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Il dibattito sul sistema tributario russo: prospettive italiana ed europea

Francesco Montanari

Il saggio, partendo da un precedente contributo sul sistema tributario della Federazione russa, si sofferma su talune tradizionali questioni relative ai rapporti tra Diritto tributario ed economia. In particolare, le imposte sul reddito delle persone fisiche con aliquote proporzionali (c.d. flat tax) – previste dalla federazione russa – hanno un fondamento fortemente ideologico e non solamente economico. Tuttavia, paiono maggiormente conformi ai valori europei i tributi progressivi.

PAROLE CHIAVE: flat tax - capacitÓ contributiva - progressivitÓ - imposta sul reddito delle persone fisiche - diritto ed economia

The debate on the russian tax system: italian and european perspectives

This paper, starting by a previous article on the Russian Federation tax system, focus on some traditional items concerning the relationships between tax law and economic principles. Particularly, the personal income taxes with proportional rates (flat tax) – provided by Russian federation – have an ideological reason and not only economic one. However, progressive taxes are more in compliance with the European values.

Keywords: flat tax, ability to pay, progressivity, personal income tax, law and economics

 

1. Premessa

Il fondamento economico dei tributi, inteso in senso lato, costituisce una questione che, ciclicamente, interessa gli studiosi del diritto tributario [2] ed è, da sempre, oggetto di analisi dei più illustri studiosi (giuristi ed economisti).

Il contributo che precede (Taxation in the Russian FederationEconomic basis and economic justification of taxes and fees) dimostra che il dibattito è tut­t’altro che sopito e che la tematica è estremamente ampia ed eterogenea (spa­ziando dalla capacità contributiva, alle imposte patrimoniali, sino alla flat tax ed, in generale, all’impatto economico dei diversi modelli impositivi).

Questo saggio, infatti, se, da un lato, mostra taluni evidenti punti di contatto tra l’ordinamento tributario italiano e quello della Federazione Russa, dall’altro, fa riferimento a modello culturali (non solamente giuridici, quindi) molto diversi da quello italiano ed in netta controtendenza rispetto a quelli della maggior parte dei paesi dell’Unione Europea.

D’altro canto, anche all’interno di quest’ultima, specie in seguito al recente allargamento [3], sussistono divergenti concezioni, di fondo, circa il ruolo della fiscalità [4] intesa, da un lato, come possibile fattore per lo sviluppo di valori diversi dal puro mercato, dall’altro, come mero ostacolo alla concorrenza e, quindi, alla neutralità degli scambi.

Evidenzia autorevole dottrina che molti dei nuovi Stati membri (che, per molti versi – non fosse altro che per ragioni storiche e geografiche – sono equiparabili alla federazione Russa) fanno leva su «modelli economici e sociali che pongono in secondo piano il benessere della loro popolazione rispetto alle finalità di accelerazione della crescita economica» [5].

Infatti, la scelta della Federazione Russa (ma, aggiungiamo noi, di molti Stati dell’est europeo), è stata, fin dai primi anni 2000, quella di prevedere un sistema fiscale estremamente “leggero” e con interventi pubblici ridotti al minimo essenziale, con la finalità di incentivare la crescita economica a discapito, ovviamente, dello stato sociale e dell’uguaglianza sostanziale (v. infra).

Tuttavia, l’Unione Europea sembra muoversi proprio in una direzione opposta [6] e le politiche sociali – inizialmente totalmente estranee alle competenze delle istituzioni europee – sono ritornate al centro dell’attenzione e del dibattito.

2. Capacità contributiva, vincolo del pareggio di bilancio e progressività

Il codice tributario della federazione russa prevede taluni principi di carattere generale che presentano alcune caratteristiche comuni alla maggior parte dei paesi europei.

Significativi punti di contatto tra il nostro ordinamento (ma anche, come detto, di molti paesi dell’Unione) e quello della Federazione Russa riguardano, in particolare, taluni limiti alle forme di prelievo.

Emerge, infatti, che l’art. 3 del codice tributario – e non, quindi, della Co­stituzione – dispone che i tributi e le prestazioni imposte devono avere un fondamento economico e non essere arbitrarie.

Appare scontato che l’ampia formulazione del testo normativo ha consentito agli interpreti di attribuire ai principi in esso contenuti una sostanziale “poliedricità”.

È, in prima battuta, largamente condiviso che il suddetto “fondamento economico” deve riguardare la posizione soggettiva del contribuente: quindi, da un lato, il prelievo non può che colpire forme di ricchezza effettiva e concretamente misurabili, dall’altro, non sono ammissibili tassazioni arbitrarie. In altri termini, utilizzando categorie a noi note, è ammissibile la tassazione di atti, fatti, negozi e beni che esprimano una reale capacità economica e il legislatore deve individuare i presupposti impositivi secondo un criterio di ragionevolezza.

Appaiono evidenti le assonanze con il principio di capacità contributiva in tutte le proprie diverse sfaccettature: sia, dunque, che si propenda per la tradizionale concezione dello stesso come mera manifestazione di forza eco­nomica, sia che si ragioni in termini di criterio di distribuzione razionale del prelievo [7].

Dalla dottrina russa, tuttavia, sembra che il suddetto “fondamento economico” dei tributi, come detto, abbia una portata ben più ampia e poliedrica nel senso che il legislatore dovrebbe valutare gli effetti micro e macroeconomici del prelievo: inoltre, il gettito dei singoli tributi dovrebbe essere superiore al costo di “gestione” degli stessi. In altri termini, secondo tali linee interpretative, sarebbe necessaria l’introduzione di prelievi “efficienti” e che, dunque, tengano conto degli effetti dell’imposizione.

La critica che, tuttavia, viene mossa dagli autori al legislatore è proprio quella di non tenere in debita considerazione i principi della dottrina econo­mica: in generale, dunque, viene enfatizzata la tradizionale tensione tra economisti e giuristi “accusati”, questi ultimi, di avere scarse conoscenze delle problematiche economiche [8].

Anche tale approccio – improntato, sostanzialmente, al contenimento della spesa – appare in linea con le politiche europee e nazionali, sempre più in­centrate sull’equilibrio di bilancio [9]. Si pensi al novellato art. 81 Cost. italiana ove è stato espressamente codificato, nel contesto del c.d. Fiscal Compact, il principio del “pareggio di bilancio” secondo cui «lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico» e «ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte».

La vera e macroscopica differenza, tuttavia, tra il modello di tassazione della federazione russa e quello previsto dall’Italia (nonché, tendenzialmente, dagli altri principali paesi europei), è la totale mancanza di riferimenti alla “progressività” del sistema tributario [10]: tanto più che, come si osserverà in seguito (v. infra, par. III), l’imposta sul reddito delle persone fisiche è caratterizzata da un’unica aliquota proporzionale del 13%.

Da tale circostanza emerge, chiaramente, un’importante diversità sul pia­no economico-sociale e culturale, in quanto la progressività è, generalmente, considerata «il cardine dell’equità tributaria inteso come uguaglianza nella redistribuzione verticale degli oneri e quindi, come strumento di riduzione delle differenze tra le situazioni di ciascun consociato» [11]. Ciò a conferma del fatto che molti paesi antepongono la crescita economica rispetto agli obiettivi tipici dello Stato sociale, in un’ottica diametralmente opposta rispetto a quella italiana ed europea.

3. Imposte patrimoniali, flat tax e impatto economico dei tributi

Ciò che caratterizza in modo peculiare, come accennato, il sistema tributario della Federazione Russa è l’imposizione proporzionale sulle persone fisiche (c.d. Flat tax[12], introdotta, peraltro, anche da altri paesi dell’Est europeo [13].

Come è noto, la c.d. flat tax rappresenta una tematica “classica” (e, per molti versi, politica) nell’ambito del dibattito tra progressività e proporzionalità dell’imposizione e, come si è evidenziato, «la reazione dei vecchi mem­bri dell’Unione europea è stata di allarme e contrarietà» [14].

In estrema sintesi, nella dottrina economica i vantaggi dell’imposizione proporzionale sulle persone fisiche vengono individuati in un aumento della base imponibile (con conseguente aumento del gettito) ed in una semplificazione con riferimento alla attuazione dei tributi (e, quindi, ad un abbattimento dei costi di gestione di questi ultimi). Anche dall’articolo che precede emerge che l’introduzione, nella Federazione Russa, di una imposta proporzionale del 13% ha determinato un significativo aumento delle entrate tributarie e che, pur essendo vivo il dibattito sul trade off tra proporzionalità e progressività, non sembrano esservi ragioni, dal punto di vista economico, per modificare l’attuale sistema. D’altro canto, come si è posto in luce, «il movente più importante che ha indotto i governi dell’Est europeo a decidere per primi per la riforma è stato, senza dubbio, l’esigenza di ridurre il divario con l’occidente mirando a tassi di crescita del PIL stabili e sostenibili» [15].

Posto che, tuttavia, non paiono sussistere inequivocabili evidenze empiriche circa gli effetti diretti della flat tax sull’aumento del PIL e del gettito nonché sulla diminuzione dell’elusione [16] e dell’evasione fiscale [17], ovviamente, la scelta dei diversi modelli impositivi [18] dipende da radicali scelte sociali e culturali di fondo [19].

Il limite dei modelli economici, individuato anche dalla dottrina, è proprio quello di essere dei modelli, spesso privi di risultanze di tipo empirico e, comunque, troppo legati ad istanze puramente ideologiche. Peraltro, come accennato, dalla letteratura economica emergono dati di segno diametralmente opposto rispetto all’entusiasmo manifestato dai fautori della flat tax. Si è, infatti, osservato – a diversi anni dalla riforma – che, sulla base di risultanze tecnico-statistiche «the Russia’s flat tax reform was quite revolutionary because it involved a large country and because it affected many people, not only the rich. But beyond the excitement Russia’s flat tax reform has generated, so far very little solid evidence has been provided on its impact on tax evasion or real economic activity» [20].

D’altro canto, anche la moderna dottrina economica è alla continua ricerca di modelli impositivi che tengano conto, sia degli effetti distorsivi dei tributi, sia dei (ritenuti necessari) effetti redistributivi che devono “mitigare” una logica meramente egoistica e neo-liberista del prelievo fiscale [21].

Gli stessi studiosi di Law & Economics [22] – movimento di pensiero saldamente ancorato proprio a modelli “ultra liberisti” [23] – hanno recentemente riconosciuto i limiti insiti nell’analisi economica del diritto pura con riferimento al diritto tributario [24]. La tradizionale “efficienza economica” viene oggi, altresì, analizzata non più solamente in termini di minor “effetto distorsivo” ma anche di maggiori effetti redistributivi.

In buona sostanza, la dicotomia tra interventismo statale e liberismo – che tanto influenza, ovviamente, anche il diritto tributario e le scelte dei legislatori – non può più essere netta ed inequivocabile.

Gli stessi autori del saggio che precede, pur esprimendo un giudizio sostanzialmente favorevole sulla Flat Tax, si pongono il problema delle possibili iniquità del sistema e, dunque, propendono per diversi “correttivi” (maggiormente nella logica della progressività) e, soprattutto, per l’introdu­zione di apposite imposte patrimoniali [25] sui beni ritenuti di lusso, con ulteriori distinzioni tra redditi normali ed excessive income. D’altro canto, è noto che sono ipotizzabili vari e variegati modelli impositivi che spaziano dalla previsione di meccanismi di esenzione per fasce di reddito e di specifiche deduzioni fino, per l’appunto, all’abbinamento alla flat tax di forme di prelievo patrimoniali.

Anche l’Italia non è stata (e non è), certamente, estranea al dibattito in questione.

Basti pensare all’art. 3 della legge delega n. 80/2003 – il quale, notoriamente, non ha trovato attuazione – che aveva l’obiettivo «di ridurre a due le aliquote dell’imposta sul reddito, rispettivamente fino al 23 per cento fino a 100.000 euro e al 33 per cento oltre tale importo».

Inoltre, negli ultimi anni, anche in ragione della dilagante crisi economica [26] che ha sensibilmente acuito le disuguaglianze sociali, si è riacceso, sia a livello politico, sia dottrinale [27], un significativo dibattito circa l’opportunità di ricorrere a forme di imposizione patrimoniale e sui consumi di beni ritenuti “di lusso” [28]. Tuttavia, gli interventi normativi sono stati contingenti, “pulviscolari” ed asistematici.

4. Conclusioni

Come si è osservato chiaramente «l’imposizione progressiva produce un effetto che altre forme di tassazione, ad iniziare dalla flat tax, non possono produrre: l’effetto di togliere più che proporzionalmente a chi più ha, per di­stribuire, con le leggi di spesa, a chi meno ha» [29].

Quindi, al di là di tutti gli innegabili limiti che presenta l’imposizione pro­gressiva [30], essa oggi pare l’unica forma di prelievo compatibile con i principi ed i valori che caratterizzano il nostro ordinamento e quello europeo: in altri termini, pur essendo tante (e spesso fondate) le suggestioni che provengono dall’economia e dalla politica circa un modello di imposizione sul reddito delle persone fisiche meramente proporzionale, l’unica strada percorribile sembra quella di una sostanziale modifica del regime vigente. Non può, infatti, essere abbandonato il brocardo – evocato da autorevole dottrina [31] – «“aliquote di imposta più elevate per alti redditi”, a vantaggio dell’altro, tanto di moda e tanto più comodo, “dalle persone alle cose”».

La questione è, dunque, forse quella della rimodulazione delle aliquote, del meccanismo delle detrazioni e delle deduzioni e, quindi, di una sostanziale modifica della base imponibile delle imposte sulle persone fisiche.

Peraltro, anche nel saggio che precede, gli autori, consci, come detto, della eventualità di passare ad un sistema progressivo, propongono diversi modelli di tassazione maggiormente incentrati sulla equità e sulla uguaglianza so­stanziale.

D’altro canto, anche la ricerca di forme di prelievo che tengano conto, sia delle esigenze strettamente economiche, sia dei valori di solidarietà che caratterizzano i paesi europei può “stemperare” la tradizionale tensione tra eco­nomisti e giuristi.

Come scriveva Guido Calabresi, «if lawyer-economists do not make the mistake of claiming too much for what they are doing, and if they are willing to work at defining and analyzing pretty good instruments leading toward the just society, philosophers ought not be troubled» [32].

Note

[1] Contributo non soggetto a revisione esterna.

[2] Prova ne sia anche la pubblicazione del recente contributo del Prof. GALLO, Il diritto e l’economia. Costituzione, cittadini e partecipazione, in Rasstrib., 2016, p. 287, nonché in Contr. e Impresa, 2016, p. 616. Per ampie considerazioni sistematiche v., ancora, GALLO, Le ragioni del fisco, Bologna, 2011.

[3] Per un’analisi approfondita di tali problematiche v., in particolare, MATTINA, La protezione dei diritti umani, in AA.VV., La sfida dell’allargamento, a cura di Mattina, Bologna, 2004, p. 145 ss.

[4] Osserva BIASCO, I danni della concorrenza fiscale in Europa, in Rasstrib., 2015, p. 120 che «nella imposizione diretta, la convergenza verso soluzioni comuni dei sistemi nazionali consiste solo nell’imitazione di istituti introdotti in altri paesi europei, che i singoli paesi scelgono qua e là in un bricolage discrezionale, visto che la varietà di soluzioni date altrove rende difficile far riferimento a una costruzione da prendere come benchmark ... Persino sui principi non vi è uniformità se consideriamo che il principio della progressività dell’impo­sta personale è disatteso in numerosi paesi che adottano una flattax. E ciò fa pensare che lo stesso modello sociale europeo stia diventando un’astrazione che attiene a un numero limitato di paesi dell’Unione».

[5] CLARICH, Profili giuridici della sicurezza economica nell’età della crisi, in Giur. comm., 2012, p. 357. Sul punto v., da ultimo, soprattutto con riferimento ai possibili conflitti tra diritti costituzionali e diritti UE, l’approfondita analisi di GIUBBONI, Diritti e solidarietà in Europa. I modelli sociali nazionali nello spazio giuridico europeo, Bologna, 2012, p. 169 ss., nonché di PINELLI, I rapporti economico-sociali fra Costituzione e Trattati europei, in AA.VV., La Costituzione economica Italia-Europa, a cura di Pinelli-Treu, Quaderni Astrid, Bologna, 2010, p. 23 ss.

[6] Per considerazioni relative alle politiche europee v. GALLO, Giustizia sociale e giustizia fiscale nella prospettiva dell’Unificazione europea, in Dir. prat. trib., 2014, p. 10001.

[7] Per le diverse ricostruzioni v., da ultimo, GIOVANNINI, Ripensare la capacità contributiva, in Dirprattrib., 2016, I, p. 10015; STEVANATO, La giustificazione sociale dell’imposta. Tributi e determinabilità della ricchezza tra diritto e politica, Bologna, 2014; AA.VV., L’evoluzione del sistema fiscale e il principio di capacità contributiva, a cura di Melis-Salvini, Padova, 2014.

[8] Su tali profili v. l’autorevole saggio di CHIASSONI, Modelli economici e scienza del diritto: considerazioni introduttive, in Arsinterpretandi, 2014, p. 7.

[9] Sul punto v., tra gli altri, BILANCIA, Note critiche sul cd. “Pareggio di Bilancio” retro, 2012, p. 349; FRANSONI, Stato di diritto, diritti sociali, libertà economica e principio di capacità contributiva (anche alla luce del vincolo del pareggio di bilancio), in Rivdirtrib., I, 2013, p. 1049; CABRAS, Pareggio di bilancio, in AA.VV., TreccaniIl libro dell’anno del diritto 2013, Roma, 2013, p. 301. Per interessanti considerazioni, anche con riferimento alle diverse “funzioni” della spesa pubblica v. anche, da ultimo, MURARO, Etica e spesa pubblica, in Neotera, n. 2, 2015, p. 55.

[10] Con specifico riferimento al profilo della progressività, GIOVANNINI, Il limite quantitativo all’imposizione nel principio costituzionale di progressività, in Rasstrib., 2015, p. 1340; ID., Equità impositiva e progressività, in Dirprattrib., 2015, p. 10675; ID., Il re fisco è nudo, Milano, 2016.

[11] GALLO, Ancora in tema di uguaglianza tributaria, in Riv. dir. fin. sc. fin., 2013, p. 330. Sulla valenza giuridica, oltre che ideologica, del principio di progressività v. anche MARONGIU, La concezione etica del tributo, in Neotera, n. 2, 2015, p. 17.

[12] Su tali profili, oltre alla bibliografia già citata, v. ancora GALLO, Ancora in tema di ugua­glianza tributaria, cit., p. 321. Sullo specifico profilo della flat tax e sul dibattito che si è venuto a creare nel corso degli anni v., per tutti, SCHIAVOLIN, Flat tax, equa tassazione de reddito e principio di progressività, in Rivdirtrib., 2006, I, p. 291. Per un approccio estremamente critico v., da ultimo, LUPI-SBROIAVACCA, Flat Tax tra esperienze poco indicative e utile provocazione, in Dialoghi trib., 2015, p. 19.

[13] Per un interessante excursus delle diverse teorie economiche relative alla flat tax, proprio con riferimento ai paesi dell’est europeo v. VILLANI, La flat tax, l’Europa e i paesi dell’Est, in Riv. dir. trib. int., 2011, p. 395. Sul punto v. MAKSIMOVSKA-VELJANOVSKI-PENDOVSKA-NE­SHOVSKA KJOSEVA, Open Door Tax Policy for Foreign Direct Investments in South Eastern Europe: Tax Incentives and Flat Tax in Action, in Intertax, 2015, p. 730. Con specifico riferimento alla riforma della Slovacchia v. l’approfondito lavoro, anche in chiave di impatto economico, di REMETA-PERRET, JAREŠ-BRYS, Moving Beyond the Flat Tax – Tax Policy Reform in the Slovak Republic, OECD Taxation Working Paper, n. 22, 2015. Sulla flat tax v. anche OWENS, Flat Taxes: Myths and Realities, in Bulletin for International Taxation, 2013, p. 679.

[14] VILLANI, opcit., p. 397.

[15] VILLANI, opcit., p. 395. Sulle esperienza negative, in termini di effetti sul rapporto tra gettito fiscale e PIL v. LUPI-SBROIAVACCA, op. cit.

[16] Sul punto, anche per l’ampia bibliografia ivi citata, SCHIAVOLIN, opcit., p. 296.

[17] Sulle ragioni della evasione e dell’elusione v. l’interessantissimo lavoro di ZUCMAN, The hidden wealth of nations, Chicago, 2015.

[18] Sull’impatto economico dei diversi livelli di tassazione v. KAPLOW, The theory of taxation and public economics, Princeton, 2011; SALANIÈ, The economic of taxation, Cambridge, 2011.

[19] Su tali profili v. i diversi ed interessanti contributi contenuti in AA.VV., Philosofical exploration of Justice and Taxation, a cura di Gaisbauer-Schweiger-Sedmak, Springer, 2015.

[20] GORODNICHENKO-MARTINEZ VAZQUEZ-SABIRIANOVA PETER, Myth and Reality of Flat Tax Reform: Micro Estimates of Tax Evasion Response and Welfare Effects in Russia, in Journal of Political Economy, 2009, p. 504.

[21] Notevoli spunti nei modelli economici proposti da FARHI-WERNING, Estate Taxation with Altruism Heterogenity, in The American Economic Review, 2013, p. 489. Interessanti considerazioni “critiche” rispetto ai modelli tradizionali in MANKIW, Defending the one percent, in The Journal of Economic Perspectives, 2013, p. 21. Su tali profili v. lo stimolante lavoro di HOLMES-SUNSTEIN, The costs of rights: why liberty depends on taxes, New York, 1999, tradotto in Italia nel 2000 per i tipi de Il Mulino. Sui diversi impatti della flat tax v., anche GASTALDI-SALVEMINI, Una proposta per ridisegnare la curva delle aliquote marginali dell’im­posta personale sul reddito, in Riv. dir. fin. sc. fin., 2007, I, p. 3.

[22] Tra i più rilevanti contributi teorici ci limitiamo a rinviare ai noti e classici contributi di KAPLOW, Rules Versus Standards: An Economic Analysis, in Duke Law Journal, 1992, p. 557; POSNER, Economic Analysis of Law, New York, 1998; WEISBACH, Formalism in the Tax Law, in Chicago Law Review, 1999, p. 860. Per un’ampia disamina delle diverse scuole di pensiero v., nella dottrina italiana, A. AMATUCCI, Il contributo dell’Economic Analysis of Law alla metodologia del diritto tributario, in AA.VV., Studi in onore di Enrico De Mita, Napoli, 2012, p. 17.

[23] Sul punto v. l’autorevole ed efficace contributo di DENOZZA, Il modello dell’analisi eco­nomica del diritto: come si spiega il tanto successo di una tanto debole teoria?, in Arsinterpretandi, 2013, p. 43. Del medesimo autore, su tale tematica, Norme efficienti: l’analisi economica delle regole giuridiche, Milano, 2002; ID.,Diritto e potere in un mondo senza costi di transazione: un saggio sulla funzione legittimante della normativa Coasiana, in Riv. dir. priv., 2009, p. 31; ID., Norme, principi e clausole generali nel diritto commerciale: un’analisi funzionale, in Riv. crit. dir. priv., 2011, p. 392 ss.

[24] Sul punto v., per tutti, lo straordinario contributo di RASKOLNIKOV, Accepting the limits of tax law and economics, in Cornell Law Review, 2013, p. 523.

[25] Sulla possibilità di introdurre tipologie di flat tax accompagnate a “robuste imposte patrimoniali” v. GALLO, Ancora in tema di uguaglianza tributaria, cit., p. 332.

[26] Per interessanti considerazioni di carattere economico, anche con riferimento alla flat tax v. BERNARDI, Economic crisis and taxation in Europe, in Riv. dir. fin. sc. fin., 2011, I, p. 175.

[27] Sul punto v., in particolare, GIOVANNINI, Il limite quantitativo all’imposizione nel principio costituzionale di progressività, in Rasstrib., 2015, p. 1340; LUPI-STEVANATO-CERMI­GNANI, La patrimoniale: un dialogo sussidiario al di là degli slogan, in Dialoghi trib., 2015, p. 265; MARELLO, Diseguaglianza, consenso, visibilità: riflessioni sull’introduzione di un’imposta generale sul patrimonio, in Rasstrib., 2014, p. 1069; GIOVANNINI, Imposizione patrimoniale e capacità contributiva, in AA.VV., L’evoluzione del sistema fiscale e il principio di capacità contributiva, a cura di Melis-Salvini, Padova, 2014, p. 270; MARINI, Le nuove imposte patrimoniali, in Treccani. Il Libro dell’anno del diritto, Roma, 2013; GALLO, Le ragioni del fisco, Bologna, 2009; MARELLO, Contributo allo studio delle imposte patrimoniali, Torino, 2006. Da ultimo, anche per ampie considerazioni di carattere sistematico, v. STEVANATO, La giustificazione sociale dell’imposta. Tributi e determinabilità della ricchezza tra diritto e politica, Bologna, 2014.

[28] Si pensi, a titolo meramente esemplificativo, al settore del “trasporto aereo privato” nell’ambito del quale sono stati introdotti specifici tributi ma di scarsa rilevanza. Sul punto sia concesso rinviare a MONTANARI, I contratti del trasporto aereo nel sistema tributario italiano, in AA.VV., I trasporti nel sistema tributario italiano ed europeo, a cura di Del Federico-Verrigni, Padova, 2015.

[29] GIOVANNINI, Equità impositiva e progressività, cit., p. 10678.

[30] Per taluni spunti su tale tematica v. DEL FEDERICO, La giustificazione etica e costituzionale dei tributi paracommutativi, in Neotera, n. 2, 2015, p. 47.

[31] GALLO, Ancora in tema di uguaglianza tributaria, cit.

[32] CALABRESI, About Law and Economics: A Letter to Ronald Dworkin, in Hofstra Law Re­view, 1980, p. 561.