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Rifiuto di mediazione tributaria e condanna alle spese del giudizio

Chiara Gioè

L'art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c., prevede che il giudice, se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanni la parte che abbia rifiutato tale proposta senza giustificato motivo al pagamento delle spese maturate dopo la sua formulazione, fatti salvi i casi di compensazione. Sebbene tale disposizione utilizzi il termine “conciliazione” non sembra possa limitarsene l’ambito di operatività alle sole ipotesi che vengono formalmente così denominate dal legislatore. È importante verificare, pertanto, se sussista per il giudice tributario la possibilità di applicare tale norma anche nel caso in cui la sentenza dovesse corrispondere esattamente al contenuto della proposta di mediazione, avanzata – ai sensi dell’art. 17-bis, D.Lgs. n. 546/1992 – dalla parte risultata soccombente e ingiustificatamente rifiutata dalla parte risultata vittoriosa in giudizio.

PAROLE CHIAVE: mediazione - reclamo - spese - conciliazione - art. 91 c.p.c.

The denial of tax mediation and the order to pay the costs of the proceedings

Art. 91, para. 1, final part, of the Civil Procedure Code, states that, if the judge accepts the request not beyond the extent of the conciliation proposal, he shall order the part who refused the mentioned proposal without any justifiable reason to pay the costs of the proceedings accrued after such proposal was made. This regulation does not apply in case of compensation of the abovementioned costs. Even though this regulation mentions the term “conciliation”, it should be wondered whether its field of application shall be restricted only to those cases provided for by legislator. Insofar, it should be ascertained whether the tax court might apply this provision even in cases where the decision should exactly match the content of the mediation proposal, proposed – as to Art. 17-bis, Legislative Decree No. 546/1992 – by the losing part and unreasonably refused by the winning part in the proceedings.

Keywordsmediation, petition, costs, conciliation, art. 91 of the Civil Procedure Code

1. Il rifiuto della proposta conciliativa e la condanna alle spese del giudizio nel codice di procedura civile

La disposizione dell’art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c., di recente introdotta nel nostro ordinamento con la riforma del sistema processuale civile del 2009, prevede che il giudice, se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanni la parte che abbia rifiutato tale proposta senza giustificato motivo al pagamento delle spese maturate dopo la sua formulazione, fatti salvi i casi di compensazione [1].

Si tratta di un’ipotesi di condanna che prescinde dalla soccombenza, in cui la responsabilità per le spese non è legata alla sussistenza o meno del diritto sostanziale, ma all’apprezzamento del comportamento processuale. La possibilità di disporre la condanna anche a carico della parte vincente, che non abbia accettato la proposta conciliativa nei limiti e nei termini poi ripresi dalla sentenza, trova giustificazione nel fatto che, sulla base di motivazioni incongrue, non ha voluto evitare il giudizio [2].

Parte della dottrina interpreta tale norma come uno strumento per infliggere una speciale sanzione alla parte colpevole di aver rifiutato ingiustificatamente una proposta conciliativa [3]; secondo altra impostazione, invece, si tratterebbe di un diverso regime di regolamentazione delle spese di lite, con­nesso ad una vicenda (processuale o pre-processuale) incidentale, sia pure con funzione sanzionatoria [4].

Nell’uno e nell’altro caso il rifiuto di aderire alla proposta conciliativa formulata da controparte viene ritenuto in contrasto con i doveri di lealtà e probità [5] e costituisce causa determinante dell’instaurazione o prosecuzione del giudizio.

È indubbio che la ratio di tale previsione legislativa sia quella di evitare la compensazione delle spese nei casi di soccombenza reciproca e quindi di ac­coglimento parziale della domanda, nelle ipotesi in cui una delle parti avesse già ragionevolmente prospettato all’altra un punto di incontro per una soluzione bonaria della controversia. Il fine è quello di sanzionare le condotte di abuso del giudizio [6] e di ridurre, in un’ottica deflattiva, il ricorso allo strumento processuale.

La norma, infatti, impone maggiori oneri (sotto forma non solo di spese di lite, ma anche di “sanzioni civili” [7]) a carico di chi non riflette con ragionevolezza sulla possibilità di trovare un accordo per evitare la lite ed evidenzia l’opportunità di valutare con la dovuta attenzione il rapporto costi/benefici nell’assumere la decisione di instaurare un giudizio.

Si tratta di un principio già sancito dalla giurisprudenza di legittimità, ancor prima dell’introduzione della norma in commento [8], e che trova dei precedenti, sia pure con diverse sfumature, in altre norme processuali [9].

L’art. 91 c.p.c. non contiene una definizione del giustificato motivo di rifiuto della proposta conciliativa, né essa può essere rinvenuta nelle altre disposizioni del codice di procedura civile che utilizzano tale espressione [10].

Il parametro al quale dovrà ispirarsi il giudice nel decidere sulle spese può essere rintracciato nella «misura dell’interesse a proseguire la lite» [11], interesse da non intendere nell’accezione di cui all’art. 100 c.p.c. [12], ma in senso economico-patrimoniale [13].

Non si potrà tenere conto, pertanto, di ragioni meramente soggettive, come la convinzione della parte circa la fondatezza delle proprie ragioni, o il suo interesse di natura morale alla pronunzia (c.d. questioni di principio). Allo stesso modo non potrà essere presa in considerazione l’eventuale impossibilità di far fronte agli oneri economici nascenti dalla conciliazione [14].

Se si ammettessero ragioni soggettive, come quelle sopra esemplificate, l’ambito di operatività della norma risulterebbe drasticamente ridotto, poiché il rifiuto della proposta conciliativa finirebbe per risultare il più delle volte giustificato.

Ciò che il giudice sarà chiamato a valutare al fine di escludere la condanna alle spese è, piuttosto, il risultato che la parte non conciliante ha conseguito al termine del giudizio: occorre stabilire se e quale minor vantaggio (di carattere patrimoniale) essa avrebbe ricevuto dall’accettazione della proposta rispetto alla decisione.

In altri termini, per valutare il giustificato motivo di rifiuto, il giudice dovrà porsi al tempo nel quale è stata formulata la proposta e stabilire, sulla base delle emergenze processuali di quel momento, se la previsione della parte, non conciliante, sull’esito del giudizio ritenuto economicamente più vantaggioso, sia stata fondata o meno [15].

Si tratta di un’indagine non poco complessa, che non deve tradursi nel sacrificio del diritto di agire o resistere in giudizio, costituzionalmente garantito, col rischio di qualificare come ingiusto il diritto all’azione [16].

Quel che il legislatore si propone, infatti, è soltanto di impedire l’abuso o l’uso distorto del processo.

Non può sfuggire la portata innovativa della norma anche negli altri processi, nei quali essa trova applicazione, soprattutto per il rafforzamento che ne deriva per gli istituti di definizione stragiudiziale delle controversie.

2. L’applicazione al processo tributario dell’art. 91, comma 1, seconda parte, c.p.c.

A seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 non sussistono dubbi sull’applicabilità dell’art. 91 c.p.c. al processo tributario.

Il decreto sul nuovo contenzioso, da un lato, ha disposto l’espressa abrogazione dell’art. 39 del D.P.R. n. 636/1972, che escludeva l’applicabilità al procedimento davanti alle Commissioni tributarie degli artt. da 90 a 97 c.p.c.; dall’altro, all’art. 1, comma 2, ha previsto un rinvio generale alle disposizioni del codice di procedura civile, disponendo, com’è noto, che «i giudici tributari applicano le norme del presente decreto e, per quanto da esse non disposto e con esse compatibili, le norme del codice di procedura civile» [17].

Nel caso di specie sussistono entrambe le condizioni per l’operatività del rinvio rappresentate dall’omessa previsione della fattispecie da parte del D.Lgs. n. 546/1992 [18] e dalla sussistenza di compatibilità tra la norma del codice di procedura civile da applicare e le disposizioni del D.Lgs. n. 546/1992.

Invero, nessuna norma del processo tributario regolamenta la stessa fattispecie, né una fattispecie analoga a quella prevista dall’art. 91, comma 1, ultimo periodo, c.p.c.; quanto alla compatibilità la previsione, nel sistema contenzioso in materia fiscale, di una serie di strumenti deflattivi e di definizione alternativa al giudizio, rappresenta un alveo già tracciato nel quale la norma procedurale in commento trova congrua allocazione [19].

L’applicabilità al contenzioso tributario della norma in commento è stata, peraltro, riconosciuta anche dall’Agenzia delle Entrate, nella Circolare emanata in sede d’interpretazione del nuovo regolamento in tema di spese introdotto dalla L. n. 69/2009, ove è stato espressamente previsto che «la citata disposizione possa trovare applicazione anche nel processo tributario» [20].

L’applicabilità di un articolo del codice di procedura civile al contenzioso tributario, però, non comporta in modo automatico la sua operatività anche con riferimento a tutti gli istituti disciplinati in seno al testo legislativo che disciplina tale contenzioso.

Occorrerà, pertanto, accertare la compatibilità della norma in commento con la procedura prevista dall’art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/1992 e verificare, in particolare, se alla “proposta conciliativa” di cui all’art. 91 c.p.c. possa essere ricondotta anche la proposta di mediazione.

3. La compatibilità con la disciplina in tema di mediazione di cui all’art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/1992

«La procedura di cui all’art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/1992 [21] prevede che la parte soccombente sia condannata, in aggiunta alle spese di lite, al pagamento di una somma pari al 50 per cento di tali spese, a titolo di rimborso per la fase del reclamo.

La norma, così come formulata, prende in considerazione l’ipotesi in cui l’instaurazione del giudizio sia stata provocata dal rifiuto della proposta di mediazione [22] da parte di chi risulterà poi soccombente in giudizio, cioè da parte di chi otterrà una sentenza che si attesti sulla proposta di mediazione o sia più sfavorevole».

Ma il giudizio, oltre che a seguito del rifiuto della proposta di mediazione da parte di chi poi sarà soccombente, potrebbe esser provocato anche dalla mancata adesione alla suddetta proposta da parte del soggetto che risulterà poi vincitore.

Un caso limite è quello in cui la sentenza emessa dal giudice tributario dovesse corrispondere esattamente al contenuto della proposta di mediazione rifiutata dalla parte risultata poi vittoriosa in giudizio.

In una fattispecie come questa, la parte soccombente, sebbene abbia cercato di evitare la prosecuzione del giudizio facendosi promotrice di una proposta di mediazione, poi in concreto risultata ragionevole alla luce della sentenza, sarebbe ugualmente costretta a pagare, in aggiunta alle spese di lite, un importo pari al cinquanta per cento di tali spese a titolo di rimborso delle spese sostenute nella fase del reclamo-mediazione.

Occorre verificare se sussista per il giudice tributario la possibilità di applicare la disposizione prevista dall’art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c. e quindi condannare alle spese la parte pur risultata vittoriosa.

Sebbene tale articolo utilizzi il termine “conciliazione” non sembra possa limitarsene l’ambito di operatività alle sole ipotesi che vengono formalmente così denominate dal legislatore (come avviene per la conciliazione in ambito tributario, o per la conciliazione ex art. 185 c.p.c., in materia civile).

Una simile interpretazione ridurrebbe eccessivamente l’ambito di applicabilità della norma e non risponderebbe alla ratio della stessa, tendente a prevenire e a sanzionare le c.d. ipotesi di abuso dello strumento processuale.

Il termine “conciliazione” va inteso, piuttosto, in senso estensivo e quindi va riferito a tutte le ipotesi in cui una delle parti abbia proposto all’altra di definire la lite tramite un accordo.

Ciò si verifica sia nel caso in cui il tentativo venga avanzato in corso di giudizio, sia nel caso in cui venga formulato in sede extragiudiziale, anche pri­ma che venga instaurato il processo [23].

Va attribuita rilevanza alla circostanza che si tratti di una proposta di accordo formulata all’interno di un procedimento regolamentato dalla legge e non di un tentativo di accordo informale, avanzato in fase stragiudiziale dal legale di una delle parti, perché in quest’ultimo caso troverebbe applicazione la disposizione del codice deontologico che vieta di produrre in giudizio le proposte di transazione e/o conciliazione [24].

Va considerato che la norma prevista dall’art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c., è stata introdotta in materia civile con riferimento ad ipotesi di conciliazione facoltativa, tra le quali rientra quella disciplinata dall’art. 185 c.p.c. [25]; essa, pertanto, dovrebbe applicarsi a fortiori nel caso che ci occupa, in cui l’istanza previa all’Agenzia delle Entrate, ai sensi dell’art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/1992, è stata prevista come obbligatoria.

Il rifiuto della mediazione ben può assimilarsi a quello avente ad oggetto una proposta di conciliazione tributaria, atteso che la procedura di cui al­l’art. 17 bis può considerarsi un’anticipazione di quella disciplinata dall’art. 48 del medesimo decreto [26].

Appare sostenibile che il divieto di ricorso alla conciliazione nei giudizi preceduti dall’istanza di reclamo-mediazione, previsto dal comma 1 dell’art. 17 bis, sia finalizzato ad evitare la duplicazione di un tentativo “transattivo” [27] e denota un’ampia analogia tra i due istituti.

È da ritenere che qualora venisse formulata da una delle parti una proposta di mediazione, rifiutata dall’altra parte senza giustificato motivo, il giudice, in sede di regolamento delle spese di giudizio, potrebbe condannare la parte la cui domanda sia stata accolta in misura non superiore alla proposta rifiutata, al pagamento delle spese ex art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c.

In questo caso potrebbe verificarsi anche che sia condannata a pagare le spese la parte integralmente vincitrice, ove il soggetto che ha rifiutato la proposta di mediazione, abbia rinunciato nel corso del giudizio alla parte della domanda originaria eccedente la suddetta proposta.

In tale ipotesi la sentenza si tradurrebbe nell’accoglimento integrale della richiesta formulata dall’ufficio, così come modificata rispetto a quella risultante dall’atto impositivo, o alla richiesta del contribuente, così come rimodulata rispetto a quella espressa in seno al reclamo.

Negli altri casi sussisterebbe la soccombenza reciproca [28].

Certamente l’applicazione dell’art. 91 c.p.c., in caso di mancato accoglimento di una proposta di contenuto equivalente al risultato ottenuto in giudizio, incrementerebbe le possibilità di successo della mediazione, con un effetto significativo in termini di decongestionamento del contenzioso tributario.

«D’altronde, soltanto gravando di responsabilità i soggetti coinvolti nella procedura prevista dall’art. 17 bis, tale filtro obbligatorio potrà costituire un reale strumento deflattivo, evitandosi così che possa produrre l’unico effetto di prolungare ulteriormente i tempi per ottenere giustizia [29].

Fin qui si è esaminata la possibilità di applicare il disposto dell’art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c., alle ipotesi in cui, senza giustificato motivo, la proposta di mediazione (il cui contenuto venga poi riproposto in sentenza) venga rifiutata dalla parte poi risultata vittoriosa in giudizio».

Non diversa, tuttavia, è l’ipotesi in cui il rifiuto della proposta di mediazione pervenga dal soggetto risultato poi soccombente, sebbene la disciplina delle spese trovi in questo caso specifica regolamentazione all’interno dell’art. 17 bis del D.lgs. n. 546/1992.

«Va rilevato che anche nel caso in cui la proposta di mediazione venga ingiustificatamente rifiutata dalla parte soccombente, l’applicazione della disposizione dell’art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c. non comporterebbe un cumulo illegittimo tra la condanna ivi prevista e quella disciplinata dalla normativa sul reclamo».

A sostegno di tale affermazione va evidenziato che la norma di cui all’art. 17 bis, comma 10, D.Lgs. n. 546/1992 presenta uno spazio di operatività ristretto, essendo propria del procedimento di mediazione tributaria, a differenza della disposizione prevista in materia di riparto della spese di lite in ambito processual-civilistico [30].

Il disposto dell’art. 91 c.p.c. riguarda la disciplina delle spese di lite sostenute dalla parte successivamente alla proposta di mediazione, mentre l’art. 17 bis, comma 10, D.Lgs. n. 546/1992 opera esclusivamente per le spese della procedura di reclamo-mediazione.

La parte soccombente, pertanto, in caso di cumulo, non subirebbe una doppia condanna per il medesimo titolo.

Note

[1] Tale disposizione è stata inserita alla fine del comma 1 dell’art. 91 c.p.c. dall’art. 45, comma 10, della L. 18 giugno 2009, n. 69. Gli interventi che hanno interessato le spese di lite costituiscono una delle novità più significative delle novelle sul processo civile degli ultimi anni. Scelte analoghe a quelle compiute in ambito civilistico sono state adottate dal legislatore anche in sede di riforma del processo amministrativo (si veda al riguardo quanto previsto dal D.Lgs. n. 104/2010, che all’art. 26 richiama espressamente gli artt. da 91 a 97 del codice di rito).

[2] «L’art. 91 c.p.c., lungi dal sanzionare la carenza di spirito conciliativo, è in buona sostanza volto a stigmatizzare il contegno processuale della parte. Con l’ovvia conseguenza che, per questa via, esso finisce per disancorare risolutamente, almeno sotto questo particolare punto di vista, la responsabilità processuale dalla soccombenza», CORDOPATRI, L’abuso del processo nel diritto positivo italiano, in Riv. dir. proc., 2012, p. 878. Sull’opportunità di sganciare la condanna alle spese del giudizio dalla soccombenza, ID., Un principio in crisi: victus victori, in Riv. dir. proc., 2011, p. 265 ss.; ID., L’abuso del processo, Padova, 2000, p. 770 ss. In senso contrario Cass., 17 marzo 2004, n. 540; e ancor prima Cass., sez. un., 16 gennaio 1986, n. 210. Per la dottrina che rinviene nell’art. 91 c.p.c. una norma preordinata a promuovere l’intento conciliativo, v. NAPPI, Art. 91 c.p.c., in Codice di procedura civile com­mentato, a cura di Consolo, Milano, 2010, p. 1004 ss.

[3] V. BRIGUGLIO, Le novità sul processo ordinario di cognizione nell’ultima ennesima riforma in materia di giustizia civile, in www.judicium.it.; BOVE-SANTI,Il nuovo processo civile tra modifiche attuate e riforme in atto, Parte I, Matelica, 2009, 1.10.

[4] V. ACIERNO-GRAZIOSI, La riforma del 2009 nel primo grado di cognizione: qualche ritocco o un piccolo sisma?, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2010, p. 163.

[5] Sulla possibilità di richiamare ed applicare in via interpretativa l’art. 88 c.p.c. da parte dei giudici tributari v. GALLO, Deontologia ed etica giudiziaria: alcune riflessioni in margine alla giurisdizione tributaria, in Dir. prat. trib., 2001, I, p. 22 ss. Per un commento all’art. 88 c.p.c., v. ZUCCONI GALLI FONSECA, Commento sub art. 88, in Commentario breve al codice di procedura civile, a cura di Carpi-Taruffo, Padova, 2012, p. 335 ss.; SCARCELLI, Lealtà e probità nel compimento degli atti processuali, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1998, p. 91 ss.

[6] ARMONE-PORRECA (La mediazione tra processo e conflitto, in Foro it., 2010, p. 2237) usano l’espressione «abuso della giurisdizione». Per un’approfondita indagine storica sul tema si rinvia a CORDOPATRI, L’abuso del processo nel diritto positivo italiano, cit., p. 85 ss. «Sul piano teorico si suole eleggere a parametro ricostruttivo della nozione di abuso del diritto il difetto di interesse unito all’interesse di nuocere, oppure la modalità anomala e scorretta dell’esercizio del diritto, cioè la valutazione della faute o della contrarietà alla buona fede oggettiva, o, ancora, il bilanciamento degli interessi; o, infine, la deviazione del potere dallo scopo istituzionale», ivi, p. 89. Sulla differenza tra abuso del diritto e abuso del processo e sul loro collegamento ontologico, v. COMELLI, L’abuso del processo, con particolare riferimento al processo tributario, in Dir. prat. trib., 2012, p. 759 ss., per il quale non sussiste una contrapposizione tra diritto e processo, ma semmai una continuità ontologica, collegata alla proiezione sul versante processuale della tutela delle situazioni giuridiche soggettive. Sull’abuso del diritto, si vedano, tra gli altri, gli scritti di TARUFFO, L’abuso del processo: profili generali, in Riv. trim. dir. proc., 2012, p. 117 ss.; GHIRGA, Abuso del processo e sanzioni, Milano, 2012. Con specifico riferimento alla materia fiscale, senza presunzione di completezza, v. BASILAVECCHIA, L’autonomia contrattuale recupera sull’abuso del diritto, in GT-Riv. giur. trib., 2011, p. 287 ss.; FALSITTA,Spunti critici e ricostruttivi sull’errata commistione di simulazione ed elusione nell’onnivoro contenitore detto “abuso del diritto”, in Riv. dir. trib., 2010, II, p. 349 ss.; ID., Corso istituzionale di Diritto Tributario, Padova, 2012, p. 122 ss.; FRANSONI, Appunti su abuso di diritto e “valide ragioni economiche”, in Rass. trib., 2010, p. 932 ss.; LOVISOLO, Abuso del diritto e clausola generale antielusiva, alla ricerca di un principio, in Riv. dir. trib., 2009, I, p. 49 ss.; SCHIAVOLIN, L’elusione fiscale come abuso del diritto: allo state dell’arte, più problemi che soluzioni, in Atti del Convegno Elusione Fiscale. La nullità civilistica come strumento generale antielusivo”,Padova, 15 settembre 2006, in Il Fisco, p. 15010 ss.; CORRADO, Elusione tributaria, abuso del diritto (comunitario) e inapplicabilità delle sanzioni amministrative, in Riv. dir. trib., 2010, I, p. 551 ss.; STEVANATO, Abuso del diritto, imposta di registro ed applicabilità delle sanzioni: continua l’“escalation”, in Dialoghi trib., 2012, p. 671 ss.

[7] Di meccanismo sanzionatorio parla anche la Relazione al Senato per il disegno di legge di riforma del processo civile, poi recepito nella L. n. 69/2009.

[8] Significativa al riguardo è la sentenza della Suprema Corte in cui si riconosce quale legittimo motivo di compensazione delle spese «un comportamento processuale ingiustificato restio a proposte conciliative plausibili in relazione alle concrete risultanze processuali», v. Cass., sez. un., 30 luglio 2008, n. 20598.

[9] Il riferimento va, in primo luogo, all’art. 13, comma 1, D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28 (di recente modificato dall’art. 84 del D.L. 21 giugno 2013, n. 69) che, in materia di mediazione civile, regola espressamente l’ipotesi in cui, a seguito del rifiuto di una delle parti della proposta di accordo di mediazione, formulata dall’altra, venga emanata una sentenza di contenuto esattamente corrispondente alla proposta rifiutata, prevedendo in tal caso che il giudice escluda la ripetizione delle spese (riferibili al periodo successivo alla formulazione della proposta) da parte del vincitore che avrebbe potuto accettare la proposta conseguendo il medesimo risultato e lo condanni al pagamento delle spese in favore del soccombente (relative allo stesso periodo), oltre al versamento di una somma pari al contributo unificato e alle indennità corrisposte per la mediazione. Altri precedenti possono essere rintracciati, in materia societaria, nell’art. 40, comma 5, del D.Lgs. n. 5/2003, poi abrogato dal­l’art. 23, comma 1, del D.Lgs. n. 28/2010 (che, con riferimento al procedimento di conciliazione stragiudiziale, prevedeva che il giudice, valutando comparativamente le posizioni assunte dalla parti e il contenuto della sentenza che definisce il processo dinanzi a lui, può anche escludere la ripetizione delle spese sostenute dal vincitore che abbia rifiutato la conciliazione e condannarlo alle spese sostenute dal soccombente), nonché nell’art. 16, comma 2, del medesimo decreto, poi abrogato dall’art. 54 della L. n. 69/2009 (che, con riferimento alla conciliazione giudiziale, ricollegava la condanna alle spese, anche della parte vittoriosa, al rifiuto di “ragionevoli proposte conciliative”), e ancora, nel rito del lavoro, al­l’art. 412, comma 4, c.p.c., nel testo precedente alle modifiche apportate dalla L. n. 183/2010 (ai sensi del quale il giudice avrebbe dovuto tenere conto delle risultanze del verbale di mancata conciliazione in sede di decisione sulle spese del successivo giudizio).

[10] V. art. 185, comma 1, c.p.c. (sul tentativo di conciliazione); art. 232, comma 1, c.p.c. (in tema di mancata risposta della parte all’interrogatorio nel processo di cognizione); art. 255, comma 1, c.p.c. (sulla mancata comparizione dei testimoni); art. 420, comma 1, c.p.c. (in materia di mancata comparizione delle parti all’udienza fissata per la discussione della causa).

[11] L’espressione è di PORRECA, La riforma dell’art. 96 c.p.c. e la disciplina delle spese nella l. 69/2009, in Giur. mer., 2010, p. 9.

[12] V. POTETTI, Novità della l. n. 69 del 2009 in tema di spese di causa e responsabilità aggravata, in Giur. mer., 2010, p. 940.

[13] Per un’illustrazione del criterio che deve seguire il giudice nel valutare l’ingiustificato rifiuto, v. GARRI, L’udienza di discussione: il ruolo del giudice conciliatore e il novum della proposta transattiva, in Quest. giust., 2010, p. 155.

[14] L’impossibilità di far fronte agli oneri economici della proposta conciliativa, quale giustificazione del suo rifiuto, presuppone una circostanza di fatto, che andrebbe dimostrata ed una conseguente istruttoria incidentale che, oltre che allungare i tempi della decisone, spesso non potrebbe neppure essere svolta, atteso che tale impossibilità, in molti casi, si presenterebbe dopo la scadenza dei termini assegnati per la formulazione delle istanze istruttorie. In questo sensoVACCARI, La disciplina delle spese nella media-conciliazione, in www. judicium.it, p. 4. L’Autore evidenzia un’ulteriore difficoltà applicativa della disposizione contenuta nell’art. 91, comma 1 seconda parte, c.p.c., rappresentata dalle operazioni di calcolo che il giudice deve compiere: egli, invero, è chiamato a determinare, separatamente, dapprima le spese sostenute fino al momento della proposta conciliativa dalla parte parzialmente vittoriosa e, successivamente, a procedere al calcolo delle spese sostenute dalla parte parzialmente soccombente nella frazione temporale che va dalla formulazione della proposta fino all’emanazione della sentenza (v. ivi, p. 620). Alla possibilità di operare la compensazione tra i due importi si è obiettato che la compensazione non può essere rilevata d’ufficio (art. 1242, comma 1, c.c.) e che, pertanto, in assenza di un’istanza di parte in tal senso, il giudice non potrebbe disporla, v. POTETTI, op. cit., p. 937. Propende, invece, per la possibilità del giudice di disporre la compensazione tra i due importi SCARSELLI, Le modifiche in tema di spese, in Foro it., 2009, V, p. 262.

[15] Alla luce di tale parametro, potrà certamente ritenersi giustificato il motivo di rifiuto di una proposta conciliativa derivante da una previsione sull’esito del giudizio risultata erronea a seguito di mutamenti giurisprudenziali sopravvenuti, o per essersi il giudice discostato da sue precedenti decisioni, v.VACCARI, op. cit., p. 4 ss.

[16] L’azione è essa stessa un diritto sostanziale, v. LIEBMAN, L’azione nella teoria del processo civile, in Studi in onore di F. Carnelutti, Padova, 1950, p. 438 ss. Una disciplina eccessivamente penalizzante per chi non ha accolto il tentativo dell’altra parte, potrebbe inibire, per timore delle conseguenze, l’accesso alla giustizia, anziché servire come serio incentivo alla cultura della soluzione in via stragiudiziale delle controversie. Sul punto v. CUFFARO, Spontaneità della conciliazione e obbligatorietà della mediazione, in Corr. mer., 2011, p. 12. Al riguardo va rilevato che una previsione rigorosa come quella disposta, ad esempio, per la mediazione civile dall’art. 13 del D.Lgs. n. 28/2010 (che prevede l’esclusione della ripetizione delle spese di lite per il vincitore che non abbia accettato la proposta di mediazione formulata da controparte, qualora venga emessa una sentenza di contenuto identico alla proposta rifiutata), se non accompagnata ad espressioni analoghe a quelle presenti in altre disposizioni (ad esempio “senza giustificato motivo” come nell’art. 91, comma 1, c.p.c., o formule equivalenti), oltre ad introdurre un sistema che contraddice il principio della soccombenza, finisce per escludere ogni margine di discrezionalità del giudice in merito alle spese, perché l’applicazione della “sanzione” si atteggia di fatto come automatica, risultando poco coerente con il dettato costituzionale che comunque consente la tutela giurisdizionale dei diritti. Sulla mediazione civile si vedano, tra gli altri, AA.VV., La mediazione civile e commerciale, a cura di Basso, Torino, 2010; PROTO-PISANI, Appunti su mediazione e conciliazione civile, in Foro it., 2010, p. 142 ss.; SCARSELLI, La nuova mediazione civile e commerciale, in Foro it., 2010, p. 144 ss.; AA.VV., Mediazione e conciliazione. Diritto interno, comparato e internazionale, a cura di Pera-Riccio, Padova, 2011; GLENDI, Procedimento di mediazione e processo civile, in Corr. trib., 2011, p. 796 ss.; RANDAZZO, Presupposti e disciplina dei modelli di mediazione, in Corr. trib., 2011, p. 764 ss.; SILLA, Efficacia esecutiva ed esecuzione dell’accordo, in Corr. trib., 2011, p. 783 ss. Per un confronto tra la mediazione tributaria e le mediazioni in ambito civile, v. GIOVANNINI, Reclamo e mediazione tributaria: per una riflessione sistematica, in Rass. trib., 2013, p. 58 ss.; PISTOLESI, Il reclamo e la mediazione nel processo tributario, in Rass. trib., 2012, p. 65 ss.

[17] Il rinvio alle disposizioni del codice di procedura civile non ha le caratteristiche di un rinvio materiale o ricettizio, volendo utilizzare locuzioni proprie di altri settori dell’espe­rienza giuridica. Appare sostenibile, muovendo da tale accostamento, che si tratti di un rinvio formale, per cui le norme richiamate si inseriscono nel corpus normativo richiamante, non già nella loro tralatizia immutabilità, ma continuando a far parte del corpus normativo da cui traggono vita e quindi conservando le caratteristiche intrinseche e gli specifici significati ivi assunti, restando conseguentemente condizionate, quanto alla loro sorte, a tutte le integrazioni costituzionali ed interpretative, oltre che alle possibili modifiche legislative, che nel loro ambito originario possono subire. L’analisi di raffronto tra la disciplina speciale del processo tributario e le norme del codice di procedura civile, pertanto, dovrà essere costantemente aggiornata, in relazione alle modifiche subite di volta in volta da entrambe le discipline; v. PARLATO, Nuove garanzie istruttorie nel processo tributario, in I° rapporto sulla Giustizia Tributaria in Sicilia, coordinato da Parlato, Palermo, 2005, p. 23 ss. Sul concetto di “rinvio” v. SANTI ROMANO, L’ordinamento giuridico, I, Pisa, 1918, p. 122 ss.; BALLARINO, Rinvio (dir. int. priv.), in Enc. dir., XL, 1989, p. 1005 ss.; BALLADORE PALDIERI, Le dottrine di Hans Kelsen e il problema dei rapporti tra diritto interno e diritto internazionale, in Riv. dir. int., 1935, p. 45 ss., citato da GLENDI, L’influenza delle recenti modifiche al codice di procedura civile sulla disciplina del processo tributario (anche in vista di una sua progettata riforma), in Dir. prat. trib., 1992, I, p. 108, nota 7.

[18] L’omessa previsione della fattispecie da parte del D.Lgs. n. 546/1992, ai fini dell’ope­ratività del rinvio alle norme del codice di procedura civile, andrà valutata anche attraverso un’interpretazione estensiva della norma che prevede tale rinvio, v. Circolare Ministero delle Finanze, 23 aprile 1996, n. 98/E.

[19] Sul punto si rimanda anche alle considerazioni di MANZON, La legge n. 69/2009 (interventi sul processo civile) ed il processo tributario. Primi rilievi, in Riv. dir. trib., 2009, p. 887 ss. L’autore classifica le disposizioni novellate del codice di procedura civile in materia di spese di lite quali “norme di sistema”, come tali di rilevanza fondamentale per il contenzioso tributario.

[20] «Si ritiene che la citata disposizione possa trovare applicazione anche nel processo tributario, ancorché la “conciliazione giudiziale” di cui all’art. 48 del D.Lgs. n. 546 del 1992 preveda una disciplina diversa dalla “proposta conciliativa” cui si riferisce l’art. 91 c.p.c.», v. Direzione Centrale Normativa e Contenzioso Agenzia delle Entrate, Circolare, 31 marzo 2010, n. 17/E.

[21] L’art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/1992, che disciplina – com’è noto – l’istituto del reclamo e della mediazione, è stato di recente modificato dall’art. 1, comma 611, lett. a), della L. 27 dicembre 2013, n. 147. Tra le novità introdotte è stato previsto che la mancata pre­sentazione dell’istanza rileva come causa di improcedibilità del successivo ricorso e non più come causa di inammissibilità. Sul punto si è di recente pronunziata anche la Corte costituzionale, con la sent., 16 aprile 2014, n. 98, affermando che la versione della mediazione tributaria (precedente alla suddetta modifica normativa) era incostituzionale nella parte in cui prevedeva, in caso di mancata proposizione, l’inammissibilità del successivo ricorso. Con questa previsione – precisavano i giudici rimettenti – si generava «un’irragionevole discriminazione tra il diritto del contribuente a corrispondere il giusto tributo e la potestà impositiva dell’Amministrazione finanziaria» e si pregiudicava irrimediabilmente in caso di errore il diritto di difesa del contribuente. Sul punto si rinvia a IORIO-AMBROSI, Corte Cost., 16 aprile 2014, n. 98 – Incostituzionale solo in parte la mediazione tributaria, in Il Fisco, 2014, p. 1848 ss. L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare, 12 febbraio 2014, n. 1/E, ha illustrato le novità dell’istituto del reclamo/mediazione a seguito delle modifiche introdotte nell’art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/1992 dalla L. n. 147/2013. Per un approfondimento critico dell’interpretazione fornita dall’Agenzia nella suddetta Circolare si rimanda a GIOVANNINI, Circ. n. 1/E del 12 febbraio 2014 – La disciplina “riveduta e corretta” del reclamo e della mediazione, in Il Fisco, 2014, p. 814 ss.

[22] Oltre che dal rifiuto dell’istanza di reclamo.

[23] In senso contrario PAGNI, La riforma del processo civile: la dialettica tra il giudice e le parti (e i loro difensori) nel nuovo processo di primo grado, in Corr. giur., 2009, p. 1320, il quale sulla base dell’origine della norma ne limita l’applicazione alle proposte conciliative che vengono formalizzate nel corso del processo.

[24] In senso contrario, attribuisce carattere primario all’art. 91 c.p.c. ritenendo che esso prevalga sulla norma deontologica, che dovrebbe ritenersi implicitamente abrogata, DE MARZO, Le spese giudiziali e le riparazioni nella riforma del processo civile, in Foro it., 2009, V, p. 367 (per l’ipotesi in cui la proposta provenga dalla parte personalmente); PORRECA, La nuova disciplina delle spese processuali tra tutela e sanzione, Relazione per l’incontro di Studi organizzato dal Csm, “La riforma delle norme sul rito civile introdotta dalla legge 18.06.2009 n. 69”, Roma 29 aprile 2010, 8, in www. appinter.csm.it//incontri.

[25] In ordine alla riferibilità dell’art. 91 c.p.c. alla fattispecie disciplinata dall’art. 185 c.p.c. v. PUNZI, Le riforme del processo civile e degli strumenti alternativi per la soluzione delle controversie, in Riv. dir. proc., 2009, p. 1213.

[26] In questo senso BASILAVECCHIA, Reclamo, mediazione fiscale e definizione delle liti pendenti, in Corr. trib., 2011, p. 2492, nota 5; GUIDARA-STEVANATO-LUPI, Mediazione fiscale: un provvedimento improvvisato su una strada giusta, in Dialoghi trib., 2012, p. 97 ss.; A. RUSSO, La condanna processuale “aggiuntiva” del reclamo-mediazione ed il confronto con gli art. 91 e 96 del codice di procedura civile, in Il Fisco, 2012, p. 7075. La procedura del reclamo sottende un’ispirazione transattiva, pur nel necessario rispetto dei principi di trasparenza, imparzialità e correttezza cui è soggetta l’azione amministrativa.

[27] L’espressione viene qui utilizzata in senso atecnico.

[28] Invero, l’accoglimento da parte del giudice della domanda di un parte, non integralmente, ma nella stessa misura della proposta di mediazione formulata da controparte, configurerebbe un’ipotesi di soccombenza reciproca.

[29] V. GRAZIANO, Le spese del giudizio tributario, in Corr. trib., 2009, p. 2679 ss.

[30] È sostenibile che nell’art. 91, comma 1, ultima parte, c.p.c., il legislatore utilizzi un’e­spressione dal contenuto estremamente ampio (“proposta conciliativa”) al fine di consentire l’applicazione del principio a vari istituti transattivi del nostro ordinamento processuale.


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