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Evasione fiscale e contrasto all'evasione in Italia: reticenze, resistenze e ipotesi di intervento

Vincenzo Visco

L'evasione fiscale è una caratteristica strutturale dell’economia italiana ed è legata ad altri comportamenti che caratterizzano l’illegalità economica, come corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, provvista di fondi neri, etc. Nel lavoro si evidenzia come sia possibile attuare una strategia che riduca della metà o di due terzi l’evasione fiscale italiana, conducendola così al livello di quella degli altri Paesi europei.

PAROLE CHIAVE: evasione fiscale - amministrazione finanziaria - accertamento - imposta sul valore aggiunto - recupero di gettito

Tax evasion and countermeasures in Italy: reticence, resistance and proposals of amendment

Tax evasion is a structural feature of the Italian economy and it is linked to other behaviors that characterize economic criminality, such as corruption, money laundering, self-money laundering, financing of blacks funds, etc. In the paper, the Author highli­ghts how it is possible to implement a strategy that reduces by half or two thirds the Italian tax evasion, leading its level to the average of other European countries.

Keywords: tax evasion, Tax Authorities, assessment, VAT, recovery of tax revenue

L’evasione fiscale è una caratteristica strutturale della economia italiana. Questo dato di fatto è ben noto e, per quanto sgradevole, è difficile negarlo.

L’evasione fiscale, inoltre, si pone al crocevia di tutti i principali comportamenti che caratterizzano l’illegalità economica, molto diffusa nel nostro Paese: la corruzione, il riciclaggio, l’autoriciclaggio, la provvista di fondi neri, presuppongono o richiedono una violazione delle norme tributarie. Per non parlare della economia illegale o criminale che per definizione si pone al di fuori delle regole normalmente applicate nel circuito legale degli affari.

L’evasione fiscale in Italia è molto più elevata di quella riscontrabile (e sti­mabile) in altri Paesi a sviluppo economico elevato. In base ai dati ufficiali [2] l’evasione delle 4 principali imposte del nostro ordinamento: IVA, IRPEF, IRES, IRAP superava nel 2013 i 91 miliardi di euro. Una cifra non dissimile per le stesse imposte era stata calcolata nel 2010 dal Centro Studi della Confindustria che, considerando anche l’evasione dei contribuenti sociali, arrivava ad una stima complessiva di 124-125 miliardi. Tornando all’allega­to alla Nota di aggiornamento, esso contiene anche una stima dell’evasione dell’IMU valutata in 5,5 miliardi. Il totale sale così a 130. A questa cifra va ancora aggiunta l’evasione delle accise e delle altre imposte minori, arrivando realisticamente intorno ai 140 miliardi [3], senza considerare l’economia illegale e criminale. Si tratta di poco meno di 9 punti di PIL, il 20% delle entrate fiscali, il 28-29% delle entrate tributarie. Da due a tre volte i risultati di analoghe stime effettuate per altri Paesi europei. Per quanto riguarda i livelli di evasione nella zona euro l’Italia è seconda solo alla Grecia.

Altre analisi sia di istituzioni che di singoli studiosi pervengono agli stessi risultati. Particolarmente numerosi sono gli studi relativi alla stima dell’eva­sione di singoli imposte o settori. La prima relativa all’IRPEF risale a oltre 30 anni fa [4], la più recente al 2008 ad opera di due economisti della Banca d’Italia [5]. Molto utili risultano anche le analisi dell’Istat sull’economia sommersa. I risultati che emergono da queste ricerche sono noti e convergenti e possono essere così sintetizzati: l’agricoltura è il settore che evade di più in assoluto (questo dato è in verità comune a tutti i Paesi), tuttavia il peso com­plessivo dell’evasione del settore è ridotto data la limitata rilevanza del suo valore aggiunto sul valore aggiunto complessivo; l’industria in senso stretto evade poco (10-11% del V.A. del settore), le costruzioni, invece, evadono molto, oltre il 40 %; il commercio evade molto: poco meno del 50%, e i servizi parecchio: 35%.

I lavoratori dipendenti evadono poco, per ovvi motivi (essenzialmente fuo­ribusta in nero), molto i professionisti (30-40%), nonostante che le possibilità di evasione del settore siano limitate dalla presenza della ritenuta d’ac­conto; moltissimo gli altri lavoratori indipendenti: 50% e più.

Come è ovvio, le piccole imprese evadono (molto) di più delle grandi [6]; vi è per esempio uno studio che indica che mentre le Srl evadono il 34%, l’evasione delle spa si limita al 3%. Del resto sono le Spa ad eludere maggiormente le imposte. I redditi di capitale non evadono essendo interamente tracciati.

Particolarmente rilevante è l’evasione dell’IVA, pari al 3% del PIL e al 10% del gettito tributario, un terzo dell’evasione fiscale complessiva. Questo risultato è confermato da diversi studi effettuati per conto della Commissione Europea che confermano che il taxgap dell’IVA in Italia è il più elevato in Europa dopo la Grecia. L’evasione dell’IVA è importante perché essa è la premessa contabile ed operativa per l’evasione delle imposte dirette e dell’IRAP. Una eventuale riduzione della evasione dell’IVA avrebbe quindi ripercussioni positive lungo l’intera filiera impositiva.

In conclusione sull’evasione, sulle sue dimensioni, e sui protagonisti si sa molto, forse si sa tutto. Ma ciò nonostante l’evasione in Italia continua ad essere un fenomeno di massa, di dimensioni eccezionali.

Se le cose stanno così non è frutto di fatalità, anche se la particolare struttura dell’economia italiana basata su piccole e micro imprese ha una sua incidenza. Il problema infatti è essenzialmente politico, di consenso, in ultima istanza di voti, milioni di voti. Non è un caso che esitazioni e resistenze ad affrontare questo problema esistano presso tutti gli schieramenti politici, sia pure in misura diversa. E in passato abbiamo avuto un Presidente del Consiglio che ha giustificato pubblicamente l’evasione fiscale, mentre più recentemente una nuova forza politica che fa della legalità la sua stella polare, appare assolutamente silente sulla questione relativa all’evasione fiscale. Tuttavia la questione è di enorme rilievo: moltissimi contribuenti (milioni di persone) utilizzano i servizi pubblici (istruzione, sanità, previdenza, ecc.) ma non contribuiscono se non parzialmente al loro finanziamento. Altri pagano molto, anzi troppo, e quindi protestano.

Nella situazione attuale, quindi, nessun politico serio, interessato alla modernizzazione del Paese può ignorare l’esistenza di questo pesante macigno che zavorra il funzionamento corretto dell’economia italiana, minandone la efficienza e la competitività.

Da un punto di vista tecnico infatti il problema della evasione fiscale di massa nel nostro Paese può essere avviato a soluzione semplicemente adottando procedure e soluzioni legislative e organizzative adeguate. In proposito mi sia consentito di richiamare l’esperienza dei due periodi in cui ho avuto la responsabilità politica della guida delle finanze, 1996-2000 e 2006-2008. Tra il 1996 e il 2000 si può stimare una emersione di gettito evaso imponente, pari a circa 4 punti di PIL che corrispondono alla riduzione di imposizione decisa e attuata nel periodo. Poiché al tempo stesso la pressione fiscale complessiva rimaneva costante, il recupero di gettito verificatosi non poteva che derivare da recupero di evasione, come dimostrano anche le analisi specifiche relative all’IVA la cui evasione si ridusse al di sotto del 30% [7].

Lo stesso fenomeno si verificò nel periodo 2006-2008, quando l’aumen­to (inatteso e imprevisto) del gettito tributario consentì non solo di mantenere l’equilibrio del bilancio pubblico, ma anche di ridurre l’IRES e l’IRAP e di introdurre il regime speciale per i contribuenti minimi.

Sfortunatamente i governi successivi fecero altre scelte revocando gran parte delle misure introdotte con immediati effetti negativi sull’evasione. Al contrario, gran parte del recupero di gettito verificatosi nel periodo 1996-2000 è risultato strutturale [8].

In sostanza la riduzione dell’evasione non dipende solo dal numero delle verifiche effettuate ex post che molti ritengono insufficienti di numero, (il che non risulta vero nei confronti internazionali), bensì dalla attività complessiva della amministrazione finanziaria che può ridurre considerevolmente il fenomeno intervenendo consapevolmente a monte.

Da questo punto di vista i 12-14 miliardi che il governo, la amministrazione e la stampa continuano ad indicare come il frutto della lotta all’evasio­ne sono scarsamente indicativi. Essi infatti misurano il risultato del processo di accertamento che si realizza ogni anno, ma non indicano né un recupero strutturale dell’evasione, né sono indicativi della efficienza della amministra­zione. Il gettito recuperato infatti, deriva da accertamenti relativi a più anni precedenti; inoltre per circa il 40% il recupero deriva dalla correzione di errori materiali nella compilazione delle dichiarazioni; infine la cifra recuperata è modesta (meno di un punto di PIL), e non incide sulla riduzione del fenomeno (in altre parole, nonostante gli accertamenti l’evasione rimane al 9% del PIL).

In sostanza nelle condizioni attuali, gli accertamenti rappresentano un elemento di deterrenza e di chiusura di un complesso sistema organizzativo ed operativo della Agenzie delle Entrate (salvo la riscossione coattiva che è stata drasticamente depotenziata), ma non può essere l’unico strumento su cui fare affidamento.

La lotta all’evasione è invece il risultato di numerosi fattori complementari: essa è fatta di strategie consapevoli perseguite con coerenza e trasparenza; di misure legislative, procedure e interventi amministrativi tempestivi, rapido utilizzo delle nuove tecnologie; uso sistematico e consapevole delle banche dati; buona organizzazione degli uffici, preparazione, motivazione e tranquillità del personale che deve sentirsi sostenuto nella sua azione; dialogo costante con i contribuenti ... Solo a valle di tutto ciò intervengono gli accertamenti, la riscossione, le sanzioni.

Per esempio, le ritenute alla fonte, o le ritenute d’acconto, o anche la consapevolezza della esistenza di incroci tempestivi e sistematici, o la traccia­bilità dei pagamenti, valgono più di milioni di accertamenti ex post.

Ed è precisamente questo approccio che fu seguito sia nel 1996-2000 che nel 2006-2008. Nel primo periodo i risultati positivi conseguiti derivarono dalla chiusura di numerosi loopholes nella normativa, dalla introduzione della dichiarazione unica, dagli studi di settore, dal fisco telematico, ecc. Nel periodo 2006-08 dalla tracciabilità dei pagamenti, dalla revisione degli studi di settore, ecc.

È necessario quindi avere una strategia a medio termine da aggiornare continuamente, concentrandosi inizialmente su interventi legislativi e proce­durali che possono essere realizzati rapidamente. Nella situazione italiana at­tuale sembra opportuno concentrarsi prioritariamente sulla evasione del­l’IVA, sia per le sue anomale dimensioni, sia per il rilievo strategico della eva­sione dell’imposta ai fini della successiva evasione delle imposte dirette e del­l’IVA [9].

Le modalità di evasione dell’IVA sono molteplici: quelle più note e diffuse, soprattutto nei rapporti con il consumatore finale, sono l’omessa fatturazione, l’omessa emissione di scontrini e ricevute fiscali, l’omessa registrazione, o l’omessa dichiarazione di operazioni registrate. Queste tipologie di e­vasione presentano tuttavia un limite, in quanto l’operatore finale deve esibire comunque un livello del mark-up adeguato per rendere meno probabili possibili accertamenti. In conseguenza molto spesso i contribuenti omettono di dichiarare non solo le vendite finali, ma anche una parte degli acquisti re­golarmente registrati. Vi sono poi anche i casi in cui si realizza un accordo tra venditore ed acquirente, ma questo tipo di pratica non è sempre di agevole realizzazione.

L’evasione dell’IVA tuttavia è possibile anche nelle cessioni intermedie nonostante che il meccanismo di funzionamento dell’IVA dovrebbe in teoria impedirla. In questo caso infatti la mancata fatturazione a monte comporta anche la mancata detrazione a valle, sicché il gettito evaso verrebbe recuperato lungo la catena produttiva. Tuttavia, nel caso di emissione di fatture false vi è ovviamente evasione, ma soprattutto l’evasione si verifica nel caso, molto più diffuso di quanto si creda, di mancata dichiarazione (e relativi versamenti) di operazioni fatturate regolarmente: in questo caso il venditore trattiene l’IVA pagata dall’acquirente, senza versarla al fisco, mentre l’acquiren­te la porta regolarmente in detrazione.

L’evasione nel settore delle vendite finali è quella più rilevante: si tratta del 63% dell’imponibile teorico, che corrisponde ad una perdita di gettito di 22 miliardi [10]. L’evasione intermedia risulta invece molto inferiore, pari al­l’11%, tuttavia dato l’enorme ammontare del numero e dei valori complessivi delle transazioni intermedie, la perdita di gettito risulta molto rilevante: 10 miliardi [11].

Una proposta per eliminare l’evasione intermedia e le fatture false è stata avanzata negli anni passati dal governo tedesco, con l’obiettivo di contrastare la diffusione delle frodi carosello all’interno dell’Unione. Si tratterebbe di adottare il meccanismo del reverse charge per le transazioni intermedie. Come è noto, il reverse charge consiste nella autofatturazione da parte dell’ac­quirente, per cui l’operazione imponibile diventerebbe l’acquisto e non più la cessione. Se adottato in modo generalizzato il reverse charge determinereb­be in Italia un recupero di gettito molto consistente: 17 miliardi [12]. Tuttavia la Commissione consente l’adozione del meccanismo solo per un numero limitato di casi. Inoltre il sistema di reverse charge concentrando l’intero gettito nella fase della cessione al consumatore finale comporta il rischio di un aumento dell’evasione nell’ultimo stadio del processo produttivo dove essa è già oggi molto rilevante [13].

Tuttavia un sistema analogo al reverse charge può essere ottenuto attraverso l’uso consapevole delle moderne tecnologie informatiche. Si tratterebbe di rendere obbligatoria la trasmissione telematica dei dati rilevanti a fini fiscali contenuti nelle fatture emesse che dovrebbero essere inviati conte­stualmente al cliente e alla Agenzia delle Entrate, imponendo al cliente l’ob­bligo di verificare l’avvenuto invio dei dati al fisco e prevedendo idonee sanzioni in caso contrario. I dati peraltro, possono essere inviati direttamente dall’Agenzia delle Entrate al cliente in modo che questo possa verificare la loro corrispondenza con quelli contenuti nella fattura ricevuta dal fornitore [14]. Contemporaneamente andrebbe verificato l’avvenuto versamento del­l’imposta. Si creerebbe così una situazione in cui non sarebbe possibile detrarre una fattura senza che essa fosse contemporaneamente comunicata al­l’Agenzia delle Entrate, e senza che ad essa corrispondesse il pagamento del­l’imposta. Vale a dire le conseguenze tipiche di un meccanismo di reversechar­ge. Tuttavia questo reverse charge simulato non sarebbe in grado di eliminare la convenienza all’eventuale emissione di fatture false, anche se con il sistema proposto il fenomeno potrebbe essere individuato molto più tempestivamente.

La soluzione prospettata sarebbe anche un’occasione per una notevole semplificazione degli adempimenti attuali, in quanto essa consentirebbe di eliminare tutte le numerose trasmissioni telematiche di specifiche categorie di dati che oggi esistono, e anche lo stesso registro dell’IVA.

Il nuovo meccanismo, inoltre, a differenza del reverse charge canonico, non richiederebbe nessuna autorizzazione comunitaria.

Ed è in realtà sorprendente che il decreto delegato relativo al fisco telematico non abbia introdotto questo semplice meccanismo di trasmissione e riscontro dei dati, nonostante il parere esplicito delle Commissioni Finanze di Camera e Senato, lasciandolo opzionale (e cioè di fatto non operativo), e trascurando l’esempio di altri Paesi, come il Portogallo, che hanno ottenuti impressionanti risultati in termini di maggior gettito proprio adottando que­sto sistema [15].

Lo stesso meccanismo andrebbe esteso anche al settore delle vendite finali, introducendo lo “scontrino telematico”, e cioè il collegamento diretto in rete con la Agenzia delle Entrate degli strumenti di emissione del documento. Poiché ora gli scontrini vengono spesso emessi ma poi non dichiarati, questa pratica si ridurrebbe con conseguenze rilevanti sul gettito. Questo sistema era stato introdotto dal secondo governo Prodi (2006), successiva­mente soppresso, e di nuovo reintrodotto con il recente decreto legge governativo sul fisco telematico, ma reso opzionale, e quindi del tutto inutile [16].

Lo stesso sistema andrebbe anche previsto per i soggetti che emettono la ricevuta fiscale: i pagamenti nei loro confronti dovrebbero avvenire su conti dedicati con strumenti tracciabili (assegni, carte di credito, bonifici).

Si può stimare che l’insieme delle misure proposte: invio telematico dei dati delle fatture, scontrino telematico, pagamento con strumenti tracciabili, tenendo anche conto oltre che degli effetti sul gettito dell’IVA anche delle ricadute sulle imposte sui redditi, potrebbe portare a un recupero di evasione di 40-45 miliardi di euro, senza considerare ulteriori possibili effetti positivi sul gettito dei contributi sociali.

Anche altre misure sono tuttavia possibili. Il gettito dell’IVA può essere idealmente scomposto in due componenti: a) il gettito versato dagli operatori del settore finale; b) il gettito derivante dagli scambi intermedi che avvengono lungo la filiera produttiva. Poiché l’evasione nel settore finale è molto più elevata rispetto a quella dei settori intermedi, se si riuscisse a trasferire una parte del gettito complessivo dell’imposta a monte, si avrebbe come conseguenza un effetto positivo di riduzione dell’evasione.

La distribuzione del gettito tra le due componenti dipende dal livello delle aliquote a monte e a valle: se aumentano le aliquote a monte cambia la composizione del prelievo in quanto si riduce a parità di comportamenti la componente derivante dal consumo finale. D’altra parte va ricordato che il livello delle aliquote negli scambi intermedi è irrilevante, data la neutralità assicurata dal meccanismo di funzionamento della imposta. L’imposta infatti grava interamente sull’acquirente finale, mentre il versamento viene scaglionato e suddiviso tra i diversi passaggi del processo produttivo.

Ne deriva che se si adottasse per tutti gli scambi intermedi l’aliquota ordinaria dell’IVA, una quota maggiore del gettito si sposterebbe a monte, e quindi si verificherebbe un rilevante recupero di evasione della imposta [17]; al tempo stesso verrebbero meno tutti i rimborsi che oggi si verificano per gli scambi all’interno della filiera produttiva. Va però riconosciuto che, soprattutto per alcuni beni, i rimborsi che si creano nel settore delle cessioni finali, aumenterebbero di ammontare e forse anche di numero, sicché sarebbe necessario che l’amministrazione introducesse procedure idonee ad accelerare i tempi di rimborso. Questa proposta avrebbe probabilmente bisogno di essere autorizzata dalla Commissione. Tuttavia a differenza del reverse charge, l’ipotesi avanzata è del tutto coerente con la logica e la filosofia dell’IVA che anzi a rigore dovrebbe prevedere una unica aliquota (quella ordinaria, appunto), per cui non dovrebbe essere difficile ottenere il via libera della Commissione a fronte di un recupero di evasione certo e quantificabile.

Come si è ricordato più volte l’evasione è molto più rilevante presso i contribuenti che operano nel settore delle vendite finali. Le proposte precedenti, oltre a consentire l’eliminazione pressoché completa della evasione nei settori intermedi, avrebbero, se attuate, anche un positivo effetto di riduzione dell’e­vasione al consumo finale che tuttavia continuerebbe a rappresentare il rischio principale per un corretto funzionamento della imposta.

In proposito, tuttavia, è ipotizzabile un ulteriore rimedio che, anche se parziale, potrebbe produrre risultati positivi. Si tratterebbe di adottare ai fini del calcolo dell’IVA dovuta il sistema base da base invece di quello ordinario imposta da imposta. Questa variante è già adottata in alcuni casi ed è nota come sistema “del margine”. Come è noto in assenza di evasione i due metodi di calcolo producono identici risultati; tuttavia mentre il metodo imposta da imposta consente attraverso la detrazione il recupero di tutta l’im­posta pagata a monte anche in presenza di evasione, il metodo base da base consentirebbe l’evasione solo nei limiti del valore aggiunto dichiarato dal settore. Questo sistema potrebbe essere adottato nel settore del commercio per la vendita finale di beni che nell’ultimo passaggio non subiscono trasformazioni produttive, e cioè di beni facilmente individuabili e soggetti alla medesima aliquota IVA. Con questo sistema si potrebbe recuperare, secondo il rapporto Nens, circa 7 miliardi.

In conclusione un programma di contrasto consapevole e incisivo all’e­vasione fiscale è possibile. Non si tratta di potenziare esclusivamente il sistema dell’accertamento, ma di riorganizzare normative e procedure in modo da renderle più efficaci e utili. Gli accertamenti veri e propri si collocano a valle di questo processo. Ma anche in questo caso sono possibili e necessarie innovazioni rilevanti. La disponibilità, almeno teorica, di banche dati di enormi dimensioni ed estensione, inclusa la possibilità di accedere ai conti bancari dei contribuenti che dovrebbe essere resa effettiva, consentono al­l’amministrazione di conoscere in modo abbastanza preciso e dettagliato l’attività e le disponibilità economiche dei singoli contribuenti, tanto da poter anticipare agli stessi non solo i dati contabili certi a disposizione della amministrazione (che possono tradursi nelle dichiarazioni precompilate che dovranno riguardare progressivamente più imposte e non solo l’IRPEF), ma anche tutti gli elementi quantitativi e qualitativi di conoscenza noti al fisco. Si tratterebbe anche in questo caso di una procedura informatica con cui l’amministrazione dovrebbe entrare in contatto con i singoli contribuenti che dovrebbero essere invitati a presentare una sorta di pre-dichiarazione che verrebbe posta a confronto con gli elementi già conosciuti dalla amministrazione in modo da incentivare il contribuente, al fine di ridurre i rischi di accertamento, ad adeguare per quanto possibile la sua dichiarazione finale ai dati già a disposizione della amministrazione. Al tempo stesso la disponibilità di elementi di conoscenza e/o di informazione sempre più estesi e precisi dovrebbe poter produrre accertamenti in cui l’automatismo di certe decisioni fondate su deduzioni logiche non dovrebbe poter essere messa facilmente in discussione dal contribuente in sede di contenzioso. In sostanza gli accertamenti dovrebbero rimanere uno strumento di intervento selettivo, a valle di un complesso meccanismo di deterrenza e controllo preventivo generalizzato.

Si tratterebbe in ultima analisi di mutare l’organizzazione stessa della amministrazione finanziaria e il suo modo di funzionamento, seguendo di fatto l’evoluzione suggerita ed indotta dalle nuove tecnologie. Questo nuovo assetto del processo di accertamento è stato suggerito nel 2010 da Romano e Visco [18], ed è anche alla base dei tentativi di recupero di gettito effettuati dalle amministrazioni attraverso l’invio di lettere a numeri molto elevati di contribuenti con l’invito a mettersi in regola sulla base di riscontri oggettivi effettuati dagli uffici. Questa pratica, iniziata durante il secondo governo Prodi (2006-008) è stata recentemente (2015) recuperata, con risultati positivi in ambedue i casi.

Concludendo una strategia che porti in alcuni anni l’evasione fiscale italiana al livello di quella degli altri Paesi europei, e che quindi la riduca della metà o due terzi rispetto a quella attuale è possibile, sempre che vi sia consapevolezza dei problemi e determinazione e coerenza nell’azione. L’illegali­tà diffusa non è una condanna, è una scelta.

Note

[1] Questo lavoro rielabora la relazione tenuta in occasione del IV Convegno Annuale della Associazione Italiana Professori di Diritto Tributario, Napoli 15 e 15 ottobre 2015.

[2] V. ad esempio l’allegato alla Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2015.

[3] Il fatto che esista una rilevante evasione delle accise è dimostrato per esempio dalla circostanza che l’Italia in base ai dati ufficiali dispone di un parco veicoli circolanti (2013) di oltre 41.000 veicoli rispetto ai 39.000 della Francia e ai 34.000 dell’Inghilterra e viceversa un consumo di carburante nettamente inferiore: 35.770 litri rispetto a 49.760 e 45.100.

[4] V. VISCO, Evasione ed erosione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, in Rivista Milanese di Economia Pubblica, n. 7, 1983.

[5] V. MARINO-ZIZZA, L’evasione dell’Irpef: una stima per tipologia di contribuente, Siep, XX Conferenza, Pavia, 25-26 settembre 2008.

[6] Per le ragioni che Raffaello Lupi ci ricorda regolarmente.

[7] In proposito v. VISCO, Alcune considerazioni in tema di riforma fiscale e neutralità della tassazione, in Pol. econ., anno XVIII, n. 3, 2002; MARIGLIANI-PISANI, Le basi imponibili IVA. Aspetti generali e principali risultati per il periodo 1980-2004, Agenzia delle Entrate, documenti di lavoro dell’Ufficio Studi, 2007; PISANI-POLITO, Analisi dell’evasione fondata sui dati IRAP, anni 1998-2002, Agenzia delle Entrate, documenti di lavoro, 2006; AURIEMMA-MENICHINI (a cura di), La resa dei conti: 2001-2006: fatti, cifre e impegni non mantenuti dal Governo Berlusconi, Roma, 2003.

[8] Una verifica del processo di emersione nei periodi indicati si può ottenere esaminando il grafico seguente che pone a confronto l’andamento del gettito IVA di competenza nei vari anni (IVA al lordo della quota devoluta alla UE, al netto di rimborsi e delle compensazioni e dei crediti IVA maturati annualmente, ma non rimborsati né compensati nell’anno stesso). Il grafico è un aggiornamento di quello riportato nel libro a cura di ARIEMMA-ME­NICHINI, op. cit.

Posto eguale a 100 i valori registrati nel 1990 ed evidenziato il differenziale (rapporto) tra i due indici, si nota immediatamente l’impennata del gettito dell’imposta rispetto alla base im­ponibile di riferimento (i consumi) per i periodi considerati (1996-2000 e 2006-2008). Non va dimenticato che nell’ultimo trimestre del 2007 si verificò l’aumento dell’aliquota ordinaria dell’IVA dal 19 al 20% (il maggior gettito fu tuttavia destinato alla riduzione di contributi sociali). Tuttavia l’andamento degli indici mostra chiaramente che il recupero di gettito, che continua ad aumentare più velocemente della base imponibile di riferimento, prosegue indipendentemente dalla variazione dell’aliquota. L’andamento dell’indice si ribalta in ambedue i casi dopo il cambio di governo.

[9] In proposito va ricordato il rapporto presentato dal NENS nel giugno 2014 che contiene analisi e proposte idonee a ridurre considerevolmente l’evasione della imposta.

[10] V. NENS, Misure di contrasto all’evasione fiscale, una proposta di riforma del regime IVA, in www.nens.it, 2014.

[11] V. NENS, op. cit.

[12] V. NENS, op. cit.

[13] L’adozione del reverse charge nei settori in cui esso è consentito a livello comunitario era una delle misure suggerite nel rapporto Nens più volte citato, così come lo split-payment nei rapporti con la pubblica amministrazione. Ambedue le proposte sono state adottate dal governo e inserite nella legge di stabilità per il 2015. Tuttavia si tratta delle proposte meno rilevanti tra quelle contenute nel rapporto.

[14] Si noti che il meccanismo proposto non è una generalizzazione del sistema di fatturazione elettronica che richiederebbe sistemi di trasmissione ed adempimenti ben più complessi.

[15] In proposito, www.FiscoEquo.it, 2015.

[16] La scelta di lasciare opzionale l’adozione della trasmissione telematica dei dati della fattura e degli scontrini fiscali ricorda da vicino la decisione di rendere obbligatorio l’uso del POS per i pagamenti al consumo finale, dimenticandosi al tempo stesso di introdurre sanzioni in caso di inadempienza.

[17] Il citato studio del Nens valuta questo recupero pari a 7,5 miliardi.

[18] V. ROMANO-VISCO, Più banche dati e meno evasione, in Il Sole 24 Ore, 18 gennaio 2010.