cian

home / Archivio / Fascicolo / La ripartizione equilibrata del potere impositivo nella giurisprudenza della Corte di Giustizia ..

indietro stampa articolo indice fascicolo leggi articolo leggi fascicolo


La ripartizione equilibrata del potere impositivo nella giurisprudenza della Corte di Giustizia dell´Unione Europea

Giorgio Emanuele Degani

La ripartizione equilibrata del potere impositivo tra gli Stati membri rappresenta una causa di giustificazione in grado di derogare i principi eurounitari. In particolare, dalla sentenza in commento e dall’orientamento giurisprudenziale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, emerge una sempre maggiore attenzione alla tutela dell’integrità fiscale dei singoli Stati membri, a scapito degli obiettivi e dei principi fondamentali dell’Unione Europea.

The balanced allocation of taxing rights in the CJEU’s case law

The balanced allocation of taxing rights between the Member States represents a cause of justification capable of derogating from EU principles. In particular, from the commented judgment and from the case law of the Court of Justice of the European Union, it clearly emerges an increasing attention to the protection of tax integrity of each Member State, to the detriment of the objectives and fundamental principles of the European Union.

Corte di Giustizia UE, sez. VIII, 30 aprile 2020, cause riunite C-168/19 e C-169/19, HB e IC c. INPS

Il regime tributario italiano risultante dalla Convenzione italo-portoghese contro le doppie imposizioni sui redditi non viola i princìpi eurounitari di libera circolazione e di non discriminazione. Difatti, i pensionati del settore privato e del settore pubblico possono essere assoggettati a differenti normative tributarie nazionali, che possono determinare una diversa tassazione degli assegni ricevuti.

MOTIVI DELLA DECISIONE

(Omissis)

Sulla questione pregiudiziale

  1. Con la sua questione, il giudice del rinvio chiede se gli articoli 18 e 21 TFUE debbano essere interpretati nel senso che essi ostano alla normativa di uno Stato membro la quale prevede che i redditi di una persona residente in un altro Stato membro, la quale abbia acquisito integralmente detti redditi nel primo Stato membro ma che non abbia la cittadinanza del secondo Stato membro, siano soggetti a imposta unicamente nel primo Stato membro, con la conseguenza di escludere detta persona dal godimento delle agevolazioni fiscali offerte dal secondo Stato membro.
  2. In via preliminare, occorre ricordare che, secondo una costante giurisprudenza della Corte, nell’ambito della procedura di cooperazione tra i giudici nazionali e la Corte istituita dall’articolo 267 TFUE, spetta a quest’ultima fornire al giudice nazionale una risposta utile che gli consenta di dirimere la controversia di cui è investito. In tale prospettiva, spetta alla Corte, se necessario, riformulare le questioni che le sono sottoposte (sentenza del 3 marzo 2020, Gómez del Moral Guasch, C-125/18, EU:C:2020:138, punto 27).
  3. A questo proposito, occorre rilevare, in primo luogo, che, sebbene il giudice del rinvio non precisi se i ricorrenti nei procedimenti principali abbiano trasferito la loro residenza in Portogallo dopo aver cessato qualsiasi attività professionale o meno, esso ritiene che la loro posizione sia disciplinata dall’articolo 21 TFUE relativo alla libertà di circolazione dei cittadini dell’Unione. Basandosi su tale disposizione del trattato FUE, sembra che il giudice del rinvio indichi alla Corte che il trasferimento di residenza sia avvenuto dopo la cessazione di qualsiasi attività professionale dei ricorrenti nei procedimenti principali. Pertanto, la Corte esaminerà la questione proposta con riferimento soltanto a tale circostanza.
  4. In secondo luogo, contrariamente a quanto sostengono i governi belga e svedese nelle loro osservazioni scritte, l’articolo 18 TFUE, che sancisce il principio di non discriminazione in base alla cittadinanza, è applicabile in circostanze quali quelle in esame nei procedimenti principali.
  5. Infatti, dalla giurisprudenza costante della Corte si evince che tutti i cittadini dell’Unione possono avvalersi del divieto di discriminazione basata sulla nazionalità sancito dall’articolo 18 TFUE nell’ipotesi in cui essi abbiano esercitato la libertà fondamentale di circolazione e di soggiorno sul territorio degli Stati membri conferita dall’arti­colo 21 TFUE (v., in tal senso, sentenze del 13 novembre 2018, Raugevicius, C-247/17, EU:C:2018:898, punti 27 e 44 nonché giurisprudenza ivi citata, e del 13 giugno 2019, TopFit e Biffi, C-22/18, EU:C:2019:497, punto 29).
  6. In terzo e ultimo luogo, occorre rilevare che dal fascicolo presentato alla Corte si desume che l’articolo 18 e l’articolo 19, paragrafo 2, della convenzione italo-portoghese, redatti negli stessi termini delle corrispondenti disposizioni del modello di convenzione fiscale concernente il reddito e il patrimonio elaborato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE), nella versione del 2014, mirano a ripartire la competenza tributaria tra la Repubblica italiana e la Repubblica portoghese per quanto riguarda le pensioni e contemplano, a tal proposito, fattori di collegamento diversi secondo che i contribuenti siano stati occupati nel settore privato o nel settore pubblico. Per quanto concerne quest’ultima categoria di contribuenti, in linea di principio essi sono soggetti a imposizione nello Stato debitore della pensione, a meno che essi non possiedano la cittadinanza dell’altro Stato contraente in cui risiedono.
  7. Da queste considerazioni preliminari discende che, con la sua questione, il giudice del rinvio chiede in sostanza se gli articoli 18 e 21 TFUE ostino a un regime tributario risultante da una convenzione per evitare le doppie imposizioni conclusa tra due Stati membri, in forza della quale la competenza tributaria di questi Stati in materia di imposta sulle pensioni è ripartita secondo che i beneficiari di queste ultime fossero impiegati nel settore privato o nel settore pubblico e, in quest’ultimo caso, secondo che essi abbiano o meno la cittadinanza dello Stato membro di residenza.
  8. A questo riguardo, occorre ricordare che, investita di domande di pronuncia pregiudiziale miranti ad accertare se le convenzioni per evitare le doppie imposizioni concluse tra gli Stati membri dell’Unione debbano essere compatibili con il principio della parità di trattamento e, in generale, con le libertà di circolazione garantite dal diritto primario del­l’Unione, la Corte ha già dichiarato che gli Stati membri sono liberi, nell’ambito di conven­zioni bilaterali tendenti a evitare le doppie imposizioni, di stabilire i fattori di collegamento ai fini della ripartizione tra di loro della competenza tributaria (sentenza del 19 novembre 2015, Bukovansky, C-241/14, EU:C:2015:766, punto 37 e giurisprudenza ivi citata).
  9. Peraltro, occorre rilevare che una convenzione bilaterale volta a prevenire la doppia imposizione, come la convenzione italo-portoghese, è intesa ad evitare che lo stesso reddito sia soggetto ad imposta in ciascuna delle due parti di tale convenzione, non già a garantire che l’imposizione alla quale è soggetto il contribuente in una parte contraente non sia superiore a quella alla quale egli sarebbe soggetto nell’altra parte contraente (v., per analogia, sentenza del 19 novembre 2015, Bukovansky, C-241/14, EU:C:2015:766, punto 44 e giurisprudenza ivi citata).
  10. A tal fine, non è irragionevole per gli Stati membri utilizzare i criteri seguiti nella prassi tributaria internazionale e, in particolare, come hanno fatto la Repubblica italiana e la Repubblica portoghese nel caso di specie, come si evince dal punto 14 della presente sentenza, il modello di convenzione fiscale concernente il reddito e il patrimonio elaborato dall’OCSE, il cui articolo 19, paragrafo 2, nella versione del 2014, prevede fattori di collegamento quali lo Stato pagatore e la cittadinanza (v., in tal senso, sentenze del 12 maggio 1998, Gilly, C-336/96, EU:C:1998:221, punto 31, e del 24 ottobre 2018, Sauvage e Lejeune, C-602/17, EU:C:2018:856, punto 23).
  11. Di conseguenza, quando, in una convenzione contro la doppia imposizione conclusa tra Stati membri, il criterio della cittadinanza compare in una disposizione che ha lo scopo di ripartire la competenza tributaria, non è giustificato considerare una tale disparità basata sulla cittadinanza come integrante una discriminazione vietata (sentenza del 19 novem­bre 2015, Bukovansky, C-241/14, EU:C:2015:766, punto 38 e giurisprudenza ivi citata).
  12. Parimenti, la designazione dello Stato debitore della pensione («Stato pagatore») come quello competente ad assoggettare a imposizione le pensioni riscosse dal settore pubblico non può avere, di per sé, ripercussioni negative per i contribuenti interessati, in quanto il carattere favorevole o sfavorevole del trattamento tributario riservato a detti contribuenti non deriva, ad essere precisi, dalla scelta del fattore di collegamento, bensì dal livello di imposizione dello Stato competente, in mancanza di armonizzazione, a livello dell’Unione, delle aliquote d’imposta diretta (v., in tal senso, sentenza del 12 mag­gio 1998, Gilly, C-336/96, EU:C:1998:221, punto 34).
  13. Applicando alle circostanze dei procedimenti principali i principi enucleati dalla giurisprudenza della Corte ricordata nei punti da 16 a 20 della presente sentenza risulta che la disparità di trattamento, che i ricorrenti nei procedimenti principali lamentano di aver subito, discende dalla ripartizione del potere impositivo tra le parti della convenzione italo-portoghese e dalle disparità esistenti tra i rispettivi regimi tributari delle parti contraenti. Ebbene, la scelta di dette parti, al fine di ripartire tra di loro la competenza impositiva, di diversi fattori di collegamento quali, nel caso di specie, lo Stato debitore della pensione e la cittadinanza, non dev’essere considerata, in quanto tale, come integrante una discriminazione vietata dagli articoli 18 e 21 TFUE (v., per analogia, sentenza del 19 novembre 2015, Bukovansky, C-241/14, EU:C:2015:766, punto 45).
  14. Alla luce delle considerazioni sin qui svolte, occorre rispondere alla questione proposta dichiarando che gli articoli 18 e 21 TFUE non ostano a un regime tributario ri­sultante da una convenzione per evitare le doppie imposizioni conclusa tra due Stati mem­bri, in forza della quale la competenza tributaria di questi Stati in materia di imposta sulle pensioni è ripartita secondo che i beneficiari di queste ultime fossero impiegati nel settore privato o nel settore pubblico e, in quest’ultimo caso, secondo che essi abbiano o meno la cittadinanza dello Stato membro di residenza.

(Omissis)

P.Q.M.

La Corte (Ottava Sezione) dichiara: Gli articoli 18 e 21 TFUE non ostano a un regime tributario risultante da una convenzione per evitare le doppie imposizioni conclusa tra due Stati membri, in forza della quale la competenza tributaria di questi Stati in materia di imposta sulle pensioni è ripartita secondo che i beneficiari di queste ultime fossero impiegati nel settore privato o nel settore pubblico e, in quest’ultimo caso, secondo che essi abbiano o meno la cittadinanza dello Stato membro di residenza.


Commento

Sommario:

1. Premessa: il caso - 2. Il settore dell’imposizione diretta e il ruolo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea - 3. Il divieto di discriminazione e di restrizione: il metodo di giudizio seguito dalla Corte di Giustizia - 4. Le cause di giustificazione: deroghe alle violazioni - 5. La balanced allocation of taxing rights tra gli Stati membri - 6. Conclusioni - NOTE


1. Premessa: il caso

Con la recente sentenza relativa alle cause riunite C-168/19 e C-169/19 [1], la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è tornata a pronunciarsi in ordine alle cause di giustificazione che consentono a uno Stato membro di introdurre delle misure discriminatorie e derogatorie delle libertà fondamentali. In particolare, i Giudici del Lussemburgo hanno affrontato il caso di due cittadini italiani, ex dipendenti del settore pubblico, i quali, dopo aver trasferito la residenza in Portogallo, hanno richiesto all’INPS di ricevere l’importo delle loro pensioni senza che venisse operato il prelievo alla fonte dell’imposta sui redditi (IRPEF). Tuttavia, l’INPS ha respinto tali domande in quanto, in base alla Convenzione sulle doppie imposizioni fiscali in essere tra Italia e Portogallo [2], solo l’assegno dei pen­sionati italiani del settore privato che acquisiscono la residenza di tale ultimo Stato può essere erogato [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


2. Il settore dell’imposizione diretta e il ruolo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea

Come è noto, nell’ambito delle imposte dirette [9], si è raggiunto un diverso livello di armonizzazione rispetto al comparto impositivo indiretto [10]. Ciò, sostanzialmente, è riconducibile a due fattori: da un lato, la diversa pregiudizialità delle imposte indirette e dirette nella realizzazione del mercato unico [11], inteso quale parametro peculiare per giustificare azioni fiscali convergenti da parte dell’U­nione Europea [12]; dall’altro, l’ostilità degli Stati membri nel cedere porzioni di sovranità in materia tributaria diretta e, più in generale, di politica fiscale interna [13]. Da ciò, ne consegue che gli Stati sono, in linea di principio, liberi di individuare gli elementi essenziali dei tributi diretti. Tuttavia, i Paesi dell’Unione Europea devono esercitare la propria competenza nel comparto dell’imposizione diretta in modo coerente con [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


3. Il divieto di discriminazione e di restrizione: il metodo di giudizio seguito dalla Corte di Giustizia

L’art. 18, TFUE, oggetto di verifica da parte dei Giudici eurounitari nella sentenza in commento, vieta ogni discriminazione [25] basata sulla nazionalità, nonché sulla residenza, ossia in forza di un collegamento territoriale con lo Stato membro [26]. Il metodo [27] seguito dalla Corte di Giustizia per verificare la conformità della nor­ma interna rispetto a quella unionale [28], si basa su diversi steps. Il primo, volto a definire l’ambito soggettivo, ossia permette di verificare che il soggetto che lamenta la possibile violazione del diritto unionale, sia un cittadino di uno Stato membro. Sussistendo tale requisito, nella seconda fase la Corte si sofferma sull’esercizio della libertà fondamentale da parte del titolare della medesima, sia nello Stato c.d. di origine (o market access) che in quello c.d. ospitate (o market equality) [29]. Il riferimento, in ogni caso, è ad una fattispecie [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


4. Le cause di giustificazione: deroghe alle violazioni

Laddove la Corte di Giustizia riscontri una disparità di trattamento o una restrizione, procederà a valutare la causa di giustificazione addotta dallo Stato membro a fondamento della violazione contestata e, ciò, al fine di verificare se la discriminazione esistente possa essere considerata o meno legittima. Esistono, sostanzialmente, due tipologie di giustificazioni: le prime, espressamente previste nei Trattati istitutivi, che si basano su interessi pubblici di carattere nazionale [36] quali l’ordine pubblico, la sicurezza pubblica, la moralità, la sanità, ecc.; le seconde, elaborate direttamente dai Giudici del Lussemburgo. Concentrandosi su tale ultima categoria, è evidente che la Corte di Giustizia abbia riconosciuto l’idoneità di svariati interessi nazionali atti a derogare le libertà fondamentali, sulla base del criterio della c.d. “rule of reason” [37]. Sebbene, tradizionalmente, la [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


5. La balanced allocation of taxing rights tra gli Stati membri

L’equilibrata ripartizione del potere impositivo rappresenta una causa di giustificazione molto rilevante, spesso invocata dagli Stati membri e avallata dalla Corte di Giustizia. Non è un caso, del resto, che anche nella sentenza in commento i Giudici del Lus­semburgo l’abbiano valorizzata, congiuntamente alle altre considerazioni svolte [50], escludendo l’incompatibilità della normativa interna asseritamente in contrasto con i principi eurounitari e, quindi, legittimando la discriminazione derivante dalla norma pattizia. Ebbene, secondo la Corte, tale regola può essere ammessa quando le norme nazionali mirino a prevenire comportamenti tali da violare il diritto di uno Stato membro ad esercitare la propria competenza fiscale in relazione alle attività insistenti sul suo territorio, valorizzando tale ultimo aspetto. Difatti, in assenza di armonizzazione nell’ambito delle imposte dirette, gli Stati membri hanno la [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


6. Conclusioni

Come emerge dalla precedente trattazione, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea tende sempre di più a tutelare l’integrità fiscale degli Stati membri, avallando delle misure nazionali [66] derogatorie dei principi fondamentali unionali. In particolare, la ripartizione equilibrata del potere impositivo è stata spesso invocata dai Paesi dell’Unione Europea e ha per oggetto la tutela della sovranità fiscale statale nel rapporto con gli altri Stati membri. Difatti, come pacificamente riconosciuto dalla Corte di Giustizia in numerosi precedenti, in assenza di armonizzazione gli Stati hanno la facoltà di esercitare la potestà impositiva diretta in modo discrezionale, e, al contempo, i contribuenti non possono trasferire liberamente il reddito generato in uno Stato verso un ordinamento con una pressione fiscale inferiore. Pertanto, detta giustificazione mira a tutelare l’interesse fiscale degli Stati membri a [continua ..]

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


NOTE

» Per l'intero contenuto effettuare il login inizio


  • Giappichelli Social