita dalla Convenzione di Palermo, seppur in termini più restrittivi. Difatti, l’art. 6, lett. e), prevede che “se richiesto dai princìpi fondamentali del diritto interno di uno Stato Parte, può essere disposto che i reati di cui al paragrafo 1 del presente articolo non si applichino alle persone che hanno commesso il reato presupposto”. Proprio su questa asserita contrarietà si è basata la mancata estensione del riciclaggio all’autore del reato, fino all’entrata in vigore dell’art. 648 ter 1 [31]. Invero [continua ..]

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5. Restituire dignità alla condotta: l’orientamento della Cassazione e la necessaria valorizzazione della condotta di ostacolamento

Appare, pertanto, particolarmente meritevole l’orientamento della Suprema Corte da ultimo espresso con la pronuncia in commento. Difatti, questo orientamento porta il fuoco dell’analisi, per lo meno nell’ambito dell’auto riciclaggio, su quello che ne è l’elemento nodale e caratterizzante: “la concreta idoneità dell’attività rispetto all’occultamento della provenienza delittuosa del denaro oggetto di reato” [41]. Tale principio era d’altronde già stato affermato da altra decisione della Suprema Corte [42], nella quale è stata introdotta l’interpretazione qui in commento. A parere di questa “l’ubi consistam del reato di autoriciclaggio (e di riciclaggio) consiste, quindi, nel divieto di condotte decettive finalizzate a rendere non tracciabili i proventi del delitto presupposto, proprio perché, solo ove i medesimi siano tracciabili si può impedire che [continua ..]

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6. Spunti interpretativi in tema di riciclaggio

Il meritevole orientamento assunto dalla Suprema Corte in tema di auto riciclaggio porta l’interprete ad interrogarsi sull’opportunità dell’orientamento assunto dalla stessa Corte in merito al reato gemello di riciclaggio previsto dall’art. 648 bis. Invero, la Cassazione, in tema di riciclaggio, ha applicato un approccio nettamente più disinvolto riguardo la necessaria idoneità decettiva delle condotte poste in essere [52]. Difatti, in diverse pronunce è stata riconosciuta la qualificabilità del delitto in parola a seguito di mero deposito di denaro sporco su conti correnti o su carte prepagate [53]. Qualificare tali condotte come riciclaggio comporta una compressione del requisito oggettivo di ostacolo, ai limiti della presunzione dello stesso. È analizzando tale orientamento che si comprende l’origine della teoria del post factum non punibile; difatti, è evidente, come se qualunque [continua ..]

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7. L’orientamento della Cassazione e la rilevanza in termini di criminalità tributaria

L’orientamento della Suprema Corte in ambito di auto riciclaggio ha un ruolo fondamentale nella sfera dei reati tributari. Invero, la ritrovata centralità del requisito della potenzialità decettiva delle condotte costituisce un fondamentale e giusto argine al potere punitivo in ambito di reati tributari. Ciò in quanto il profitto dei reati tributari è costituito, nella maggior parte dei casi, da un risparmio piuttosto che da un guadagno, che non si presenta come entità economica autonoma, bensì rimane confuso nel patrimonio del soggetto attivo del reato presupposto. Se pertanto la Suprema Corte avesse perseguito il precedente orientamento in materia di riciclaggio il rischio sarebbe stato quello di un automatico aggravio della pena a seguito della commissione di un reato tributario [55]. Difatti, se la mera movimentazione del denaro sporco fosse stata sufficiente ad integrare la condotta di auto riciclaggio, qualunque [continua ..]

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NOTE

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