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Profili fiscali della cessione del “cartellino” del calciatore: il concetto di onerosità nelle cessioni a “costo zero”

Davide Stefani

La Suprema Corte, a distanza di un anno, si pronuncia nuovamente sulla natura di cessione del contratto di prestazione sportiva del calciatore, rigettando la tesi del collegamento contrattuale tripartito e ritenendo invece configurabile una cessione ai sensi dell’art. 1406 c.c. Un siffatto inquadramento consentirebbe l’applicazione della disciplina della deducibilità delle minusvalenze, sempreché la cessione sia avvenuta a titolo oneroso. Contestualmente, la Cassazione si dedica alla delicata questione circa il corretto inquadramento della fattispecie di cessione del “cartellino” in assenza di corrispettivo. Nonostante la cessione sia avvenuta a “costo zero”, la Suprema Corte considera l’operazione negoziale onerosa, essendo sorretta da reciproci costi e benefici, legittimando così l’applicazione della disciplina della deducibilità delle minusvalenze generate ai sensi degli artt. 86 e 101 del TUIR. Tale nuovo approccio critico al concetto di onerosità operato dalla Suprema Corte implicherebbe una nuova valutazione dell’assetto negoziale, apprezzabile alla luce dell’equilibrio complessivo e globale che le parti hanno ritenuto di imprimere alla fattispecie contrattuale.

PAROLE CHIAVE: prestazione sportiva - cessione del contratto - minusvalenze - discommodities - cartellino - calcio

Tax profiles of contract assignment of football player: the concept of onerousness in the absence of payment

The Italian Supreme Court, after one year, issued another decision on the nature of the transfer of the football player’s performance contract, rejecting the thesis of the tripartite contractual link and, instead, deeming a transfer to be configurable pursuant to Art. 1406 of the Italian Civil Code. Such a classification would allow the application of the discipline of capital losses deductibility, provided that the transfer was made for consideration. At the same time, the Italian Supreme Court focuses on the delicate issue concerning the correct classification of the football player’s transfer in absence of payment. Although the transfer takes place “at no cost”, the Italian Supreme Court considers the transaction burdensome, being supported by reciprocal costs and benefits, thus legitimising the application of the discipline of capital losses deductibility pursuant to Arts. 86 and 101 of the Income Tax Consolidated Act. This new critical approach to the concept of onerousness operated by the Italian Supreme Court would imply a new evaluation of the contractual structure, appreciable in light of the overall and global balance that the parties have decided to give to the specific case.

In tema di reddito d’impresa, la cessione a “costo zero”, da una società all’altra, di un contratto avente ad oggetto i diritti alle prestazioni sportive di calciatore professionista – fattispecie riconducibile allo schema dell’art. 1406 c.c. – è un’operazione che, dal punto di vista fiscale, va considerata onerosa poiché determina vantaggi reciproci per entrambi i contraenti (acquisto senza versamento di corrispettivo per la parte cedente; liberazione dall’obbligo di ingaggio per la cessionaria); ne deriva, pertanto, l’applicabilità del combinato disposto degli artt. 86, comma 1, lett. a), e 101, comma 1, del TUIR con conseguente deducibilità delle eventuali minusvalenze.

FATTI DI CAUSA

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza n. 103/27/2012, depositata dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia il 17 settembre 2012, con cui erano stati annullati gli avvisi di accertamento relativi agli anni d’imposta 2004 e 2005, notificati alla Finanziaria d’Investimento Fininvest S.p.A., quale consolidante della società A.C. Milan. Ha rappresentato che l’Ufficio aveva recuperato ad imponibile minusvalenze dichiarate dalla contribuente a seguito della cessione a costo “zero” dei diritti alle prestazioni sportive dei giocatori D. e D., ritenendoli indeducibili ai fini Ires sul rilievo della inapplicabilità del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 101, comma 1, che richiede l’onerosità della cessione. Erano state inoltre recuperate a reddito imponibile le quote d’ammortamento relative ai predetti giocatori, sull’assunto che fossero state indebitamente rapportate ad un valore di immobilizzo superiore all’e­sborso finanziario effettivamente sopportato dalla società.

L’adita Commissione tributaria provinciale di Milano, previa riunione dei ricorsi, con sentenza n. 128/19/2009 aveva annullato solo il primo recupero ad imponibile, confermando invece l’atto impositivo con riguardo alle quote d’ammortamento.

La pronuncia era stata appellata da entrambe le parti, ciascuna per quanto soccombente, dinanzi alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, che con la sentenza ora al vaglio della Corte aveva rigettato l’appello principale dell’Ufficio ed accolto quello incidentale della contribuente, annullando dunque integralmente gli avvisi di accertamento.

Il giudice regionale ha ricostruito la disciplina sui rapporti tra società e atleti professionisti, regolata dalla L. 23 marzo 1981, n. 91, ritenendo che l’operazione di cessione del contratto prevista dall’art. 5, pur formalmente a costo zero, non poteva essere compresa tra gli atti di liberalità. Essa, regolamentando interessi reciproci delle società calcistiche, mancava del requisito dell’impoverimento del cedente, così riconducendosi ai negozi a titolo oneroso. Conseguentemente, emergendo una minusvalenza, come nel caso di specie, all’atto di cessione ha ritenuto applicabile l’art. 101 TUIR. Con riguardo alla seconda contestazione dell’Amministrazione finanziaria ha considerato corretta l’i­scrizione della quota d’ammortamento ricondotta al costo originario dei giocatori, aven­do peraltro provveduto la società a iscrivere nell’attivo un importo pari alla differenza tra tale costo e quello di riacquisto, differenza che aveva concorso alla formazione del reddito d’impresa nel periodo d’imposta controllato.

Avverso la sentenza l’Amministrazione finanziaria ha formulato due motivi di censura:

con il primo per violazione e falsa applicazione dell’art. 1406 c.c., della L. 23 marzo 1981, n. 91, art. 5, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 101, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver erroneamente negato la natura gratuita della cessione a “zero” dei contratti aventi ad oggetto i diritti alle prestazioni sportive dei calciatori;

(Omissis)

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il primo motivo, con cui l’Amministrazione finanziaria si duole del riconoscimento delle minusvalenze conseguite dalla contribuente, va rigettato.

La controversia trova origine nella cessione dei diritti alle prestazioni sportive di due calciatori, militanti nel campionato di calcio della massima serie nazionale, già tesserati presso l’A.C. Milan (società consolidata della Finanziaria d’Investimento Fininvest S.p.A., cui pertanto sono stati anche indirizzati gli atti impositivi opposti). Nel 2004 l’A.C. Milan aveva ceduto all’A.C. Piacenza, a costo zero, i diritti alle prestazioni sportive dei calciatori D. e D. (in precedenza acquistati rispettivamente al corrispettivo di Euro 4.000.000,00 e di Euro 260.000,00), sottoscrivendo poi – in forza di accordi pregressi – l’acquisizione del 50% in compartecipazione (e dunque di Euro 2.000.000,00 per il calciatore D. ed Euro 130.000,00 per il calciatore D.). Nel 2005 l’accordo di compartecipazione era stato risolto, con cessione definitiva dei giocatori al Milan (che ne aveva riacquistato l’altro 50% al diverso e minor prezzo di Euro 800.000,00 per il primo e di Euro 30.000,00 per il secondo).

Ebbene, secondo la prospettazione dell’Amministrazione finanziaria, illustrata nel­l’atto impositivo e nelle difese tenute durante il contenzioso, le minusvalenze sono deducibili ai sensi dell’art. 101 TUIR solo a fronte di cessioni a titolo oneroso. Nel caso di specie la cessione a costo zero dal Milan al Piacenza avvenuta nel 2004, collocando l’atto negoziale di trasferimento dei diritti alle prestazioni sportive dei calciatori tra quelli a titolo gratuito, impedirebbe la deducibilità delle minusvalenze.

Di contro, secondo le prospettazioni difensive della società contribuente, illustrate nel controricorso e nella memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c., la cessione avrebbe ad oggetto un contratto di lavoro, cioè un rapporto giuridico che, esulando dal concetto di trasferimento di beni, sarebbe escluso dalla applicabilità dell’art. 101 TUIR, comma 1. In ogni caso, prosegue la difesa della contribuente, quand’anche ritenuta applicabile questa norma, occorrerebbe valorizzare l’oggetto dell’operazione, che si concretizza nella cessione del contratto tra datori di lavoro, con conseguente venir meno in capo alla società cedente dell’obbligo del pagamento dell’ingaggio annuale in favore del­l’atleta, e di contro l’assunzione del medesimo obbligo a carico della società cessionaria. Pertanto l’atto di cessione, ancorché formalmente a costo zero, rivelerebbe natura di ces­sione del contratto a titolo oneroso, rientrando nel cono applicativo dell’art. 101 TUIR, comma 1, con deducibilità delle eventuali minusvalenze.

La controversia trova i suoi riferimenti normativi nella L. 23 marzo 1981, n. 91. In particolare, per quanto qui d’interesse, nell’art. 3, comma 1, si prevede che “La prestazione a titolo oneroso dell’atleta costituisce oggetto di contratto di lavoro subordinato, regolato dalle norme contenute nella presente legge”; nell’art. 4 si afferma che “Il rapporto di prestazione sportiva a titolo oneroso si costituisce mediante assunzione diretta e con la stipulazione di un contratto in forma scritta, a pena di nullità, tra lo sportivo e la società destinataria delle prestazioni sportive, secondo il contratto tipo predisposto, conformemente all’accordo stipulato, ogni tre anni dalla federazione sportiva nazionale e dai rappresentanti delle categorie interessate. La società ha l’obbligo di depositare il contratto presso la federazione sportiva nazionale per l’approvazione.” (1 e 2 comma); in forza dell’art. 5 infine contratto di cui all’articolo precedente può contenere l’apposizione di un termine risolutivo, non superiore a cinque anni dalla data di inizio del rapporto. È am­messa la cessione del contratto, prima della scadenza, da una società sportiva ad un’altra, purché vi consenta l’altra parte e siano osservate le modalità fissate dalle federazioni sportive nazionali.” (1 e 3 comma).

Quanto alle minusvalenze, occorre fare rinvio al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 101, comma 1, secondo cui “le minusvalenze dei beni relativi all’impresa, diversi da quelli indicati nell’art. 85, comma 1, e art. 87, determinate con gli stessi criteri stabiliti per la determinazione delle plusvalenze, sono deducibili se sono realizzate ai sensi dell’art. 86 TUIR, comma 1, lett. a) e b) e comma 2”. L’art. 86 TUIR, comma 1, lett. a) riconosce le plusvalenze quando realizzate mediante cessione a titolo oneroso.

Ciò chiarito, le censure proposte con il primo motivo di ricorso e le difese della controricorrente richiedono l’esame di due questioni.

La prima è se il trasferimento da una società ad altra del rapporto giuridico con cui un atleta si obbliga in via esclusiva a prestazioni sportive verso una società (dietro corrispettivo) configuri una cessione del contratto, inquadrabile nell’art. 1406 c.c. come sostiene l’Amministrazione –, oppure l’insorgenza di un rapporto negoziale complesso, distinto in almeno tre atti – come innanzitutto prospettato dalla contribuente – (accordo tra società sportive e atleta per il trasferimento; accordo tra le società per la risoluzione del contratto in essere; stipulazione di un nuovo contratto tra l’atleta e la nuova società).

La scelta dell’opzione interpretativa non è indifferente ai fini delle regole sul trattamento fiscale del prezzo concordato tra le società per liberare anticipatamente l’atleta professionista dal contratto di esclusiva con la cedente. In particolare solo con la prima opzione, che implica che il negozio si traduca nella cessione di diritti ed obblighi, e dunque nella cessione di un bene immateriale strumentale all’esercizio dell’impresa, possono generarsi plusvalenze (o minusvalenze). Con la seconda opzione invece il negozio di risoluzione anticipata del rapporto di lavoro del calciatore con la società cedente, quale fase di una fattispecie negoziale frazionata, non evidenzierebbe di per sé alcuna autonoma funzione produttiva.

La questione è stata superata a seguito del parere n. 5285/2012 dell’11.12.2012, espresso dal Consiglio di Stato, investito dal Ministero dell’economia e delle finanze in materia di regime fiscale ai fini Irap delle cessioni dei contratti di prestazione sportiva dei calciatori, che ha ritenuto corretta la prima interpretazione, affermando che “il contratto con cui è ceduto il diritto all’utilizzo esclusivo della prestazione dell’atleta verso corrispettivo ben può essere ricondotto allo schema tipico della cessione del contratto.”. Conseguentemente ha ritenuto che le eventuali plusvalenze realizzate in occasione della cessione dei contratti di prestazione sportiva dei calciatori siano fiscalmente rilevanti ai fini Irap. L’interpretazione normativa resa dal Consiglio di Stato è stata condivisa dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., n. 24588/2015; da ultimo n. 9433/2019), senza che questo Collegio ravvisi ragioni o argomenti di segno contrario alla continuità di questo indirizzo.

Ne consegue che la cessione del contratto, nella quale sia concordato tra le società un corrispettivo per la risoluzione anticipata del rapporto di prestazioni sportive esclusive tra calciatore e società cedente, con trasferimento del primo alla cessionaria, è suscettibile di evidenziare plusvalenze o minusvalenze anche quando si tratti, come nel caso che ci occupa, di accertamenti ai fini Ires, con applicabilità tanto dell’art. 86 TUIR, comma 1, lett. a), quanto dell’art. 101 TUIR, comma 1.

Il superamento della prima questione consente di affrontare la seconda, ancora più pertinente alla controversia oggetto di causa. Con essa ci si chiede se, sulla premessa ormai acquisita che si tratti di fattispecie riconducibile nell’alveo dell’art. 1406 c.c., possano riconoscersi minusvalenze anche quando nell’operazione di cessione del contratto le società non abbiano previsto alcun corrispettivo per la risoluzione anticipata del rapporto tra società cedente e atleta professionista.

L’Agenzia, censurando la sentenza che ha annullato l’avviso di accertamento con cui erano state recuperate ad imponibile le minusvalenze riportate dalla contribuente, ha sostenuto che l’art. 101 TUIR, comma 1, rimandando all’art. 86 TUIR, comma 1, lett. a) e b), richiede che l’operazione si concretizzi in una cessione a titolo oneroso. Nel caso di specie la mancata previsione di un corrispettivo per la risoluzione anticipata dei contratti di esclusiva tra calciatori e cedente, al contrario di quanto affermato dal giudice d’ap­pello, evidenzierebbe la gratuità del negozio e la conseguente indeducibilità delle minusvalenze.

Anche su questa questione questa Corte è già intervenuta, ma con due opposte soluzioni. Secondo una prima interpretazione la cessione, da una società sportiva all’altra, di un contratto di prestazioni calcistiche L. n. 91 del 1981, ex art. 5, ha ad oggetto un bene immateriale strumentale all’esercizio dell’impresa, idoneo a generare minusvalenze deducibili, ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 101, comma 1 (nel testo applicabile ratione temporis), solo se l’atto è a titolo oneroso, mentre ciò non avviene ove non sia previsto il pagamento di un corrispettivo per detta cessione, ipotesi nella quale la causa concreta del negozio risiede nell’interesse del cedente a privarsi del proprio diritto esclusivo a godere delle prestazioni sportive senza ricevere nulla in cambio, a nulla rilevando, quindi, che la cessionaria debba corrispondere al calciatore ceduto un compenso (Cass., n. 345/2019). Le conclusioni cui il precedente menzionato perviene valorizzano una nozione di causa gratuita quale interesse al conferimento di beni (o alla prestazione di servizi) senza una corrispondente prestazione principale a carico del beneficiario, escludendo ogni rilevanza al fatto che il cessionario possa sopportare costi riconducibili al bene ceduto. Sicché il limes tra gratuità e onerosità dell’operazione di cessione sarebbe segnato dalla constatazione che il cedente si sia privato del “diritto esclusivo a godere delle prestazioni sportive del calciatore senza ricevere nulla in cambio.”. La convenienza o meno dell’operazione, se cioè con quella cessione il cedente si liberi di costi e prestazioni a sua volta conseguenti al godimento delle prestazioni dell’atleta, sarebbe riconducibile solo alla distinzione tra gratuità e liberalità dell’atto di cessione senza corrispettivo, cioè alla sussistenza o meno di una causa donandi, che evidentemente il precedente in esame ha ritenuto del tutto inconferente ai fini della disciplina fiscale delle minusvalenze.

Sennonché un intervento quasi contestuale della Corte sulla medesima materia ha raggiunto conclusioni esattamente opposte, partendo dal principio generale secondo cui “sono contratti a titolo oneroso quelli in cui i vantaggi sono reciproci al pari dei sacrifici, mentre sono atti a titolo gratuito quelli in cui il sacrificio è sopportato solo da un contraente, a vantaggio dell’altro”, per poi constatare come nel caso di cessione del contratto “a (costo) zero”, pur se la società cessionaria ha il vantaggio di acquistare senza versamento del corrispettivo, essa deve comunque corrispondere il compenso all’atleta, mentre la società cedente si libera del suddetto obbligo. Conclude che “pertanto i vantaggi sono reciproci per entrambi i contraenti, con la possibilità di dedurre le minusvalenze in quanto “realizzate” mediante cessione dei contratti a titolo oneroso.” (così Cass., n. 2146/2019).

L’unicità dei rispettivi precedenti, che non consente di ravvisare ancora l’emersione di una vera difformità di decisioni sulla questione di diritto in seno alla giurisprudenza di legittimità, richiede, ai fini della soluzione della controversia, un approccio critico al concetto di onerosità del negozio.

Innanzitutto è utile rammentare che proprio in tema di vendita, pur essendo il prezzo un elemento essenziale del negozio, la dottrina ha da tempo evidenziato che la mancata previsione del corrispettivo della cessione di un bene non deve sempre ricondurre l’o­perazione fuori della vendita stessa. A tal fine si suole far riferimento alle alienazioni delle c.d. discommodities (nel cui alveo sono addirittura introdotte le vendite a prezzo negativo, tanto più dunque quelle con corrispettivo pari a zero), per le quali, negandosi la causa donativa e più in generale la gratuità della cessione, si pone di contro attenzione sul “diverso” vantaggio che l’alienante consegue dalla cessione di un determinato bene (sia esso l’insostenibilità dei costi della sua gestione, sia esso lo specifico interesse a liberarsi di un bene, o ancora il vantaggio conseguito dalla cessione di una azienda per sé improduttiva e indebitata, ecc.). D’altronde anche la giurisprudenza, in occasione di alcune pronunce in materia di famiglia, ha da tempo avvertito che gli accordi di separazione personale fra i coniugi (come di quelli divorzili), che contengono attribuzioni patrimoniali di beni mobili o immobili di uno in favore dell’altro, senza collegamento necessario ad uno specifico corrispettivo o ai tratti propri della donazione, rispondendo invece al­l’intento di sistemazione dei rapporti, ai fini di una eventuale loro assoggettabilità al­l’actio revocatoria di cui all’art. 2901 c.c., svelano di norma una loro “tipicità” propria, la quale, di caso in caso, può colorarsi dei tratti dell’obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della “gratuità” “in ragione dell’eventuale ricorrenza, o meno, nel concreto, dei connotati di una sistemazione solutorio-compensativa più ampia e complessiva, di tutta quella serie di possibili rapporti aventi significati, anche solo riflessi, patrimoniali maturati nel corso della quotidiana convivenza matrimoniale.” (cfr. Cass., n. 5473/2006; n. 27409/2019). Il che, pur con le cautele della materia e della sua specificità, induce ad evidenziare quanto meno come si avverta che il concetto di onerosità, in ipotesi di cessioni patrimoniali, non deve necessariamente accompagnarsi al concetto di corrispettivo.

Più nello specifico, nel ricondurre l’attenzione al caso di specie, la stessa giurisprudenza di legittimità, che nel solco del menzionato parere del Consiglio di Stato ha definitivamente riconosciuto che la vicenda del trasferimento del contratto di un atleta da una società ad un’altra va riconosciuta nella sua unitarietà, senza necessità di scomporre (tripartire) la cessione, richiede, sul piano logico-economico e su quello logico-giuridico, che l’operazione sia oggetto di considerazione complessiva dei costi e benefici che all’e­sito del trasferimento ognuna delle società avrà sopportato e avrà conseguito. Ed è indubbio che se, come dovuto, l’operazione viene in conclusione ricondotta nell’alveo della cessione del contratto di cui all’art. 1406 c.c. ciò che viene riconosciuto anche nella pronuncia che tuttavia esclude l’onerosità dell’operazione – i costi e i benefici, ossia la cessione dell’esclusiva fruizione delle prestazioni dell’atleta da parte della cedente, e di contro l’obbligazione del versamento del corrispettivo in favore del calciatore assunto dalla cessionaria, costituiscono i termini entro i quali si manifesta l’onerosità del contratto.

La circostanza che “l’esclusività” della prestazione non sia stata oggetto di uno specifico corrispettivo non esclude “il costo”, ossia il sacrificio, che a seguito di tale cessione dovrà sopportare la cessionaria, così liberando la cedente della medesima obbligazione. Al contrario essa vuol solo significare che, nella libertà di valutazione riservata ai contraenti sulla convenienza del negozio posto in essere, essi hanno ritenuto che il punto di equilibrio, il valore di scambio, sia appunto quello pattuito. D’altronde, ritenere che un atleta non abbia più una utilità rispetto al progetto di sviluppo e agli obiettivi prefissati da una società sportiva, sia pur per un limitato campionato, e la disponibilità a cederne le prestazioni in cambio del beneficio economico della liberazione dagli obblighi d’ingag­gio, costituisce un dato fenomenico consueto, in sé rilevante sotto il profilo giuridico, e comunque sufficiente a collocare nell’alveo dell’onerosità l’operazione.

Volendo ancora più circoscrivere il perimetro d’indagine, e concentrando l’attenzio­ne sui principi tributari in un’ottica di attuazione dell’art. 53 Cost., se è vero che gli indici di capacità contributiva vanno ricercati in fatti o situazioni economicamente rilevanti, capaci di esprimere una potenzialità economica, l’operazione posta in essere dal contribuente deve essere interpretata alla luce della sua concretezza oggettiva, e ciò al fine di non cadere in pericolose tentazioni di attribuzione di un qualche rilievo a finalità interiori del contribuente, ad un tempo però assicurando una valutazione economica obiettiva del fatto o della situazione posta in essere. Ebbene, pur nel rispetto, sotto il profilo civilistico, dei canoni d’interpretazione applicabili all’operazione di cessione del diritto alla prestazione esclusiva dell’atleta professionista in favore del cessionario, che a sua volta si assume l’obbligo di corrispondere a quest’ultimo il corrispettivo delle prestazioni sportive, l’operazione stessa assume una inequivoca natura onerosa sotto il profilo fiscale, come tale riconducibile alla disciplina dell’art. 101 Tuir, ove, come nel caso di specie, ne sia scaturita una minusvalenza.

Ne consegue che la sentenza impugnata non ha errato nel riconoscere l’onerosità dell’operazione e l’applicabilità dell’art. 101 TUIR, comma 1, sicché va esente da censure in ordine al primo motivo, che va in conclusione rigettato.

(Omissis)

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Compensa tra le parti le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 12 febbraio 2020 Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2020

 

Cass., sez. trib., 8 ottobre 2020, n. 21701 – Pres. Cirillo, Rel. Federici


Commento

Sommario:

1. La fattispecie in esame - 2. La natura dell’atto di cessione del contratto di prestazione sportiva del calciatore in rapporto con la disciplina delle minusvalenze - 3. Il problema: la qualificazione della cessione a “costo zero” quale operazione negoziale a titolo oneroso o a titolo gratuito - 4. Conclusione: una soluzione ancora aperta - NOTE


1. La fattispecie in esame

La sentenza in commento presenta due profili di rilevante interesse, entrambi meritevoli di essere esaminati: in primo luogo, la natura di cessione del contratto ex art. 1406 c.c. dell’atto di trasferimento del “cartellino” di un calciatore da una società sportiva all’altra; in secondo luogo, la rilevanza fiscale ai fini delle imposte dirette delle minusvalenze realizzate in occasione della cessione del contratto di prestazione sportiva c.d. a “costo zero”, purché sia dimostrato un equilibrio tra sacrificio e vantaggio dei contraenti. Nella fattispecie in esame, dalla ricostruzione offerta dalla Suprema Corte, l’A­genzia delle Entrate, per gli anni d’imposta 2004 e 2005, recuperava ad imponibile IRES le minusvalenze generate della cessione del “cartellino” di due calciatori. Secondo l’Amministrazione Finanziaria tale operazione avveniva in assenza di corrispettivo e, conseguentemente, il [continua ..]

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2. La natura dell’atto di cessione del contratto di prestazione sportiva del calciatore in rapporto con la disciplina delle minusvalenze

Prima di affrontare la questione principale oggetto della presente pronuncia, pare opportuno soffermarsi sulla questione (propedeutica) della natura dell’atto di cessione del contratto di prestazione sportiva da una società sportiva all’altra. L’operazione di interpretazione e di qualificazione di tale operazione giuridica ai sensi dell’art. 1406 c.c. non è priva di effetti sul piano pratico. La deducibilità delle minusvalenze generate a seguito della cessione del “cartellino” è condizionata dalla qualificazione dell’operazione negoziale quale cessione del contratto civilisticamente riconosciuta; l’assimilazione del diritto all’utilizzazione della prestazione sportiva del calciatore alla categoria dei beni strumentali immateriali, infatti, legittima l’applicazione della disciplina delle minusvalenze regolata dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi [continua ..]

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3. Il problema: la qualificazione della cessione a “costo zero” quale operazione negoziale a titolo oneroso o a titolo gratuito

Atteso che la deducibilità delle minusvalenze è sottoposta al rispetto della condizione di cui all’art. 86 del TUIR, ossia l’onerosità dell’operazione negoziale, nel caso di specie occorre ora valutare se la cessione a “costo zero” del diritto di utilizzazione della prestazione sportiva sia da considerarsi atto a titolo oneroso o a titolo gratuito. Le problematiche che sono sorte in seno al concetto di onerosità ai sensi dell’art. 86 del TUIR potrebbero derivare dall’assenza, nel sistema tributario, di una chiara e precisa definizione di tale concetto e, al tempo stesso, dall’evoluzione degli scambi commerciali, ove ormai i vantaggi di natura patrimoniale scaturiscono, non raramente, da operazioni negoziali caratterizzate dalla mancanza, almeno sul piano formale, dell’elemento della corrispettività [16]. Come osservato nella parte motiva della pronuncia, la Suprema Corte critica in prima [continua ..]

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4. Conclusione: una soluzione ancora aperta

In conclusione, il riconoscimento ormai pacifico, come sembra, della natura di cessione del “cartellino” del calciatore ai sensi dell’art. 1406 c.c. comporta, invece, sotto la qualificazione dell’onerosità o della gratuità, rilevanti problematiche, le quali si ripercuotono, a cascata, sull’applicabilità o meno della disciplina della deducibilità delle minusvalenze. Con la pronuncia in esame, pertanto, la Suprema Corte, prendendo le distanze dall’orientamento contrario, il quale tuttavia – come esplicitamente precisato – «non consente di ravvisare ancora l’emersione di una vera difformità di decisioni sulla questione di diritto», sposa l’indirizzo ermeneutico favorevole alla ricostruzione unitaria dell’operazione giuridica (già compiuta dal Consiglio di Stato e, in precedenza, dall’Agenzia delle Entrate), riconoscendo che il concetto di [continua ..]

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NOTE

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