newsletter

home / Archivio / Fascicolo / Il divieto del cumulo di sanzioni nell'ordinamento internazionale (ne bis in idem): una evitabile ..

indietro stampa articolo indice fascicolo leggi fascicolo


Il divieto del cumulo di sanzioni nell'ordinamento internazionale (ne bis in idem): una evitabile prova di forza tra gli artt. 117 e 11 Cost. al vaglio della Consulta

Marco Bolognese

L'applicazione congiunta di sanzioni penali e amministrative in relazione ad un medesimo fatto, alla luce di una recente decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non può verosimilmente più avere luogo. Il divieto del doppio procedimento è, dunque, destinato a fare ingresso nel nostro ordinamento, attraverso gli artt. 11 ovvero 117 Cost.

La Corte costituzionale sarà probabilmente chiamata in tempi brevi a valutare l’incidenza della decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Rinas c. Finlandia sul piano dei complessi rapporti tra processo penale e procedimento tributario. Infatti, atteso che il principio del ne bis in idem viene sancito sia dalla Convenzione Europea (Protocollo n. 7, art. 4) sia dall’art. 50 Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, si pone la necessità di stabilire quale sia la fonte internazionale che costituirà il parametro di legittimità.

PAROLE CHIAVE: sanzioni - cumulo - ue - cedu - tributi

The prohibition against double jeopardy in the international legal order (ne bis in idem): the effects of Arts. 117 and 11 of the Constitution according to the Italian Constitutional Court

In the light of a recent ECHR’s judgement, the joint application of criminal and administrative penalties for the same offense cannot be admitted anymore. Thus, the pro­hibition of dual proceedings is going to be inserted in the Italian legal system through, alternatively, Arts. 11 or 117 of the Constitution. Likely the Constitutional Court will be soon entrusted to assess the impact of the ECHR’s decision in the case Rinas v. Finland on the complex relationships between criminal and tax proceedings. In fact, since the ne bis in idem rule is recognized both by the European Convention (Art. 4 of the Protocol no. 7) and by the European Union law (Art. 50 of the Charter of Fundamental Rights of the European Union), it has become necessary to identify which is the international source that will represent the parameter of legitimacy.

Keywordspenalties, doubling, EU, ECHR, taxes

Corte EDU, sez. IV, causa Rinas c. Finlandia, 27 gennaio 2015, n. 17039/13

Il principio del ne bis in idem implica non solo il diritto di non essere puniti due volte, per uno stesso fatto, con una sanzione penale e con altra formalmente amministrativa ma di indole uguale alla prima. La garanzia si estende anche al diritto di non essere perseguiti o giudicati due volte, sempre per lo stesso fatto, con un processo penale e con un giudizio civile: il procedimento che per primo viene definito in modo incontrovertibile determina la caducazione dell'altro.

Omissis

  1. (...) la presente causa ha come oggetto due procedimenti paralleli e distinti, il primo riguardante l’applicazione di una soprattassa di imposta risalente al 2006. La ricorrente ha impugnato la decisione. Il procedimento è divenuto definitivo il 13 settembre 2012, quando la Corte Suprema amministrativa le ha negato il permesso di fare appello. Il secondo processo riguarda il reato di frode fiscale aggravata, avviato il 15aprile 2005 e conclusosi il 31 maggio 2012, con sentenza definitiva della Corte Suprema. I due procedimenti erano contemporaneamente pendenti fino al 31 maggio 2012,quan­do il secondo è diventato definitivo.
  2. La Corte rileva che, quando il procedimento per frode fiscale si è concluso il 31 maggio 2012, il ricorso del ricorrente contro la decisione sull’applicazione della soprattassa era ancora pendente davanti alla Corte amministrativa Suprema. Poiché tale ultimo procedimento non è stato sospeso dopo che quello penale è divenuto definitivo, ma è proseguito fino alla decisione finale del 13 settembre 2012, il ricorrente è stato condannato due volte per lo stesso fatto riguardante gli anni di imposta 2002-2004, all’interno di due procedimenti divenuti definitivi rispettivamente il 31 maggio 2012 e il 13 settembre 2012.
  3. (...), la Corte dichiara che vi è stata una violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione in quanto la ricorrente è stato condannata due volte per lo stesso fatto in due separati di procedimenti. (...).
  4. La Corte rileva anzitutto che è evidente che il procedimento penale per frode fiscale aggravata era di natura penale.
  5. (...) La nozione di “procedura penale” nel testo dell’articolo 4 del Protocollo n.7 deve essere interpretata alla luce dei principi generali relativi rispettivamente alle parole “accusa penale” e “pena” di cui agli articoli 6 e 7 della Convenzione.
  6. I precedenti della Corte stabiliscono tre criteri, comunemente note come “criteri Engel” ..., per determinare se vi fosse o meno “accusa penale”. Il primo criterio è la qualificazione giuridica del reato ai sensi del diritto nazionale, il secondo è la natura stessa del reato e il terzo è il grado di gravità della sanzione in cui l’interessato rischia di incorrere.
  7. (...) la Corte ha fornito ... un’interpretazione armonizzata della nozione di “stesso reato” ai sensi dell’articolo 4 del Protocollo n. 7. ... la Corte in tal modo è giunta a ritenere che un approccio che enfatizzasse la qualificazione giuridica dei due reati era troppo restrittivo per i diritti della persona ... Di conseguenza, la Corte ha ritenuto che l’articolo 4 del Protocollo n. 7 doveva essere interpretato come divieto di prosecuzione o di inizio di una seconda azione in quanto scaturita da fatti identici o fatti che erano sostanzialmente gli stessi. Era, quindi, importante concentrarsi su quei fatti costituiti da una serie di circostanze di fatto concrete le quali si riferiscono allo stesso imputato e che sono inscindibilmente collegate nel tempo e nello spazio, la cui esistenza doveva essere dimostrata al fine di pervenire ad una condanna o di avviare un procedimento penale.
  8. Nella presente vicenda, la Corte rileva che nei confronti del ricorrente il procedimento per la soprattassa e quello per frode fiscale sono scaturiti dagli stessi fatti (...).
  9. La Corte ricorda che l’obiettivo dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 è il divieto di ripetizione di procedimenti penali che si sono conclusi con una decisione “definitiva” ... una decisione è tale se, secondo la tradizionale espressione, ha acquisito l’autorità di cosa giudicata. Ciò si verifica quando diviene irrevocabile, vale a dire quando non sono disponibili ulteriori rimedi ordinari o quando le parti hanno li hanno esauriti o non li hanno proposti entro i termini previsti.
  10. La Corte ribadisce che l’articolo 4 del Protocollo n. 7 vieta la ripetizione di processi penali che si sono conclusi con una decisione “definitiva”. L’articolo 4 del Protocollo n. 7 sancisce non solo il diritto di non essere puniti due volte, ma si estende anche al diritto di non essere perseguito o condannato per due volte. Altrimenti, non sarebbe stato necessario aggiungere la parola “punito” per la parola “perseguito” in quanto sarebbe mera duplicazione. L’articolo 4 del Protocollo n. 7 si applica anche quando l’individuo è stato solamente perseguito nell’ambito di un procedimento che non ha portato ad una condanna. La Corte ricorda che l’articolo 4 del Protocollo n. 7 contiene tre garanzie distinte e stabilisce che nessuno può (i) rischiare di essere perseguito; (ii) perseguito o (iii) condannato per lo stesso reato (...).
  11. La Corte rileva che l’articolo 4 del Protocollo n. 7 proibisce chiaramente procedimenti consecutivi se il primo procedimento è già divenuto definitivo nel momento in cui è iniziato il secondo procedimento (...).
  12. Per quanto riguarda i procedimenti paralleli, l’articolo 4 del Protocollo n. 7 non vieta diversi tipi di procedimenti concorrenti. In tale evenienza non si può dire che il richiedente sia processato più volte “per un reato per il quale è già stato assolto o condannato”. In presenza di due processi paralleli, nessuna contraddizione sorge con la Convenzione se il secondo procedimento è interrotto dopo che il primo procedimento è stato definito ... Tuttavia, se non si verifica tale interruzione, la Corte reputa esistente la violazione.
  13. Comunque, la Corte nei propri precedenti ha stabilito che sebbene sanzioni diverse (pene detentive sospese e il ritiro della patente di guida), relative alla stessa materia (guida in stato di ebbrezza), siano imposte da autorità diverse in procedimenti diversi, tra quest’ultimi esiste un nesso sufficientemente stretto, nei fatti e nel tempo. In questi casi la Corte ha ritenuto che i ricorrenti non sono stati processati o condannati per un reato per il quale erano già stati condannati definitivamente in violazionedell’articolo 4, § 1 del Protocollo n. 7 della Convenzione e che quindi non vi è alcunari­petizione del procedimento.

Il divieto del cumulo di sanzioni nell’ordinamento 
internazionale (ne bis in idem): una evitabile prova di forza 
tra gli artt. 117 e 11 Cost. al vaglio della Consulta

SOMMARIO:

  1. Premessa. – 2. Ilne bis in idemnell’interpretazione delle Corti europee. – 3. Le questioni di legittimità costituzionale per violazione del diritto del ne bis in idemgarantito dalla CEDU. – 4. La manifesta infondatezza della remissione alla Consulta per effetto del diritto dell’Unione Europea. – 5. Alcune ipotesi di conformità del sistema processuale interno al diritto dell’Unione Europea in caso di rigetto delle questioni di legittimità costituzionale.

1. Premessa

Il divieto di cumulare due sanzioni – una penale, l’altra amministrativa [1] – irrogate a conclusione di due diversi giudizi, con conseguente duplicazione del procedimento sanzionatorio, sta destando interesse nella letteratura specialistica.

La Corte EDU, nella decisione del 27 gennaio 2015 nel caso Rinas [2], ha accertato l’illecita sovrapposizione di misure penali con altre che, sebbene qualificate dal legislatore come amministrative, sono state ritenute dalla stessa Corte di indole pe­nale. La sentenza può produrre conseguenze molto rilevanti anche nel nostro ordinamento [3].

Sul piano interno, infatti, la tematica è ancora in via di evoluzione, come dimostrano i dubbi di legittimità costituzionale sollevati dalle sezioni tributaria [4] e penale [5] della Corte di Cassazione, di poco antecedenti alla decisione della Corte europea. Tali rinvii erano originati dalle statuizioni della sentenza della Corte EDU nella vicenda Grande Stevens [6], in cui la legislazione italiana di attuazione delle norme “comunitarie” sul market abuse [7], risultava incompatibile con la CEDU, proprio a causa della previsione di un cumulo di sanzioni a fronte di fatti di identica natura [8].

A ben vedere le vertenze giudiziarie interne nascondono, a monte, il problema del difficile coordinamento tra le norme della CEDU e quelle della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, nel caso in cui entrambe le fonti tutelino gli stessi principi. Infatti la Corte di Giustizia ha stabilito che se anche l’art. 52, par. 3, della Carta impone di dare ai diritti in essa contemplati, corrispondenti a quelli garantiti dalla CEDU, lo stesso significato e la stessa portata di quelli loro conferiti dalla suddetta Convenzione, quest’ultima non costituisce, fintantoché l’Unione non vi avrà aderito, un atto giuridico formalmente integrato nell’ordinamento giuridico co­munitario [9].

Discende da questa situazione che il diritto dell’Unione non disciplina i rapporti tra la CEDU e gli ordinamenti giuridici degli Stati membri e nemmeno determina le conseguenze che un giudice nazionale deve trarre nell’ipotesi di conflitto tra i diritti garantiti da tale Convenzione ed una norma di diritto nazionale [10]. Inoltre la considerazione dei diritti fondamentali previsti dalla CEDU come principi generali del diritto dell’Unione Europea non impone al giudice nazionale, in caso di conflitto tra una norma di diritto nazionale e detta Convenzione, di applicare direttamente le disposizioni di quest’ultima, disapplicando il diritto nazionale in contrasto con essa [11]La Corte di Giustizia sottolineando, altresì, la necessità di una equivalenza tra gli standard di tutela offerti dalla Carta di Nizza e la CEDU, nega agli Stati membri la possibilità di invocare quelli più elevati consentiti dalla Convenzione [12]. Invero la Corte di Giustizia, da un lato, interpretando l’art. 53 della Carta stabilisce che «l’ap­plicazione di standard nazionali di tutela dei diritti fondamentali non deve compromettere il livello di tutela previsto dalla Carta, né il primato, l’unità e l’effettività del diritto dell’Unione». Dall’altro, osservando l’art. 53 della CEDU, ne evidenzia «la facoltà per le Parti contraenti di prevedere standard di tutela dei diritti fondamentali più elevati di quelli garantiti da detta convenzione». Secondo la Corte occorre quindi coordinare i due articoli «affinché la facoltà concessa dall’art. 53 della CEDU agli Stati membri resti limitata, per quanto riguarda i diritti riconosciuti dalla Carta corrispondenti a diritti garantiti dalla citata convenzione, a quanto è necessario per evitare di compromettere il livello di tutela previsto dalla Carta medesima, nonché il primato, l’unità e l’effettività del diritto dell’Unione» [13].

Il quadro giuridico internazionale offre, dunque, lo spunto per ripercorre la giurisprudenza europea in merito al concetto del ne bis in idem e per valutare le sue ripercussioni sul piano domestico.

2. Il ne bis in idem nell’interpretazione delle Corti europee

Il divieto del ne bis in idem, cioè la garanzia in forza della quale un soggetto non può essere punito due volte per lo stesso reato né essere sottoposto ad un nuovo processo penale quando sia stato in precedenza definitivamente assolto o condannato, trova la propria fonte nell’art. 4 del Protocollo n. 7 della CEDU [14]. Detta disposizione è stata poi ripresa dall’art. 50 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Il raffronto tra le disposizioni dell’Unione e quelle della CEDU costituisce un’o­perazione ermeneutica fondamentale [15], stante l’equiparazione della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea ai Trattati [16] disposta dal Trattato di Lisbona.

Al riguardo è infatti opportuno precisare che la Corte di Giustizia [17] ha statuito che laddove la Carta dei Diritti Fondamentali «contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla CEDU, il significato e la portata di tali diritti sono uguali a quelli loro conferiti da detta Convenzione. Secondo la spiegazione di tale disposizione, il significato e la portata dei diritti garantiti sono determinati non solo dal testo della CEDU, ma anche, in particolare, dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo».

Le spiegazioni della Carta [18], le quali devono essere tenute in debito conto dai giudici dell’Unione e degli Stati membri [19], precisano, inoltre, che la disposizione convenzionale e quella dell’Unione sul ne bis in idem hanno identico contenuto. Ri­sulta allora imprescindibile, per l’esatta comprensione del predetto principio nel­l’ambito dell’ordinamento dell’Unione Europea, l’analisi della giurisprudenza della Corte di Strasburgo. In linea con tale orientamento, del resto, è anche la dichiarazione congiunta del 2011 del Presidente della Corte di Giustizia e di quello della Corte europea, secondo cui è importante garantire che vi sia la massima coerenza tra i due strumenti normativi [20].

La predetta esigenza di raggiungere una visone pressoché armonica tra le due Corti viene palesata dalla Corte di Giustizia nel caso Fransson [21]. Il Tribunale remittente chiedeva ai giudici del Lussemburgo se il giudizio penale dovesse essere considerato inammissibile qualora all’imputato fosse stata già inflitta una sanzione am­ministrativa, nell’ambito di un precedente procedimento amministrativo basato su­gli stessi costitutivi (nella specie: false dichiarazioni fiscali). Ragionando altrimenti, secondo il giudice a quo, si sarebbe violato il divieto del ne bis in idem. La Corte risolve la questione interpretativa affermando che la suddetta garanzia non vieta che ad uno stesso comportamento illecito possa essere applicata una duplice sanzione: am­ministrativa-tributaria, divenuta definitiva a seguito di accertamento giudiziale, unitamente ad una successiva sanzione penale. A condizione, tuttavia, che la prima non abbia natura penale. Per stabilire quest’ultimo requisito i giudici del Lussemburgo mutuano [22] i tre criteri elaborati nel caso Engel [23] dalla Corte EDU. Essi, parimenti, si uniformano alla nozione di “stesso reato” elaborata definitivamente nella sentenza Zolotukhin [24]; come pure al divieto di un doppio procedimento sancito dai colleghi di Strasburgo, richiamando il passaggio in giudicato della sanzione amministrativa.

La Corte EDU, dal canto suo, ha reiterato i propri orientamenti, come sopra recepiti dalla Corte di Giustizia, in una stringente sequenza cronologica: i casi Gran­de Stevens [25]Nykänen [26]Lucky Dev [27] ed infine Rinas [28]. In quest’ultima vicenda, in particolare, la Corte doveva valutare la violazione del ne bis in idem causata dalla sussistenza di due procedimenti paralleli e distinti, aventi ad oggetto la percezione di dividendi, provenienti da società estera, non dichiarati dal contribuente. Il processo tributario, riguardante l’applicazione di una soprattassa di imposta, era iniziato nel 2006 e si era concluso il 13 settembre 2012, quando la Corte Suprema amministrativa negava al ricorrente la proposizione dell’appello. L’altro giudizio, volto ad accertare il reato di frode fiscale aggravata, era stato avviato nel 2005 e si era concluso il 31 maggio 2012 con l’emissione della sentenza da parte del giudice penale di ultima istanza. La Corte EDU rilevava la violazione del principio suddetto atteso, da un lato, l’applicazione di due sanzioni identiche ad uno stesso comportamento materiale e, dall’altro, la pendenza contemporanea di due procedimenti, senza che quello amministrativo fosse stato sospeso.

Da questa giurisprudenza uniforme delle Corti (o comunque dall’adeguamento della Corte di Lussemburgo ai precedenti giurisprudenziali della Corte EDU) si può ricavare che il principio del ne bis in idem ha un contenuto identico nell’ambito dei due Trattati internazionali. La garanzia, infatti, è costituita da due elementi: uno di carattere sostanziale l’altro di carattere processuale.

Per quanto concerne l’aspetto sostanziale si richiede che uno stesso fatto non possa essere punito contemporaneamente con una sanzione penale e con altra solo in apparenza amministrativa. Occorre cioè stabilire se i due processi, incardinati nei confronti della stessa persona, hanno carattere penale [29]. Ciò si determina individuando la natura penale della sanzione amministrativa sulla base dei c.d. Engel criteria [30]. Il primo di questi consiste nella qualificazione giuridica dell’illecito come reato secondo il diritto nazionale. Tuttavia la caratterizzazione attribuita sulla base del diritto interno non è risolutiva poiché essa ha solo valore formale e relativo. Sovviene, allora, in aiuto, il secondo criterio costituito dalla “natura” stessa del reato, da individuarsi nel fine punitivo e di deterrenza della sanzione che ad esso consegue. Il terzo è il grado di severità della pena in cui la persona rischia, in astratto, di incorrere: esso viene determinato con riferimento al massimo della sanzione edittale previsto per legge.

Stabilito il carattere penale della sanzione amministrativa si deve, poi, verificare se entrambe le sanzioni puniscano lo stesso fatto materiale; occorre riscontrare cioè l’omogeneità dei comportamenti concretamente realizzati e non l’identità delle condotte descritte nelle norme incriminatrici designate dal legislatore.

Esaurita l’analisi sostanziale occorre verificare l’aspetto processuale. Innanzitutto è necessario constatare l’avvenuta duplicazione dei procedimenti. La norma in esame preclude, invero, l’instaurazione di procedimenti successivi, qualora, al mo­mento d’inizio del secondo, il primo si sia già concluso con sentenza passata in giu­dicato. Non sono, invece, vietati procedimenti paralleli ed autonomi. In una situazione del genere la persona non può dirsi perseguita per un fatto per il quale è stata già assolta o condannata: a patto, tuttavia, che alla definitiva conclusione di un processo faccia seguito il venir meno dell’altro. Pertanto, se a terminare per primo è il processo amministrativo, deve cessare immediatamente la pendenza del secon­do di carattere propriamente penale (casi Grande Stevens, Nykänen). Analogamente la litispendenza verrà meno quando ad essere definito per primo è il processo penale (casi Lucky Dev, Rinas).

Tuttavia la valenza di detta priorità temporale, accordata indifferentemente al­l’uno o all’altro dei processi contemporaneamente pendenti, desta una qualche per­plessità. Incomprensibile, infatti, l’interruzione del processo penale che generalmente è volto alla tutela di beni giuridici che rivestono una importanza maggiore all’in­terno della scala di valori per la collettività.

3. Le questioni di legittimità costituzionale per violazione del diritto del ne bis in idem garantito dalla CEDU

Come si è riferito all’inizio del lavoro la Corte di Cassazione ha sollevato una questione di legittimità costituzionale. Per una sua comprensione, occorre brevemente ricordare la posizione occupata dalle disposizioni della CEDU, come interpretate dai giudici di Strasburgo, all’interno delle fonti dell’ordinamento italiano. Le norme pattizie sono subordinate alla Costituzione, ma sovraordinate alla legge. Quali norme interposte, pertanto, integrano i precetti della Carta costituzionale a condizione che non la violino: la Consulta vigila su tale conformità. La predetta in­tegrazione trasforma la CEDU e la giurisprudenza della Corte EDU, in criteri di le­gittimità della legge. Ne segue che qualora il giudice rinvenga un contrasto tra le di­sposizioni interne e la Convenzione (rispettosa della Costituzione) e non riesca ad eliminare l’antinomia, tramite una interpretazione conforme delle norme nazionali a quelle pattizie [31], deve sollevare questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 117, comma 1, Cost. in relazione agli obblighi internazionali (che, in questo caso, sono costituiti, per l’appunto dalla CEDU) [32].

Come anticipato, i dubbi di legittimità costituzionale della Cassazione sono ori­ginati dal caso Grande Stevens. In quest’ultima vicenda i giudici di Strasburgo hanno stabilito che il reato di abuso di manipolazione del mercato (art. 185 TUF [33]) aveva contenuto per la maggior parte analogo all’illecito amministrativo dell’art. 187 ter TUF (manipolazione del mercato). L’identità si rifletteva anche sul piano procedurale poiché il processo penale e quello amministrativo (ed il relativo giudizio di opposizione alla sanzione a suo tempo irrogata) viaggiavano su binari paralleli, sebbene entrambi i processi fossero accomunati dallo stesso fatto concreto. La Corte europea riteneva, quindi, che l’applicazione della sanzione, scaturita dal giudizio civile conclusosi con sentenza definitiva, impediva che i soggetti già sanzionati fossero nuovamente perseguiti penalmente per i medesimi comportamenti.

Il problema del doppio binario sanzionatorio viene ora sottoposto all’attenzio­ne della Consulta dalla sezioni della Corte di Cassazione. Il giudice tributario di ultima istanza era chiamato a pronunciarsi sulla sanzione amministrativa per illecita manipolazione del mercato (art. 187 terTUF) confermata dal giudice di secondo grado. Infatti, per la stessa condotta materiale, qualificabile anche come reato di manipolazione del mercato (art. 185 TUF), i protagonisti del processo civile avevano riportato una precedente sentenza penale di condanna passata in giudicato. Sulla base del caso Grande Stevens, la Cassazione, da un lato, rileva il divieto del cu­mulo delle due sanzioni penali. Dall’altro lato, lamenta la sola violazione costituzionale dell’art. 649 c.p.p., poiché la norma di rito limita il divieto di sottoporre ad nuovo procedimento penale un soggetto il quale sia stato condannato o prosciolto in precedenza solo in base a sentenza penale, ma non anche nel caso in cui la parte sia risultata vittoriosa in un giudizio tributario. Attesa, così, l’impossibilità della Cassazione di interrompere immediatamente il processo e, dunque, di attribuire ef­fetto alla disposizione della CEDU, propone l’unica via percorribile: solleva questio­ne di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 117, comma 1, Cost.

Analoga impossibilità di interruzione del processo viene riscontrata dalla sezio­ne penale. La Cassazione rilevava che il ricorrente, per il medesimo fatto storico, costituente reato di abuso di informazioni privilegiate (art. 184 TUF), era stato già sanzionato per illecito amministrativo di cui all’art. 187 bis del TUF, mediante sentenza della Corte d’Appello passata in giudicato. Al fine di eliminare la violazione della CEDU pone due questioni di legittimità. Il giudice di ultima istanza prospetta una sentenza manipolativa con cui sostituire la clausola che prevede il cumulo sanzionatorio con quella che attribuirebbe carattere sussidiario alla fattispecie am­ministrativa. La Corte Suprema eccepisce, così, illegittimità costituzionale della norma nella parte in cui prevede «salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, è punito con sanzione amministrativa» anziché «salvo che il fatto costituisca reato». Qualora la tesi fosse accolta, il rapporto tra le due sanzioni sarebbe ricondotto all’alveo del criterio di specialità di cui all’art. 9 della L. n. 689/1981: in presenza della identica condotta sarà applicata la sola sanzione penale ed esclusa quella amministrativa. In seconda istanza la Corte solleva la violazione dell’art. 649 c.p.p. per le stesse ragioni esposte dai colleghi della sezione civile.

4. La manifesta infondatezza della remissione alla Consulta per effetto del diritto dell’Unione Europea

La questione di legittimità non sembrerebbe l’unica via astrattamente percorribile. Tale scelta appare, anzi, non del tutto corretta. La soluzione è forse già esistente ed è rintracciabile nella supremazia del diritto dell’UE, il cui rispetto è affidato anche al giudice non costituzionale. Si è visto, infatti, che entrambi i sistemi (Unione Europea e CEDU) garantiscono l’osservanza e la difesa dell’identico diritto del ne bis in idem. Dunque la problematica consiste nel rintracciare un possibile criterio per determinare in quali circostanze opera il diritto dell’UE, con i suoi “collaudati” meccanismi di disapplicazione della disposizione interna configgente con la norma “comunitaria”.

A tal fine è utile richiamare la Spiegazione dell’art. 51, par. 1 della Carta, ove si evince che la Carta si applica agli Stati membri quando essi attuano o danno esecuzione al diritto dell’Unione [34]. In effetti, entrambe le sezioni della Cassazione devono risolvere delle questioni intimamente connesse e disciplinate dal diritto “comunitario”. Le disposizioni censurate del TUF, imponendo un cumulo di sanzioni, non avrebbero correttamente trasposto l’allora esistente Direttiva 2003/6/CE, che si ispirava, seppur non expressis verbis, al principio del divieto del ne bis in idem. Il diritto secondario imponeva agli Stati l’adozione di sanzioni amministrative e concedeva loro la facoltà di predisporre anche sanzioni penali [35]. Il nuovo contesto giuridico europeo, nel quale la Corte di Cassazione ha sollevato i dubbi di costituzionalità, rafforza ancora di più il divieto del cumulo sanzionatorio [36]. Dal 2 luglio 2014 sono, infatti, in vigore la Direttiva 2014/57/UE [37] concernente le sanzioni penali sugli abusi di mercato ed il Reg. n. 596/2014 [38] relativo agli abusi di mercato. Le norme di diritto derivato sopravvenute invertono la precedente politica “repressiva”: diventano infatti obbligatorie le sanzioni penali e facoltative quelle amministrative [39], con espresso divieto per gli Stati di violare il principio del ne bis in idem [40].

L’applicazione del diritto dell’Unione, con la conseguente caducazione dei dub­bi di legittimità costituzionale, emergerebbe, poi, argomentando a contrario dagli assunti della stessa Corte costituzionale, quando nella sent. n. 80/2011 [41], chiamata ad esprimersi sulla illegittimità di disposizioni interne per violazione degli obblighi internazionali derivati dalla CEDU, ha ritenuto di non poter applicare le disposizioni della Carta di Nizza poiché la fattispecie sottoposta al suo esame (applicazione di misure personali e patrimoniali ante o praeter delictum) non rientrava nelle materie di competenza dell’Unione.

Dalle considerazioni che precedono si può ragionevolmente dubitare della fon­datezza della questione di legittimità. Infatti il rinvio alla Corte costituzionale verte su una materia che rientra nella competenza dell’Unione. Pertanto attesa la non conformità della legge italiana alle disposizioni “comunitarie” non si profila la violazione degli “obblighi internazionali”, costituiti dalla CEDU e richiamati, a livello costituzionale, dall’art. 117 Cost.

La valenza del diritto dell’Unione Europea impone, invece, che il conflitto tra il ne bis in idem e le norme nazionali (implicanti il cumulo sanzionatorio ed il doppio giudizio ad esse connesso) vada risolto sulla base del rapporto tra l’ordinamento giuridico comunitario e quello interno come disciplinato dall’art. 11 Cost. Quindi, secondo le indicazioni fornite dalla Corte costituzionale [42], le disposizioni dell’U­nione riceveranno diretta applicazione in considerazione della loro provenienza da un ordinamento distinto ed autonomo da quello nazionale, seppure con il medesi­mo coordinato, del quale non entrano a far parte. Ne segue che in caso si contrasto la legge italiana rimane semplicemente inapplicabile, non operando il meccanismo di rinvio della questione di legittimità costituzionale [43].

5. Alcune ipotesi di conformità del sistema processuale interno al diritto dell’Unio­ne Europea in caso di rigetto delle questioni di legittimità costituzionale

Una volta appurato che le disposizioni della Carta, di contenuto analogo alla CEDU, sono obbligatorie per gli Stati quando danno attuazione o esecuzione al di­ritto europeo [44], è lecito domandarsi come opera concretamente il vincolo desumibile dal diritto dell’Unione Europea. In altre parole occorre stabilire se l’art. 50 della Carta dei Diritti Fondamentali sia direttamente applicabile o meno, sul piano dell’ordinamento interno. Solo se si ammette la giustiziabilità della norma, cioè la possibilità di essere invocata “tale e quale” dal singolo nell’ambito di un giudizio nazionale, le disposizioni domestiche con essa contrastanti potrebbero essere disapplicate.

A tale quesito può probabilmente darsi risposta positiva. La Corte di Giustizia ammette, in via generale, la diretta applicabilità degli articoli della Carta, almeno laddove essi abbiano un contenuto chiaro, preciso e incondizionato [45]. La Grande sezione [46] interpellata in un caso in cui veniva invocato l’art. 27 della Carta – che garantisce ai lavoratori il diritto all’informazione e alla consultazione all’interno del­l’impresa «nei casi e alle condizioni previsti dal diritto dell’Unione e dalle legislazioni e prassi nazionali» – ha affermato che tale disposizione, in considerazione della sua formulazione, per produrre pienamente i suoi effetti, deve essere «precisata mediante disposizioni del diritto dell’Unione o del diritto nazionale». Per i giudici di Lussemburgo, poi, la non diretta applicabilità dell’art. 27 emerge ancor più con evidenza se il suo tenore si paragona con quello dell’art. 21 della Carta, il cui contenuto «sancendo il principio di non discriminazione in base all’età, è di per sé sufficiente per conferire ai singoli un diritto soggettivo invocabile in quanto tale».

Tuttavia la tutela accordata dall’art. 50 della Carta non imporrebbe, previa disapplicazione, la creazione immediata da parte del giudice di una nuova norma processuale contraria all’art. 649 c.p.p., che come detto non consente di caducare il processo penale in essere, sulla base di una precedente sentenza civile passata in giudicato. Il giudice è chiamato a ricercare una disposizione processuale che sostituisca quella eventualmente contrastante, all’interno del diritto domestico [47]. L’assunto è sintetizzato nella giurisprudenza della Corte di Giustizia [48] ove si evince che il diritto dell’Unione non ha inteso creare mezzi d’impugnazione, quindi processuali, diversi da quelli già contemplati dal diritto nazionale, esperibili dinanzi ai giudici nazionali, onde salvaguardare il diritto “comunitario”. Ciò è in linea anche con le concrete implicazioni derivanti dall’obbligo del giudice nazionale di interpretare il suo diritto conformemente alla norma dell’Unione [49]: nel caso Pfeiffer [50] si è precisato che l’esigenza di un’interpretazione conforme del diritto interno «(...) esige che il giudice nazionale prenda in considerazione tutto il diritto nazionale per valutare in quale misura possa essere applicato». Di risulta, è nella ricerca spasmodica di una norma processuale, all’interno dell’intero sistema nazionale, che l’eventuale contrasto si deve risolvere. Questo sembrerebbe il punto d’equilibrio, oltre il quale prevale il diritto dell’Unione.

Corollario ne è che qualora il sistema processuale domestico non sia in grado di garantire il rispetto del ne bis in idem, il giudice dovrà “creare” lo strumento giuridico processuale più appropriato, per dare applicazione alla norma europea. Tale conseguenza è confermata dal passo motivazionale della Corte, la quale – dopo aver ribadito la non intenzione del diritto dell’Unione di creare mezzi di tutela del diritto “comunitario” diversi da quelli già esistenti all’interno degli Stati – ha precisato che: «La situazione sarebbe diversa solo se risultasse dall’economia dell’ordi­namento giuridico nazionale in questione che non esiste alcun rimedio giurisdizionale che permetta, anche in via incidentale, di garantire il rispetto dei diritti spettanti ai singoli in forza del diritto comunitario» [51]Corollario ne è che il giudice dovrà disapplicare la norma processuale e crearne una di contenuto opposto a quella con­flittuale [52], quale ultimo atto dovuto.

Applicando tali insegnamenti e focalizzando l’attenzione sul carattere procedurale del ne bis in idem, ossia sul diritto di non essere perseguito o processato due volte, se ne deduce che tale aspetto della garanzia è equiparabile ad una condizione di mancanza di procedibilità della (seconda) azione giudiziaria ancora in essere. Utile, allora, risolvere il contrasto, in caso di pendenza del processo penale, con l’art. 424 c.p.p. o con l’art. 529 c.p.p. i quali prevedono che il giudice, nell’udienza preliminare o nel dibattimento, se l’azione penale non doveva essere iniziata o proseguita, emette sentenza di non doversi/luogo a procedere, indicandone la causa nel dispositivo (costituita dalla precedente sentenza tributaria passata in giudicato). Parimenti se ad essere concluso per primo è il processo penale, assurgendo la sentenza che lo definisce come fatto oggettivo e sopravvenuto nella concomitante procedura amministrativa, il giudice tributario [53] potrebbe dichiarare cessata la materia del contendere [54].

In ogni caso, a prescindere dagli esiti della sentenza della Corte costituzionale, non c’è dubbio che l’interpretazione giurisprudenziale della CEDU e del diritto dell’Unione, è destinata ad incidere sull’ordinamento interno. Da un lato si impone una rivisitazione del rapporto tra sanzione amministrativa e penale, sicuramente non in termini di specialità, quanto di esclusività. La sanzione penale, atteso il suo carattere tradizionalmente più incisivo, dovrebbe essere relegata alla tutela di interessi di particolare rilevanza per la collettività. La sanzione amministrativa, per contro, dovrebbe avere un carattere residuale per le violazioni più attenuate. Per altro verso, l’interferenza del sistema internazionale comincia a dissolvere, o quanto meno ad intaccare, alcuni principi cardine del diritto penale tra cui quello di legalità dei delitti. Non è più sufficiente cioè riferirsi al nomen juris della sanzione per distinguere l’illecito amministrativo dal reato. Se quest’ultimo, tradizionalmente, viene individuato sulla base della pena costituita dalla reclusione e/o dalla multa oppure dal­l’arresto e/o dall’ammenda [55], alla luce della prassi europea tale definizione legislativa appare incompleta. L’erosione di una legalità puramente formale non dovrebbe, però, sorprendere più di tanto. Essa è la naturale conseguenza di una di quelle caratteristiche tipiche del diritto internazionale che è il principio di effettività, in base al quale solo le pretese e le situazioni effettive, ossia concrete e solidamente costituite nella realtà, acquistano rilevanza giuridica

Note

[1] GOSIS, Verso una nuova nozione di sanzione amministrativa in senso stretto: il contributo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in Riv. it. dir. pubbl. com., 2014, p. 337 ss.

[2] Sent. Corte EDU, 27 febbraio 2015, n. 17039/13Rinas c. Finlandiain http://www.echr.coe.int.

[3] FLICK-NAPOLEONI, Cumulo tra sanzioni penali e amministrative: doppio binario o binario morto?, in Riv. soc., 2014, p. 953. Per la presenza di una pluralità di fattispecie di disapplicazione delle sanzioni amministrative tributarie, diverse per sede normativa di provenienza, per disposto letterale e, infine, per condizioni di esistenza V. FICARI, La disapplicazione delle sanzioni nei procedimenti tributari, in Rass. trib., 2002, p. 473 ss.

[4] Cass., sez. trib., ord. 21 gennaio 2015, n. 950.

[5] Cass. pen., sez. V, ord. 15 gennaio 2015, n. 333, in www.penalecontemporaneo.it.

[6] Sent. Corte EDU, 4 marzo 2014, Grande Stevens e altri c. Italiahttp://www.echr.coe.int. GAJA, Le conseguenze di una riserva inammissibile la sentenza nel caso “Grande Stevens c. Italia”, in Riv. dir. int., 2014, pp. 832-834.

[7] D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli artt. 8 e 21 della L. 6 febbraio 1996, n. 52, in G.U. del 26 marzo 1998, n. 71, S.O. e successive modificazioni. D’ora in vanti indicato come TUF nel testo.

[8] Per l’incidenza della CEDU nell’ordinamento tributario v. DEL FEDERICO, I principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo in materia tributaria, in Riv. dir. fin., 2010, p. 111; DEL FEDERICO, Tutela del contribuente ed integrazione giuridica europea, Milano 2010.

[9] È opportuno ricordare che tale adesione sembra ancora lungi da realizzarsi. V. Parere 18 dicembre 2014, n. 2/13 della Corte di Giustizia, in www.curia.europa.eu.

[10] Sent. 26 febbraio 2013, causa C-617/10, Åklagaren contro Hans Åkerberg Fransson, non ancora pubblicata in Racc., punto 44. Per un commento v. BROKELIND, Highlights & Insights, in European Taxation, n. 4, 2013, pp. 13-17; SZWARC, Application of the Charter of Fundamental Rights in the Context of Sanctions Imposed by Member States for Infringements of EU Law: Comment on Fransson Case, in European Public Law, 2014, p. 229 ss.

[11] Sent. 24 aprile 2012, causa C-571/10, Servet Kamberaj c IPES e altri, in Racc., ECLI:EU:C 2012, punto 36, p. 233. CARBONE, I diritti della Persona tra CEDU, diritto dell’Unione europea e ordinamenti nazionali, in Dir. Un. Eur., 2013, p. 1.

[12] ROSSI, Il Parere 2/13 della CGUE sull’adesione dell’UE alla CEDU: scontro fra Corti?, 22 dicembre 2014; VEZZANI, “Gl’è tutto sbagliato, gl’è tutto da rifare!”: la Corte di giustizia frena l’adesione dell’UE alla CEDU, 23 dicembre 2014, entrambi in http://www.sidi-isil.org/sidiblog/The EU’s Accession to the ECHR – a “NO” from the ECJ, in Common Market Law Review, 2015, p. 1 ss.

[13] Parere 18 dicembre 2014, n. 2/13 della Corte di Giustizia, cit., punti 185-189.

[14] Per un commento all’art. 4 del Protocollo n. 7 v. ALLEGREZZA, Commentario breve alla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, a cura di Bartole-De Sena-Zagrebelski, Padova, 2012, p. 897 ss.

[15] Prima del Trattato di Lisbona v. sent. 13 giugno 2006, causa C-336/2005, Ameur Echouikh contro Secrétaire d’Étataux Anciens Combattants, in Racc., 2006, punto 65, pp. I-05223; sent. 15 ottobre 2002, cause riunite C-238/99 P, C-244/99 P, C-245/99 P, C-247/99 P, C-250/99 P e C-252/99 P e C-254/99 P, Limburgse Vinyl Maatschappij NV (LVM) e a. c. Commissione delle Comunità europee, in Racc., 2002, punti 165 a 171, pp. I-08375.

[16] Per l’analisi della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea sia consentito un rinvio, senza pretesa di esaustività, a VILLANI, Diritti fondamentali tra Carta di Nizza, Convenzione europea dei diritti dell’uomo e progetto di costituzione europea, in Dir. Un. Eur., 2004, p. 73 ss.; DANIELE, La protezione dei diritti fondamentali nell’Unione europea dopo Lisbona: un quadro d’insieme, in Dir. Un. Eur., 2009, p. 645; ROSAS-KAILA, L’application de la Charte des droits fondamentaux de l’Union europèennne par la Cour de justice: un premier bilan, in Dir. Un. Eur., 2011, p. 1 ss.; TIZZANO, Les Cours europèennes et l’adhèsion de l’Union à la CEDH, in Dir. Un. Eur., 2011, p. 29 ss.; STROZZI, Il sistema integrato di tutela dei diritti fondamentali dopo Lisbona: attualità e prospettive, in Dir. Un. Eur., 2011, p. 837 ss.; CANNIZZARO, Diritti “diretti” e diritti “indiretti”: i diritti fondamentali tra Unione, CEDU e Costituzione Italiana, in Dir. Un. Eur., 2012, p. 24 ss.

[17] Sent. 4 ottobre 2010, causa C-400/10 PPU, Mc. B c. L. E., in Racc., 2010, pp. I-08965; sent. 22 dicembre 2010, causa C-279/09, DEB Deutsche Energiehandels – und BeratungsgesellschaftmbH contro Bundesrepublik Deutschland, in Racc., 2010, pp. I-13849. Per un commento v. OLIVER, Case 
C-279/09, DEB v. Germany, Judgment of the Court of Justice (Second Chamber) of 22 December 2010
, in Common Market Law Review, n. 6, 2011, 48, pp. 2023-2040.

[18] Spiegazione relative alla Carta dei Diritti Fondamentali, in GUUE del 14 dicembre 2007, 
C-303/30.

[19] Sent. 27 maggio 2014, causa C-129/14 PPU, Oberlandesgericht Nürnberg-Germania, ECLI:EU:C, 2014, punto 54, p. 586.

[20] Joint Communication from President Costa and Skouris, 24 January 2011 in www.curia.europa.eu.

[21] Sent. 26 febbraio 2013, causa C-617/10, Åklagaren contro Hans Åkerberg Fransson, cit. La vicenda giudiziaria penale riguardava un cittadino svedese accusato di frode fiscale per avere fornito dolosamente informazioni inesatte nelle dichiarazioni fiscali concernenti anche l’IVA. Reato aggravato per la consistenza degli importi evasi. Nelle more ed in pendenza del giudizio penale, l’ammi­nistrazione finanziaria infliggeva all’imputato, a causa delle stessa comunicazione di dati inesatti, una sanzione amministrativa che passava in giudicato per non essere stata impugnata nei termini.

[22] Il ricorso, da parte dei giudici del Lussemburgo, agli orientamenti della Corte EDU necessari per individuare la stessa natura della sanzione, lo stesso fatto storico ed il divieto di un doppio processo, non è diretto perché la Corte di Giustizia richiama solo un proprio precedente (sent. 5 giugno 2012, causa C-489/10, Łukasz Marcin Bonda,ECLI:EU:C, 2012, p. 319) ove viene menzionata la giurisprudenza dei giudici di Strasburgo.

[23] Sent. Corte EDU, 8 giugno 1976, Engel e altri c. Paesi Bassi, in http://www.echr.coe.int.

[24] Sent. Corte EDU, 10 febbraio 2009, Sergey Zolotukhin v. Russia, in http://www.echr.coe.int., punto 58. Quest’ultima pronuncia ha il pregio di precisare, in modo definitivo, il significato del termine “stesso reato”, individuandolo nella condotta concretamente posta in essere a prescindere dalla sua qualificazione giuridica. La Corte ha poi reputato la violazione del principio del ne bis in idem, in riferimento ad un medesimo comportamento (offese minacce e resistenza ad un pubblico ufficiale e successiva tentativo di fuga dell’offensore) oggetto di due diversi processi conclusisi a distanza di un anno di tempo l’uno dall’altro.

[25] Sent. Corte EDU, 4 marzo 2014, Grande Stevens e altri c. Italia, cit.

[26] Sent. Corte EDU, 20 maggio 2014, Nykänen c. Finlandia, in http://www.echr.coe.int. Il sig. Ny­känen, era accusato di avere percepito dividendi senza poi dichiararli, per una somma di poco superiore a 30.000 euro. Per tale condotta, in sede civile, veniva sanzionato nel 2009, in via definitiva, con il pagamento di una sanzione amministrativa (sovrattassa) di 1.700 euro; nel processo penale, iniziato nel 2008 e definito nel 2010, veniva condannato a dieci mesi di reclusione, oltre al pagamento di una multa. Per la Corte la sovrattassa, ancorché qualificata come amministrativa dal diritto nazionale, costituiva una sanzione di natura penale. Inoltre i giudici appuravano una duplicazioni di processi, ove addirittura il procedimento penale non veniva nemmeno interrotto.

[27] Sent. Corte EDU, 27 novembre 2014, Lucky Dev c. Svezia, in http://www.echr.coe.int. La ricorrente aveva omesso d’indicare i propri redditi d’impresa e l’IVA nella relativa dichiarazione. Per tale medesimo fatto erano stati, quindi, instaurati due diversi procedimenti. Il giudizio tributario, iniziato nel giugno 2004, si concluse nell’ottobre 2009 con l’imposizione di sovrattasse sul reddito e sull’IVA. Il procedimento penale, avviato il 5 agosto 2005, divenne definitivo l’8 gennaio 2009 a seguito di sentenza di assoluzione. La Corte, dopo aver ravvisato il cumulo di identiche sanzioni, ha censurato la duplicazione di procedimenti, poiché quello tributario non era stato concluso (e le soprattasse non sono state annullate) dopo la definizione del processo penale con sentenza passato in giudicato; anzi era continuato per i per successivi nove mesi e mezzo, cioè fino al 20 ottobre 2009.

[28] Sent. Corte EDU, 27 febbraio 2015, Rinas, cit.

[29] La Corte EDU, nei precedenti richiamati nella motivazione, ha sempre sottolineato che la nozione di “procedura penale” nel testo dell’art. 4 deve essere interpretata alla luce dei principi generali relativi rispettivamente alle corrispondenti parole “accusa penale” e “pena” indicate negli artt. 6 e 7 della Convenzione.

[30] Sent. Corte EDU, 8 giugno 1976, Engel and Others v. the Netherlands, cit. Si precisa che il secondo e terzo criterio sono alternativi e non necessariamente cumulativi. Questo, tuttavia, non esclude un approccio cumulativo in cui l’analisi separata di ciascun criterio non permette di raggiungere una chiara conclusione circa l’esistenza di un illecito penale.

[31] VILLANI, La funzione giudiziaria dell’ordinamento internazionale e la sua incidenza sul diritto sostanziale, in La comunità internazionale, 2014, p. 7 ss.

[32] Corte cost., 24 ottobre 2007, n. 348, in Giur. it., n. 3, 2008, p. 565 con nota di CONFORTI; Corte cost., 24 ottobre 2007, n. 349 in Corr. giur., n. 2, 2008, p. 193 con nota di LUCIANI-CONTI; Corte cost., 7 aprile 2011, n. 113, in Giur. it., n. 5, 2012, p. 1022 con nota di GUARNIERI.

[33] Vedi nota 7.

[34] TIZZANO, L’application de la Chatre de droits fundamentaux dans le États membres à la lumière de son article 51, paragraphe 1, in Dir. Un. Eur., 2014, p. 429; MORI, La “qualità” della legge e la clausola generale di limitazione dell’art. 52 par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, in Dir. Un. Eur., 2014, p. 243.

[35] Così l’interpretazione dell’art. 14 della Direttiva fornita dalla Corte EDU nel caso Grande Stevens dove al par. 229 richiama, condividendole, le statuizione della Corte di Giustizia nelle vicende Spector e Fransson.

[36] D’ALESSANDRO, Tutela dei mercati finanziari e rispetto dei diritti umani fondamentali, in Dir. pen. proc., 2014, p. 614.

[37] GUUE del 12 giugno 2014, L 173/179.

[38] GUUE del 12 giugno 2014, L 173/1.

[39] Cfr. considerando 22, 72 e art. 30 della Direttiva 2014/57/UE.

[40] Cfr. considerando 23 della Direttiva 2014/57/UE.

[41] Corte cost., 11 marzo 2011, n. 80 in www.cortecostituzionale.it.

[42] Corte cost., 8 giugno 1984, Granital; 11 luglio 1989, n. 389, Provincia autonoma di Bolzano; 18 aprile 1991, n. 168, Industria Dolciaria Giampaoli, in www.cortecostituzionale.it.

[43] Per le circoscritte ipotesi in cui l’art. 11 Cost., in presenza di contrasto delle disposizioni nazionali con il diritto dell’Unione, viene assunto quale parametro indiretto di legittimità costituzionale v. ADAM-TIZZANO, Lineamenti di diritto dell’Unione europea3, Torino, 2014, p. 216 ss.

[44] Corte Giust., sent. 8 maggio 2014, C‑483/12, Pelckmans Turnhout c. NV Walter Van Gastel Balen NV e altri, non ancora pubblicata in Racc., punto 17; STROZZI, La tutela sbilanciata dei diritti fondamentali dell’uomo, in Dir. Un. Eur., 2014, p. 189.

[45] CONTALDI,Effetto diretto e primato del diritto comunitario,in CASSESE, Dizionario di diritto pubblico, III, Milano, 2006, pp. 2124-2135.

[46] Sent. 15 gennaio 2014, causa C-176/12, Association de médiation sociale c. Union locale des syndicats CGT, non ancora pubblicata in Racc., punti 47-49. In dottrina v. DIPASCALE, I diritti sociali nella giurisprudenza dell’Unione europea: diritti Fondamentali?, in Riv. dir. int., 2014, p. 1148 ss.

[47] Sent. 11 settembre 2003, causa C-13/01, Safalero Srl v. Prefetto di Genova, in Racc., 2003, punti da 51 a 56, pp. I-08679; sent. 13 marzo 2007, causa C-432/05, Unibet Ltd, in Racc., 2007, punti 27, 40, 41 e 64, pp. I-2271; sent. 6 ottobre 2009, causa C-40/08, Asturcom Telecomunicaciones SL contro Cristina Rodríguez Nogueira, in Racc., 2009, punto 55, pp. I-9579; sent. 27 giugno 2000, cause riunite da C-2 0 a 244/98, Oceano Grupo Editorial e Salvat Ediotore, in Racc., 2000, punti 18 e 32, pp. I-4941; sent. 27 febbraio 2003, causa C-327/00, Santex Spa, in Racc., 2003, punti 25 e 65, pp. I-1877In dottrina sull’obbligo del giudice nazionale di interpretare le norme procedurali nazionali finalizzate a sanzionare l’osservanza del diritto dell’Unione in maniera tale da perseguire lo scopo a cui mira la norma comunitaria di diritto sostanziale v. URANIA GALETTA, L’autonomia procedurale degli Stati membri dell’Unione europea: Paradise Lost?, Torino, 2009, passim. L’assunto secondo cui nella maggior parte dei casi non vi sanno ricadute pratiche in termini di disapplicazione è espresso anche da BIAVATI, Diritto comunitario e diritto processuale italiano fra attrazione, autonomia e resistenze, in Dir. Un. Eur., n. 4, 2000, p. 717 ss.

[48] Sent. 13 marzo 2007, causa C-432/05, Unibet Ltd, cit., punto 40.

[49] Sent. 13 novembre 1990, causa C-106/09, Marleasing, in Racc., 1990, punto 9, pp. I-4136; sent. 16 giugno 2005, causa C-105/03, Pupino, in Racc., 2005, punti 9 e 43, pp. I-5285, su cui MARCHEGIANI, L’obbligo di interpretazione conforme alle decisioni quadro: considerazioni in margine alla sentenza Pupino, in Dir. Un. Eur., n. 3, 2006, pp. 563-583.

[50] Sent. 5 ottobre 2004, in cause riunite da C-397 a C-403/01, Pfeiffer, in Racc., 2004, punti 114 e 155, p. 8835; sent. 4 luglio 2006, in causa C-212/04, Konstantinos Adeneler e altri, in Racc., 2006, punti 108-112, pp. I-6057.

[51] Sentenza Unibet, cit., punto 41 e giurisprudenza ivi citata.

[52] Sotto la luce dell’extrema ratio del sistema andrebbero lette, quindi, le istanze della dottrina volte alla creazione di una nuova regola processuale in mancanza di strumenti interni, v. TIZZANO, La tutela dei privati nei confronti degli stati membri dell’Unione europea, in Foro it., 1995, IV, p. 13; KA­KOURIS, Do the Member States Possess Judicial Procedural “Autonomy”, in Common Market Law Review, n. 37, 1997, p. 1396; SCHEPISI, Sull’applicabilità d’ufficio delle norme comunitarie da parte dei giudici nazionali, in Dir. Un. Eur., 1997, p. 812 ss.; LENAERTS, The Rule of Law and the Coherence of the Judicial System of the European Union, in Common Market Law Review, n. 44, 2007, p. 1647; MASTROIANNI, Rinvio pregiudiziale e sospensione del processo civile: la cassazione è «realista del re»?, in Dir. Un. Eur., 2000, p. 101; ADINOLFI, La tutela giurisdizionale nazionale delle situazioni soggettive individuali conferite dal diritto comunitario, in Dir. Un. Eur., 2001, p. 55; DANIELE, Forme e conseguenze dell’impatto del diritto comunitario sul diritto processuale interno, in Dir. Un. Eur., 2001, p. 75; AMADEO, L’effettività del diritto comunitario sostanziale nel processo interno: verso un approccio di sistema?, in SPITALERI (a cura di), L’incidenza del diritto comunitario e della CEDU sugli atti nazionali definitivi, Milano, 2009, p. 155, il quale afferma che non viene imposto allo Stato membro una modifica normativa processuale “di privilegio” in favore del titolare di diritti comunitari.

[53] Il riferimento è anche al giudice tributario poiché il medesimo deve attenersi al processo civile sulla base dell’art. 1, comma 2 del D.Lgs. n. 546/1992. Sul processo in generale v. DELLA VALLE-FICARI-MARINI, Il processo tributario, Padova, 2008.

Per l’incidenza della CEDU sul processo tributario v. BILANCIA-CALIFANO-DEL FEDERICO-PUOTI (a cura di), Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e giustizia tributaria italiana, Torino, 2014, passim; DELLA VALLE, Il giusto processo tributario. La giurisprudenza della Cedu, in Rass. trib., 2013, p. 435 ss.; PERRONE, Art. 6 della Cedu, diritti fondamentali e processo tributario: una riflessione teorica, in Riv. dir. trib., 2013, p. 919 ss.; DEL FEDERICO, I principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in materia tributaria, in AA.VV., Studi in onore di Enrico De Mita, Napoli2012, I, p. 253 ss.; GREGGI, Giusto processo e diritto tributario europeo: la prova testimoniale nell’applicazione della CEDU (il caso Jussila), in Rass. trib., 2007, p. 216 ss.; LA SCALA, I principi del «giusto processo» tra diritto interno, comunitario e convenzionale, in Riv. dir. trib., 2007, p. 35 ss.;TESAURO, Giusto processo e processo tributario, in Rass. trib., 2006, p. 11 ss.; GALLO, Verso un “giusto processo” tributario, in Rass. trib., 2003, p. 11 ss.; DORIGO, Il diritto alla ragionevole durata del giudizio tributario nella giurisprudenza recente della Corte europea dei diritti dell’Uomo, in Rass. trib., 2003, p. 42 ss.

[54] Per il carattere processuale della cessazione della materia del contendere v. Cass., sez. III, 6 maggio 2010, n. 10960 (rv. 612643), in CED Cassazione, 2010.

[55] Art. 17 c.p.