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In tema di agevolazioni fiscali per la mediazione civile e commerciale

Ludovico Nicòtina

 La legge delega n. 69/2009 ha previsto la concessione di forme di agevolazione fiscale al fine di favorire l’affermazione del nuovo istituto della mediazione, una scelta che, tuttavia, deve restare entro i limiti di una ragionevole e razionale com­pressione delle ragioni erariali. Il quadro normativo di riferimento, riconducibile al D.Lgs. n. 28/2010 e al D.M. n. 180/2010, deve essere posto in relazione alla normativa fiscale riguardante le imposte coinvolte nelle scelte operate. Le agevolazioni concesse potrebbero, infatti essere utilizzate impropriamente a scopi elusivi, realizzando nuove forme di abuso del diritto fiscale. I temi oggetto di approfondimento riguardano, dunque, il corretto inquadramento delle agevolazioni fiscali, previste dal D.Lgs. n. 28/2010 all’art. 17, commi 2 e 3, riguardo all’imposta di bollo e a quella di registro, e all’art. 20, riguardo al credito d’imposta, cui si aggiunge l’approfondimento di talune problematiche di contorno, relative agli aspetti fiscali della mediazione civile e commerciale.

PAROLE CHIAVE: mediazione civile e commerciale - agevolazioni fiscali - imposta di bollo e di registro - credito d’imposta - responsabilitŕ fiscale del mediatore

Reflections on tax incentives in order to promote mediation in civil matters

Delegation Law No. 69/2009 provides for the possibility to accord forms of tax relief in order to increase the application field of this new legal institution in civil matters. It is worth underlining that also in this case the limits of a reasonable and rational compression of tax reasons can not be derogated. The framework is based on both Legislative Decree No. 28/2010 and Ministerial Decree No. 180/2010.

This framework has to be related to the tax laws provisions concerning taxes involved in mediation acts. This is due to the possible taxpayer misuse of the tax relief, which could lead to new forms of tax law abuse.

The topics examined in this article take into account these tax reductions, provided by Art. 17 of Legislative Decree No. 28/2010, paragraphs 2 and 3, relating to stamp duty and registration fees, and by Art. 20, relating to the tax credit. Besides some other problems arising from the tax aspects of civil and commercial mediation are treated.

Keywordscivil and commercial mediation, tax reliefs, stamp duty and registration fees, tax credit, fiscal responsibility

 

1. Considerazioni introduttive

Trattando delle agevolazioni fiscali [1], previste dal D.Lgs. n. 28/2010, va subito premesso che esse non si estendono all’IVA, corrisposta sulle prestazioni rese dall’Organismo di mediazione oppure dal mediatore designato.

Le “facilitazioni”, infatti, vogliono favorire esclusivamente le parti in lite ed hanno lo scopo precipuo di attrarre i soggetti in contesa, esortandoli a pri­vilegiare la mediazione piuttosto che ricorrere alla soluzione contenziosa giurisdizionale. In altri termini, gli assetti fiscali, predisposti nei confronti della mediazione civile, sono determinati dalla palese volontà legislativa di incentivare il ricorso allo strumento, attuando l’obiettivo della deflazione del contenzioso giudiziale e incoraggiando le parti alla conciliazione [2]. Quanto affermato si ricava dall’intero arco delle disposizioni in materia di mediazione, a cominciare dall’art. 4, ult. comma, D.Lgs. n. 28/2010, laddove si dispone l’obbligo dell’avvocato di informare il “cliente”, al momento del conferimento dell’incarico per la proposizione del giudizio, sulle agevolazioni fiscali concessegli ove preferisse ricorrere alla mediazione [3]. In questa disposizione, pertanto, il legislatore dichiara l’intenzione di “avvantaggiare” i contendenti che preferiscono il procedimento di mediazione rispetto alla risoluzione giudiziale della lite e, a tal fine, si avvale della leva fiscale. I motivi sono molteplici, a partire dall’interesse pubblico alla riduzione del carico giudiziale ed al conseguente intento di evitare l’intasamento dell’amministrazione della giustizia [4].

Nel D.Lgs. n. 28/2010 vi sono, dunque, disposizioni fiscali che confermano la propensione legislativa per la mediazione e la rilevanza attribuitale anche rispetto all’interesse erariale.

Secondo l’art. 20, comma 1, persino nelle ipotesi d’insuccesso della mediazione, le parti sono premiate solo per aver tentato questa modalità alternativa di risoluzione della lite, con un credito d’imposta, sia pure in misura ridotta rispetto a quello conseguibile in caso di fruttuoso esito della conciliazione [5].

In definitiva, comunque, si individuano tre principali “assetti” agevolativi che vanno esaminati separatamente e rispetto ai quali è opportuno condurre alcune riflessioni e precisazioni. L’uno riguarda l’esenzione da bollo e diritti, l’altro si riferisce all’imposta di registro e, l’ultimo, riguarda il credito d’im­posta corrispondente all’indennità versata ai mediatori. È utile, infine, segnalare che, nonostante quanto testé premesso in ordine al favor legislativo concesso alla mediazione e sotteso alle scelte agevolative in questione, queste ultime si rivelano non sempre soddisfacenti e, a volte, è necessario ri­levare l’op­portunità di un’interpretazione restrittiva riguardo alle stesse, onde evitare che possano configurarsi strumentalizzazioni dell’istituto in funzione elusiva [6].

2. Sul regime dell’esenzione totale per l’imposta di bollo

L’art. 17, D.Lgs. n. 28/2010, comma 2, dispone che «tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura». Occorre esaminare separatamente quali siano gli atti, i documenti ed i provvedimenti ai quali la norma intende riferirsi e risolvere alcuni dubbi [7].

Per quel che concerne gli atti del procedimento di mediazione, essi sono costituiti: dalla domanda di conciliazione [8]; dall’eventuale conferimento del­l’incarico all’avvocato, qualora, benché non prescritto dalla legge, la parte in­tenda, opportunamente, avvalersi di un tecnico; dall’adesione al procedimento di mediazione proposto dalla controparte; dalle eventuali memorie delle parti nel corso del procedimento; dalla proposta formulata dal mediatore, che lo ritenga opportuno o che ne sia stato richiesto concordemente dalle parti [9]; dall’accettazione o dal rifiuto della proposta [10]; dal verbale di raggiunto accordo e dal connesso accordo [11] e, in fine, dal verbale di fallita intesa [12].

Per quel che concerne, invece, i documenti, a propria volta esentati da bolli e spese, ai quali si riferisce il legislatore con il disposto di cui all’art. 17, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010, questi devono intendersi individuati nelle copie del processo verbale di avvenuto oppure di mancato accordo, depositate presso la segreteria dell’organismo di mediazione, ex art. 11, comma 5, D.Lgs. n. 28/2010; come anche nelle copie di attestazioni, dichiarazioni o scritti acquisiti al o nel procedimento di mediazione di cui al comma 1 dell’art. 10 [13]. Quest’ultima elencazione potrebbe apparire eccessivamente “restrittiva” o riduttiva, ma discende dal dettato normativo dell’art. 17, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010, laddove precisa che l’esenzione da imposte, tasse e diritti si riferisce ai documenti relativi al procedimento di mediazione, cioè a quelli formatisi nel procedimento. Del resto, non sarebbe corretto consentire, nel procedimento di mediazione, l’uso di documenti fiscalmente irregolari [14]. Al­trimenti il procedimento di mediazione si trasformerebbe in un facile espediente per l’abusivo utilizzo di documenti formati in frode alle norme fiscali. In altri termini, il testo normativo, in conformità a una corretta interpretazione letterale e logica, non consente in alcun modo di ampliare le ipotesi di “vantaggio”, come accadrebbe se si ammettesse l’accesso a documenti pregressi fiscalmente irregolari, con esenzioni da imposta e defalco di sanzioni in relazione a questi ultimi. La produzione documentale, non formata nel corso del procedimento, dunque, è soggetta agli ordinari oneri impositivi e al­leordinarie sanzioni [15]. Residua, invero, un dubbio non indifferente, riguardo alla trasmissione degli atti eventualmente irregolari prodotti nel procedimento. Appare evidente, infatti, che nei confronti del mediatore non possa operare l’art. 19, D.P.R. n. 642/1972, essendo ben chiaro che questi non riveste la qualifica di pubblico ufficiale, poiché, come ancora si osserverà, è specificamente previsto l’intervento del pubblico ufficiale nel caso in cui si renda necessaria l’autentica delle sottoscrizioni dell’accordo conciliativo, al fine della sua successiva trascrizione [16]. Il che dimostra incontrovertibilmente, se pure ce ne fosse stato bisogno, che il mediatore non riveste tale qualifica [17]. Né, tanto meno, svolge funzioni giudiziali o paragiurisdizionali, come avviene per gli arbitri nel caso dell’arbitrato [18] e, comunque, non acquisisce i documenti allo scopo di fondare un proprio provvedimento decisorio, poiché il suo ruolo non è finalizzato a questo scopo. Mi sembra, anche, possa escludersi una forma di responsabilità solidale da mandato del mediatore nei confronti delle parti, in quanto non è incaricato da queste ultime ma dal­l’organismo di mediazione [19].

Gli organismi di mediazione potrebbero, invece, considerarsi obbligati alla trasmissione ai fini della regolarizzazione, in quanto tenuti a conservare libri, registri o documenti soggetti a bollo [20], nonostante la riservatezza che caratterizza il procedimento [21]. Riguardo all’organismo di mediazione, l’ob­bligo della trasmissione per la regolarizzazione ai fini fiscali potrebbe ricavarsi per effetto della disposizione che prevede l’istituzione del “registro degli affari di mediazione” che impone all’Organismo, sebbene a scopi diversi, la conservazione degli “atti dei procedimenti trattati” [22]. Occorre, infine, individuare quali siano i provvedimenti del procedimento di mediazione esenti da imposta. A tal fine occorre riferirsi: al provvedimento con il quale l’or­ga­nismo, investito dalla domanda di mediazione, designa il mediatore per la risoluzione della controversia [23]; al provvedimento con il quale è conferito incarico ad un mediatore, diverso da quello nominato per la risoluzione del contrasto, perché formuli la proposta di mediazione [24]o, infine, al provvedi­mento di sostituzione del mediatore, precedentemente nominato, predispo­sto dall’organismo di mediazione su richiesta della parte [25].

Non mi sembra, invece, che possa includersi tra i provvedimenti esenti da bolli e spese, a norma del comma 2 dell’art. 17 in esame, il provvedimento giudiziale di omologazione, al quale si riferisce il comma 1 dell’art. 12 del medesimo D.Lgs. n. 28/2010 [26]. Tale conclusione si fonda, a mio avviso, sul rilievo che il provvedimento di omologa costituisce adempimento separato, distinto e successivo rispetto al procedimento di mediazione e, dunque, que­sto provvedimento giudiziale si pone al di fuori dello svolgimento della mediazione e non può essere considerato ai fini dell’agevolazione fiscale de quo. In tal senso, mi sembra, conduca anche la semplice osservazione del termine, concesso dalla legge, al fine di pervenire alla definizione della mediazione – la quale, infatti, va conclusa, in quattro mesi [27] – termine che, tuttavia, non include, né potrebbe, anche l’omologazione.

Serve rilevare, altresì, come il provvedimento di omologa potrebbe essere dato dal giudice davanti al quale penda il processo di merito concernente la contesa oggetto di mediazione. In questa eventualità, l’esecutività dell’ac­cordo, sussistendone le condizioni, deve essere concessa dal giudice del giudizio, il solo in grado di determinare la connessa estinzione del processo [28]. Se questo è vero e corretto, come in effetti appare, sembra impossibile com­prendere tra i provvedimenti del procedimento di mediazione, esenti per legge dall’imposta di bollo, il provvedimento giudiziale, con il quale il giudice di merito, dispone l’omologazione dell’accordo conciliativo.

In ultimo, è appena il caso di ricordare come gli atti del procedimento di mediazione non sono soggetti a formalità [29], caratteristica, certamente, non riferibile al decreto giudiziale di omologazione, il quale deve attribuire al­l’accordo la forza di titolo esecutivo, idoneo per tutte le forme di esecuzione e, pertanto, deve rispettare necessariamente alcuni requisiti di forma. A conferma della conclusione secondo la quale l’esenzione dall’imposta di bollo si riferisce alla conciliazione, e non al successivo provvedimento giudiziale di omologazione, va osservato come, in forza del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642, la conciliazione, anche stragiudiziale, è, invece, soggetta all’imposta di bollo quando non è prevista una specifica esenzione [30]. L’art. 17, comma 2 del decreto legislativo in commento, dunque, escludendo il pagamento del­l’imposta di bollo, per il solo procedimento di mediazione, deve riferirsi al­l’accordo conciliativo, attuato nel procedimento di mediazione, ma non può essere riferito, per tutte le suesposte ragioni, al successivo provvedimento giudiziale. Infatti, le norme fiscali non consentono interpretazioni estensive delle tassative ipotesi di esclusione previste, poiché è noto che le norme di esenzione dal versamento di tributi, sia questa integrale o parziale, rappresentano deroghe alla disciplina tributaria generale stabilita dalla legge ordinaria. Hanno, dunque, carattere speciale e, di conseguenza, non possono essere utilizzate che nei limiti specifici entro i quali il legislatore medesimo le ha concesse [31].

La disposizione dell’art. 17, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010, comprende, altresì, nell’esenzione del pagamento, qualsiasi tassa per il rilascio di copie dei documenti del procedimento di mediazione. Precisa, inoltre, come il rilascio dei predetti documenti sia esente da ogni spesa o corresponsione di diritti. Anche in questo caso è opportuno specificare che l’esclusione dal pagamento delle spese [32]deve intendersi riferita soltanto: alle spese affrontate, dalla segreteria dell’organismo di mediazione, per il rilascio di copie del verbale di conciliazione o di mancata conciliazione [33]; alle spese per il rilascio delle copie ai fini dell’omologazione [34].

Invece, a mio avviso, non rientra nell’esenzione il diritto che compete al pubblico ufficiale nel caso in cui questi debba autenticare le sottoscrizioni dell’accordo conciliativo, per procedere alla trascrizione dello stesso, così come dispone l’art. 11, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010. Ciò in quanto, questo adempimento, necessario per legge in determinati casi, non può essere compreso tra gli atti tipici del procedimento di mediazione. Esso resta, infatti, un onere da osservare solo nel caso in cui si desideri trascrivere l’accor­do ormai perfezionato.

In conclusione, occorre ritenere che le agevolazioni fiscali, concesse alla mediazione, debbano essere mantenute entro i limiti di una logica e coerente interpretazione e non sia possibile estenderle ad atti, documenti o provvedimenti non specificamente rientranti nel procedimento di mediazione.

3. L’imposta di registro: l’esenzione parziale e l’abuso della norma

Con riferimento alle agevolazioni fiscali riguardo all’imposta di registro, l’art. 17, comma 3, del decreto legislativo in commento, dispone l’esenzione riguardo al verbale di accordo e fino al valore di 50.000 euro, specificando l’obbligo del pagamento solo per la parte eventualmente eccedente.

Anche questa particolare forma di esenzione è stata già concessa, in passato, dal legislatore, con altre disposizioni di legge, sempre con funzione incentivante, ovvero nel comune intento di indurre i litiganti a prediligere risoluzioni veloci del contenzioso [35]. Nella fattispecie, tuttavia, la precisazione dei limiti dell’esenzione, fino a cinquantamila euro e al pagamento soltanto per la parte eccedente dell’accordo, costituisce un’apprezzabile e opportuna chiarificazione rispetto all’incertezza lasciata da altra, precedente, disposizio­nesimilare [36], anche se non risolve ogni dubbio e residuano alcuni rilevanti problemi che è opportuno affrontare.

Considerato che, in generale, l’imposta di registro è dovuta per tutti gli atti scritti di contenuto economico [37] e che, come rilevato, la norma dispone un’esenzione solo entro un determinato limite di valore, è necessario, in primo luogo, stabilire se, superata tale soglia, il versamento d’imposta sia do­vuto in termine fisso o solo in caso d’uso. Stando alla lettera della legge, che riferisce l’esenzione al verbale di mediazione, si potrebbe ritenere che sia sempre dovuta la registrazione in termine fisso. Questo perché sembra corretto considerare la forma scritta del verbale di mediazione, previsto ai sensi dell’art. 11, D.Lgs. n. 28/2010, richiesta ad substantiam, il che costituisce una premessa, appunto, per l’obbligo di registrazione del­l’atto medesimo in termine fisso [38]. Si perverrebbe, per tal via, ad un’agevo­le e univoca soluzione del dubbio prospettato che consentirebbe anche di fissare un dies a quo certo.

Il valore al quale si riferisce l’eventuale obbligo d’imposta deve essere quello dell’accordo, il quale non è neppure indirettamente rappresentato dal verbale, ma solo allegato allo stesso, ai sensi del comma 1 del medesimo art. 11, D.Lgs. n. 28/2010. In altri termini, il comma 3 dell’art. 17 in esame, disponendo l’esenzione riguardo al valore espresso dal verbale di accordo, risulta impreciso e, anzi, denuncia un primo difetto dal quale, come in precedenza rilevato, potrebbe conseguire una certa confusione. Più correttamente, infatti, il valore avrebbe dovuto riferirsi all’accordo, al quale la dottrina di gran lunga maggioritaria ha riconosciuto autonomia rispetto al verbale di mediazione, in base ad un’esegesi normativa che sembra corretta e condivisibile [39]. Se, infatti, l’art. 11 in commento dispone l’allegazione del testo del­l’accordo al processo verbale è palese che si tratta di atti distinti, poiché non avrebbe senso allegare se, invece, si avesse identità o incorporazione del­l’accordo nel verbale. A distinguere i due atti sarebbe anche la circostanza in base alla quale, mentre l’accordo negoziale risulta dalla volontà delle parti, è atto loro riferibile e non riguarda, invece, il mediatore, al contrario, il verbale, al quale l’accordo stesso è allegato, è, invece, atto riferibile al procedimento di mediazione a prescindere dall’accordo [40].

Quanto osservato sembra destinato a rendere poco rilevante la forma scritta del verbale, giacché più correttamente il legislatore avrebbe dovuto riferirsi all’accordo delle parti e non al verbale cui, pure, l’accordo è allegato. Tuttavia, considerato l’onere di allegazione in questione si potrebbe ritenere che anche l’accordo tra le parti debba assumere la forma scritta, nel qual caso la soluzione già suggerita potrebbe ritenersi comunque valida e la registrazione, in ogni caso, soggetta a termine fisso [41].

Al fine di dirimere la questione in merito all’imposta di registro è stata prospettata una soluzione, anch’essa potenzialmente univoca e “semplificatrice”, che non costringerebbe a considerare il contenuto specifico di ogni singolo accordo e, al contrario della precedente già esaminata, lascerebbe sorgere, in sostanza, l’obbligo d’imposta solo in un momento successivo, sia rispetto alla formazione dell’accordo che alla sua verbalizzazione. Anche in questo caso, peraltro, si ricorre al testo normativo in esame, prendendo, questa volta, abbrivio dall’art. 12, D.Lgs. n. 28/2010. Questa norma, infatti, dispone che il verbale d’accordo il cui «contenuto non è contrario all’ordi­ne pubblico o a norme imperative» può essere omologato, «su istanza di parte e previo accertamento anche della regolarità formale», dal Presidente del Tribunale, costituendo, in forza dell’omologa, titolo esecutivo per espropriazione forzata, esecuzione in forma specifica e iscrizione di ipoteca giudiziale. Orbene, in merito alle ipotesi di atti soggetti ad omologazione, l’art. 14, D.P.R. n. 131/1986 prevede che questi ultimi siano registrati soltanto quan­do l’omologazione sia intervenuta, più in particolare che il termine concesso ai fini della registrazione, ex art. 13 T.U. di registro, decorra solo dal giorno in cui i soggetti tenuti a richiedere la registrazione hanno avuto notizia del provvedimento di omologazione o dal giorno in cui l’atto è divenuto altrimenti eseguibile [42]. Anche questa soluzione, condivisa da parte della dottrina [43], consentirebbe, peraltro, di risolvere con certezza il problema, altrimenti di non agevole soluzione, del termine iniziale dal quale calcolare la decorrenza ai fini dell’accertamento della tempestività del pagamento dell’impo­sta di registro in questione. L’art. 14 T.U. di registro, infatti, obbliga funzionari e cancellieri, preposti all’ufficio che provvede all’omologazione, a comunicare, mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, l’avve­nuta emanazione del provvedimento, entro cinque giorni. Costituisce, quin­di, un dies a quo certo dal quale far scattare il termine di venti giorni concessi ai fini del pagamento dell’imposta, decorrente dalla ricezione della raccomandata certificata nella ricevuta di ritorno [44]. Occorre, tuttavia, notare che l’articolo in questione presenta due rilevanti problemi. In primo luogo, contempla un’alternativa, vale a dire che la “notizia” possa essere data alle parti oppure ai «notai e funzionari che hanno rogato l’atto», presupponendo che, come di norma avviene, gravi su questi ultimi una conseguente responsabilità solidale con le parti per il pagamento dell’imposta in esame [45]. Inoltre, di norma, si tratta di atti che devono essere omologati per poter esplicare la loro efficacia, di modo che si realizzi, un semplice rinvio della registrazione in termine fisso, ma quest’ultima resti tale e non divenga solo eventuale. Nel caso della mediazione in questione, invece, come già osservato riguardo al­l’imposta di bollo, sembra doversi, senza dubbio, escludere una responsabilità solidale del mediatore, cui è espressamente negata, peraltro, proprio la qualifica di pubblico ufficiale [46] e che, come già accennato, non riveste neppure il ruolo di mandatario delle parti [47], poiché riceve “investitura” dall’or­ganismo di mediazione [48]. Allo stesso modo, non può concludersi che la mediazione necessiti dell’omologazione ai fini dell’efficacia, poiché l’accor­do avrebbe, comunque, effetto tra le parti e, pur non possedendo la forza del titolo esecutivo, resterebbe spontaneamente eseguibile [49]. In questo modo, tuttavia, l’imposta dovuta in termine fisso, conseguente al contenuto dell’ac­cordo, diverrebbe impropriamente un’imposta dovuta soltanto in caso d’uso. Trasformazione quantomeno azzardata riguardo a norme impositive.

Resta, ancora, la possibilità di risolvere il dubbio in oggetto, valorizzando l’aspetto dell’accordo intervenuto tra le parti che, peraltro, rimane essenziale ai fini della quantificazione dell’imposta dovuta. Questa soluzione, tuttavia, se utilizzata anche allo scopo di stabilire la debenza in termine fisso oppure no, non consentirebbe una soluzione univoca, perché ci si dovrebbe ri­ferire alla natura giuridica dell’accordo, in base al suo effettivo contenuto.

Riguardo alla natura giuridica degli accordi, si osserva come sia opinione comune ritenere che essi si sostanzino in transazioni nella maggioranza dei casi. Di conseguenza, si renderebbe applicabile alla mediazione l’art. 29, D.P.R. n. 131/1986, che dispone anche in ordine alla commisurazione del­l’imposta, ove dovuta, cioè per la parte di valore eccedente il limite legislativamente fissato [50]. Dalla rammentata disposizione, infatti, si possono trarre, opportunamente trasposte, le seguenti indicazioni: se la mediazione comporta trasferimenti di proprietà o altri diritti reali oppure la costituzione di questi ultimi, l’imposta si applica in proporzione alla Tariffa allegata al D.P.R. n. 131/1986 [51]; se, invece, la mediazione non importa trasferimento o costituzione dei suddetti diritti, l’imposta si applica in relazione agli obblighi di pagamento che derivano dagli accordi medesimi, con esclusione di eventuali obblighi di restituzione e degli obblighi estinti attraverso la mediazione [52]; se, infine, dalla mediazione non scaturiscono neppure obblighi di pagamento, allora l’imposta è dovuta in misura fissa. Dal che si evince, quale primo utile dato, che per le conciliazioni in cui l’accordo non modifica, innovandoli, i rapporti in contesa, né sorgono obblighi di pagamento, l’imposta dovuta non è proporzionale ma, appunto, fissa [53].

Quanto testé osservato sembra condurre, quantomeno, ad una conclusione e cioè che, in generale, l’accordo di mediazione, allegato al verbale, sia soggetto a obbligo di registrazione in termine fisso, perché anche le ipotesi tra le quali appare possibile inquadrare gli accordi di mediazione, come osservato, sono, in massima parte riconducibili alla parte I della Tariffa, quella che riguarda, appunto, gli atti soggetti a registrazione in termine fisso. Alla stessa conclusione si perviene in base all’art. 11, comma 3, che, richiamando l’art. 2643 c.c., dispone in merito agli atti soggetti a trascrizione, per i quali, ovviamente, l’imposta è dovuta in termine fisso, essendo addirittura previsto l’intervento necessario del pubblico ufficiale [54]. In base all’art. 13, D.P.R. n. 131/1986 la registrazione sembrerebbe, dunque, dover avvenire entro venti giorni dalla stipulazione dell’accordo, con la conseguenza che, in mancanza, si dovrebbe prevedere la registrazione coattiva d’ufficio e l’applicazio­ne delle sanzioni, ex artt. 15 e 69, D.P.R. n. 131/1986.

Residuano, ancora, alcuni dubbi di non poco momento riguardo al calcolo del valore dell’accordo, in base al quale è necessario considerare l’esen­zione e calcolare l’imposta sul resto, e in merito all’ufficio dell’Agenzia delle entrate territorialmente competente a riscuotere l’imposta.

Il primo quesito è riferito al criterio da utilizzare ai fini della determinazione del valore dell’accordo. Ictu oculi, la soluzione potrebbe apparire sin troppo agevole, poiché ai sensi del comma 7 dell’art. 16 del Reg. n. 180/2010 «il valore della lite è indicato nella domanda di mediazione ...» e, dunque, potrebbe sembrare facile risolvere ogni dubbio riferendosi, appunto, a questo valore, anche ai fini dell’esenzione dall’obbligo del pagamento dell’imposta di registro e del calcolo dell’imposta medesima, sull’eccedenza di valore rispetto al limite legislativamente disposto. In altri termini, sarebbe sufficiente riferirsi al contenuto della domanda di mediazione, regolato dall’art. 4, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010. Questa soluzione, tuttavia, non può essere considerata valida. Occorre, infatti, osservare che il valore della lite rispetto alla domanda iniziale può essere modificato dall’organismo di mediazione, sulla base di difformità di valutazione delle parti o di rilievi da parte del mediatore stesso [55]. E comunque, in realtà, il valore in questione, emergente dall’istanza di conciliazione, non corrisponde necessariamente al valore del­l’accordo, al quale, come osservato, deve, invece, essere riferito il calcolo ai fini dell’imposta di registro. Il valore dell’accordo può, infatti, essere modificato, rispetto al valore espresso inizialmente nella domanda, nel corso del procedimento, a seguito della volontà manifestata dalle parti e anche inconsiderazione della circostanza che l’accordo conciliativo importi, come potrebbe, prestazioni future [56]. Si rivela, pertanto, la necessità di riferirsi al valore dell’accordo all’atto della sua realizzazione al quale occorre connettere il calcolo e l’obbligo d’imposta, così come ex art. 16, comma 8, D.M. n. 180/ 2010, è necessario fare in relazione alla determinazione delle indennità di mediazione [57].

Il secondo quesito che ci si è posti, in merito al pagamento dell’imposta di registro in esito alla mediazione in esame, riguarda l’individuazione del­l’ufficio dell’Agenzia delle entrate territorialmente competente alla riscossione dell’imposta medesima.

Anche in questo caso, per la soluzione, apparentemente assai semplice, può giovare qualche precisazione. Al fine di risolvere ogni dubbio sul punto in questione, è necessario individuare i soggetti obbligati ad eseguire il richiesto pagamento dell’imposta di registro. Non è dubbio che le parti siano solidalmente tenute al versamento [58] e, di conseguenza, sembrerebbe possibile concludere che la registrazione possa essere richiesta, indifferentemente, presso qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle entrate [59]. Il problema è che si potrebbero prospettare, come osservato ai fini dell’imposta di bollo, dubbi di responsabilità solidale se non del mediatore [60]dell’organismo di mediazione e, comunque, perplessità in ordine alle ipotesi in cui, ai sensi dell’art. 11, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010, sia richiesta l’autenticazione del pubblico ufficiale. Consideriamo, preliminarmente, proprio quest’ultima fattispecie. Nel caso in cui l’accordo conciliativo richieda la sottoscrizione del pubblico ufficiale, sorge il legittimo sospetto che, poiché il pubblico ufficiale è certamente obbligato a richiedere la registrazione, l’ufficio dell’Agenzia delle entrate competente in questi casi debba essere determinato in base alla sede del pubblico ufficiale autenticante, ai sensi del comma 1 dell’art. 9 T.U. di registro [61]. Se, invece, si assegnasse una responsabilità, anche in ordine all’impo­sta di registro, gravante sull’organismo di mediazione [62], non sembra, comunque, che potrebbe da questa eventualità farsi discendere una individuazione obbligata della competenza territoriale dell’Agenzia [63], in quanto, comunque, non si tratterebbe di pubblici ufficiali obbligati alla registrazione, né gli accordi sarebbero identificabili, tranne che nel caso già esaminato di cui al comma 3 dell’art. 11, in atti pubblici o scritture private autenticate e, di conseguenza, non sarebbe, comunque, applicabile la disciplina di cui al comma 1 dell’art. 9 T.U. di registro.

Residua, ancora, l’esame in un’ultima prospettiva, derivante dall’eventua­le adesione alla teoria che vorrebbe riferire il sorgere dell’obbligo d’imposta al momento della successiva omologazione dell’accordo. In questo caso, invece, potrebbe rilevare il comma 2 dell’art. 9 T.U. di registro in quanto interviene l’autorità giudiziaria tramite, appunto, l’omologa. Di conseguenza, po­trebbe individuarsi competente l’ufficio dell’Agenzia nella cui circoscrizione «risiedono i cancellieri ed i segretari che, nelle loro funzioni, hanno partecipato alla formazione» del decreto di omologa.

Sempre con riferimento all’imposta di registro sulla mediazione, il Consiglio Superiore della Magistratura, nel parere allo schema di decreto legislativo finalizzato all’attua­zione dell’art. 60 della L. n. 69/2009, ha espressamente considerato l’esen­zione fiscale in esame evidenziandone un possibile profilo critico che merita di essere vagliato [64].

L’Organo di autogoverno della magistratura ha paventato un’ipotesi di “abuso” che potrebbe verificarsi avvalendosi dell’agevolazione fiscale considerata al fine di realizzare trasferimenti immobiliari in esenzione d’imposta. Si potrebbe, cioè, simulare l’esistenza di un preliminare di compravendita immobiliare non rispettato, per inscenare una lite e, in sede di mediazione, fingere una conciliazione, lucrando l’esenzione totale o parziale dall’imposta di registro [65].

In verità, sembra che tale possibilità di abuso in chiave elusiva dello strumento della mediazione sarebbe destinata ad avere scarse probabilità di riuscita. Come osservato, specie nel caso di trasferimento di diritti reali immobiliari, il procedimento e l’accordo successivo sono sottoposti a verifiche tali da rendere remota la possibilità di riuscita e, dunque, di beneficiare illecitamente della detrazione dall’obbligo del pagamento dell’imposta di registro. I contraenti, in primo luogo, dovrebbero riuscire ad ingannare o avere la collusione dell’organismo di mediazione e del mediatore incaricato di risolvere l’apparente contrasto [66]. Questo perché, nel corso del procedimento di mediazione è presumibile che il mediatore riesca a percepire l’intento frau­dolento perseguito dalle parti e, di conseguenza, si rifiuti di svolgere la richiesta mediazione [67].

Nel caso di trasferimenti di diritti reali immobiliari, inoltre, è prevista l’autentica del pubblico ufficiale, ex art. 11, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010, che, tra l’altro, come rilevato, potrebbe essere gravato dell’obbligo di registrazione e, dunque, si deve ritenere che l’accordo debba superare anche il suo vaglio, previsto ai fini della trascrizione [68].

Infine, se si ricorresse anche all’omologazione, ai sensi dell’art. 12, D.Lgs. n. 28/2010, vi sarebbe l’ulteriore controllo del Presidente del Tribunale, che non si limita al solo «accertamento della regolarità formale», poiché la norma dispone che sia esperito “anche” questo e non “solo” questo. In conclusione, dunque, l’ipotesi di un abusivo utilizzo dello strumento della mediazione, allo scopo di attuare con successo una frode fiscale, appare piuttosto improbabile [69].

È da escludere, poi, anche la possibilità di abuso della mediazione in modo indiretto, cioè attraverso l’utilizzo o il riferimento ad altri contratti o atti fiscalmente irregolari, sotto l’aspetto dell’imposta di registro in esame. Si noti, al riguardo, che l’art. 22, comma 1, D.P.R. n. 131/1986 impone la regolarità fiscale di tutti i documenti esterni al procedimento di mediazione e utilizzati nel corso dello stesso e, in caso d’irregolarità, prevede in relazione agli stessi l’applicazione delle sanzioni [70]. Nessun dubbio, inoltre, può sussistere a proposito dei limiti entro i quali opera l’esenzione in esame, poiché dal comma 3 dell’art. 17, D.Lgs. n. 28/2010 si evince, con chiarezza, che essa è riferita esclusivamente all’accordo realizzato in sede di mediazione. Risulta, pertanto, confermato l’assoggettamento all’imposta degli altri contratti, ai quali il verbale di accordo dovesse fare riferimento. Di conseguenza, ferma restando, ovviamente, la responsabilità del pubblico ufficiale o della cancelleria del tribunale, nelle ipotesi in cui questi intervengano nel procedimento ai fini dell’autentica o dell’omologazione, in ordine alla responsabilità per l’e­ventuale denuncia delle irregolarità, si pone, nuovamente, il problema del­l’e­ventuale coinvolgimento anche del mediatore o dell’organismo di mediazione. In base a quanto rilevato, in merito agli atti non in regola con l’impo­sta di bollo, sembrerebbe possibile prospettare, al più, una responsabilità in tal senso dell’organismo di mediazione, responsabilità che semplificherebbe il compito dell’Agenzia e si coordinerebbe al meglio con la tesi che impone l’obbligo di registrazione fin dall’accordo, a prescindere dalla sua eventuale omologazione. Occorre rilevare, tuttavia, che non è agevole attribuire tale forma di responsabilità nei confronti dell’organismo di mediazione, poiché la normativa vigente al riguardo non contempla, in atto, né il mediatore né l’organismo tra i soggetti gravati da quest’obbligo [71].

4. Il credito d’imposta: condizioni e distinzioni

L’art. 20, D.Lgs. n. 28/2010 attribuisce un credito d’imposta alle parti del procedimento di mediazione, commisurato all’indennità da queste versata all’organismo di mediazione, a compensazione dell’opera prestata nel procedimento. Si tratta, dunque, di un altro strumento agevolativo tendente ad incentivare il ricorso alla mediazione, anche a prescindere dall’effettiva conciliazione tra le parti. Nondimeno, occorre rilevare che l’agevolazione in questione si atteggia diversamente in caso di conciliazione raggiunta rispetto alle ipotesi in cui quest’ultima fallisca. Il legislatore, pertanto, ha voluto favorire, sostanzialmente, il buon esito della procedura rispetto al mero tentativo, dunque la reale conciliazione rispetto alla mediazione non finalizzata.

In particolare, l’agevolazione è disposta in relazione all’indennità, corrisposta dalle parti «ai soggetti abilitati a svolgere il procedimento di mediazione ...», rectius all’organismo di mediazione [72] e consiste nell’attribuzione alle parti di un credito d’imposta, riconosciuto a determinate condizioni e, co­munque, non oltre la concorrenza di 500 euro, se la mediazione si sia conclusa con la conciliazione, oppure non oltre 250 euro se, invece, la tentata mediazione non abbia fruttato la conciliazione della lite.

Le condizioni necessarie, affinché le parti del procedimento di mediazione possano beneficiare del credito d’imposta, sono le seguenti: la corresponsione di un’indennità all’organismo di mediazione; l’esistenza di un ob­bligo d’imposta, nei confronti dell’Erario, gravante sulle stesse parti della me­diazione; il riferimento del credito d’imposta e dell’obbligo d’imposta al me­desimo anno solare; l’individuazione, da parte del Ministero della Giustizia, di un importo stanziato al fine di corrispondere la predetta indennità; la co­municazione agli interessati, da parte del Ministero, riguardo al credito loro spettante ed infine, l’indicazione, nella dichiarazione dei redditi del soggetto avente diritto, del credito riconosciutogli. Analizzando singolarmente le sud­dette condizioni sono possibili alcune osservazioni.

Il riconoscimento di un credito d’imposta fino a 500 euro può condurre al compimento gratuito del procedimento di mediazione nelle controversie di modico valore. I contendenti nelle contese di modico valore, infatti, se at­tuano la mediazione con successo, dovrebbero avere ottime probabilità di poter beneficiare di un credito d’imposta tale da consentire loro il totale ristoro delle spese di mediazione corrisposte all’organismo [73]. Per questo verso, dunque, sembra che si possano indurre le parti a ricorrere all’istituto della mediazione, specie nell’ipotesi di c.d. “mediazioni facilitative” [74]. L’argo­mento, inoltre, allontana il paventato rischio di compressione delle norme costituzionali, riguardo all’ostacolo alla giustizia che potrebbe essere rappresentato dall’aumento del costo derivante dall’esperimento del preliminare tentativo di mediazione [75]. L’agevolazione in commento, infatti, dovrebbe consentire di neutralizzare o, comunque, minimizzare il costo aggiuntivo della mediazione, rispetto a quanto dovuto per far valere giudizialmente il proprio diritto [76]. L’aspetto negativo della disposizione, in merito alla condizione in commento, riguarda, invece, l’aumento, fino ad un quinto, dell’indennità dovuta all’organismo di mediazione, in caso di successo del procedimento [77]. Previsione che attribuisce un beneficio di poco rilievo all’organismo, ma può costituire un disincentivo per le parti, che potrebbero esserne scoraggiate dal conciliare nel corso della mediazione. Si potrebbe, neutralizzare questo rischio se i regolamenti degli organismi di mediazione provvedessero [78], a stabilire un aumento del tutto simbolico dell’indennità loro dovuta.

La seconda condizione necessaria, affinché le parti possano godere del previsto credito d’imposta, è rappresentata dalla stretta relazione temporale che deve sussistere tra credito d’imposta e tributi dovuti all’Erario [79]. La nor­ma, infatti, esclude la possibilità di un credito verso lo Stato se le parti della mediazione non dovessero nulla al Fisco [80]. Sembra chiara, tuttavia, anche la necessità che il credito d’imposta sia maturato nel corso del medesimo anno solare per il quale il contribuente deve l’imposta. Soltanto a questa condizio­ne l’indennità corrisposta all’organismo di mediazione, per i servizi da que­sti resi alle parti, consente a queste ultime di vantare un credito d’imposta, da portare, dunque, in compensazione rispetto ai tributi dovuti nel medesimo periodo d’imposta, coincidente con l’anno solare.

Una terza condizione, per poter beneficiare del credito d’imposta, consiste nella necessità che il Ministero della Giustizia individui, entro il 30 aprile di ogni anno, le somme destinate a “coprire” le deduzioni d’imposta dovute ai contribuenti per l’anno precedente [81]. La disposizione discende dalla necessità di garantire l’invarianza del gettito fiscale, come previsto sin dalla legge delega n. 69/2009 [82], ma comporta la possibilità di una divergenza tra il credito d’imposta, astrattamente riconoscibile e quanto, invece, concretamente, concesso ai contribuenti [83]. Sembra, pertanto, che l’attribuzione per intero del credito d’imposta previsto, a causa dell’attuale congiuntura economica, rimanga piuttosto utopistica. Le risorse stanziate dal Ministero della giustizia potrebbero, infatti, dilatare la forbice tra somma astrattamente spettante e credito d’imposta effettivamente concesso, ovviamente conseguente, in misura proporzionale alle risorse in concreto stanziate.

Il comma 3 dell’art. 20, D.Lgs. n. 28/2010, dispone la comunicazione del Ministero della giustizia, entro il 30 maggio di ogni anno, agli interessati e all’Agenzia delle entrate [84]. Entro detto termine, pertanto, le parti del procedimento di mediazione, conclusosi nel corso dell’anno solare precedente, riceveranno una comunicazione dal Ministero riguardante il credito d’im­posta loro concesso. Il credito sarebbe, inoltre, utilizzabile proprio a decorrere dalla data di ricevimento, da parte dei contribuenti, della comunicazione proveniente dal Ministero. La comunicazione dell’entità del credito spettante ad ogni singolo contribuente è rivolta, altresì, all’Agenzia delle entrate. Riguardo a quest’ultima, in vero, potrebbe sorgere il dubbio con riferimento alla determinazione dell’ufficio dell’Agenzia delle entrate competente per territorio a ricevere la predetta comunicazione. Infatti, presumendo un numero milionario di risoluzioni tramite mediazione [85], non sembra praticabile la tesi di un elenco unico di tutti i soggetti, beneficiari del credito d’imposta, comunicato senza individuazione della sede territoriale dell’Agenzia interessata a conoscere del credito stesso e del suo ammontare. Neppure, in argomento, può soccorrere l’individuazione della sede dell’Agenzia legittimata a riscuotere il pagamento dell’imposta di registro, perché si è visto che questa potrebbe essere indifferente e, comunque, non univocamente deter­minabile in astratto. In conclusione, dunque, l’unica soluzione plausibile sem­bra essere quella di riferirsi alla sede fiscale dei singoli contribuenti. L’elenco nominativo dei beneficiari del credito, con l’indicazione dell’ammontare del medesimo, dovrebbe, di conseguenza, essere inviato dal Ministero presso le diverse sedi territoriali dell’Agenzia, in base al criterio della sede fiscale dei contribuenti.

Per concludere, l’art. 20, comma 4, D.Lgs. n. 28/2010, dispone l’obbligo del contribuente di indicare, a pena di decadenza, l’ammontare del credito d’imposta riconosciutogli nella propria dichiarazione dei redditi. La norma in questione precisa, altresì, come le persone fisiche che non siano imprenditori o esercenti arti e professioni, possano portare il credito in “diminuzione” rispetto all’ammontare dell’imposta sui redditi; viceversa, i soggetti pas­sivi IVA possano effettuare la compensazione direttamente. Il credito in commento, dunque, non può dar luogo a rimborsi, né può essere riportato in un diverso periodo d’imposta, e, pertanto, come osservato, ne deve essere effettuata la compensazione con un debito d’imposta dovuto nell’arco dello stesso anno solare [86]. In caso contrario, il credito si perde, annullandosi, di con­seguenza, l’agevolazione concessa. Con un’ultima, ovvia precisazione, questa disposizione chiarisce anche riguardo all’impossibilità di valutare il credito d’imposta ai fini della determinazione del reddito del soggetto beneficiario, non essendo il credito una effettiva componente attiva del reddito stesso ed avendo il preciso fine di neutralizzare, almeno in parte, le spese di mediazione, incentivando, per tal verso, il ricorso a quest’istituto [87].

Note

[1] V., in generale, BASILAVECCHIA, Agevolazioni, esenzioni ed esclusioni, in Rass. trib., 2002, p. 421 ss.

[2] In ottemperanza all’art. 60, comma 3, lett. o) della legge delega n. 69/2009, laddove ha previsto espressamente per la mediazione forme di agevolazione di carattere fiscale in favore delle parti. Si tratta di un fenomeno non certo nuovo e inquadrabile tra le disposizioni definite “leggi-incentivo”, in quanto volte all’incoraggiamento di determinati comportamenti e/o a determinate scelte. Si veda al riguardo: PREZIOSI, Il condono fiscale, Milano, 1987, p. 56 ss., e per ulteriori esaustivi riferimenti specialmente nota 19). Più in generale, sul tema si veda: BOBBIO, Sulla funzione promozionale del diritto, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1969, p. 1318 ss. Del resto, si tratta di una scelta legislativa non dissimile rispetto a quella alla base di diverse agevolazioni, quali le riduzioni sanzionatorie, concesse ai contribuenti che finalizzino il ricorso agli istituti di prevenzione del contenzioso quali: l’accerta­mento con adesione (D.Lgs. n. 218/1997), la conciliazione giudiziale (art. 48, D.Lgs. 
n. 546/1992), la recentemente introdotta mediazione tributaria (art. 17 bis, D.Lgs. n. 546/ 1992) o la semplice acquiescenza con rinuncia ad adire la giustizia tributaria (art. 16, D.Lgs. n. 472/1997).

[3] Così dispone, infatti, la norma citata, laddove non si limita a contemplare l’obbligo del­l’avvocato, al momento in cui gli è conferito l’incarico, d’informazione dell’assistito riguardo alla possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione, ma espressamente dispone che l’informativa in questione concerna, altresì, le «agevolazioni fiscali di cui agli articoli 17 e 20».

[4] È opportuno osservare che, dunque, il legislatore assegna un valore rilevante all’obiet­tivo in questione e che detto interesse pubblico è considerato talmente meritevole di tutela da potergli sacrificare, almeno in parte, lo stesso interesse fiscale. Questa circostanza acquisisce rilevanza anche nell’esegesi della neo introdotta mediazione tributaria, per effetto dell’art. 17 bis inserito nel corpus del D.Lgs. n. 546/1992 dall’art. 39, comma 9, D.L. n. 98/2011, sulla quale si segnalano rilevanti interventi, a cominciare dall’Agenzia delle Entrate, specie con la “corposa” Circ. 19 marzo 2012, n. 9/E.

[5] In merito, infatti, l’art. 20, comma 1, D.Lgs. n. 28/2010 sancisce, riguardo alle indennità che le parti corrispondono ai mediatori, che alle parti sia concesso un credito d’impo­sta corrispondente. Quest’ultimo è commisurato all’intero importo dell’indennità stessa «fino a concorrenza di euro cinquecento», nelle ipotesi in cui la mediazione vada a buon fine, ma è, comunque, riconosciuto un credito d’imposta, sebbene in misura ridotta, anche riguardo alle ipotesi di insuccesso della mediazione. In particolare, la norma prevede che, in quest’ultimo caso, il credito d’imposta “è ridotto della metà” rispetto alle indennità. Al riguardo ancora nel corso della trattazione a seguire. Tendevano ad incentivare il buon esito della mediazione anche l’art. 8, comma 5, D.Lgs. n. 28/2010 (come modificato dall’art. 2, comma 35 sexies, D.L. n. 138/2011), che, in assenza di “giustificato motivo”, sanzionava la mancata partecipazione al procedimento di mediazione e l’art. 13, D.Lgs. n. 28/2010 che escludeva la ripetizione delle spese sostenute dopo la proposta di mediazione ove la sentenza fosse interamente conforme all’accordo rifiutato. Queste due disposizioni, tuttavia, sono state travolte dalla sent. 6 dicembre 2012, n. 272 con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità, per eccesso di delega, della mediazione obbligatoria, pur non essendo le due disposizioni in esame necessariamente collegate con l’obbligatorietà della mediazione medesima.

[6] Stigmatizza il ridotto impatto delle agevolazioni in questione DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali. La registrazione del verbale di conciliazione e dell’accordo tra le parti, in Boll. trib., n. 4, 2012, p. 245. In merito al rischio elusivo, sul quale peraltro si tornerà, si rinvia a MICCOLIS, I procedimenti in materia commerciale, Padova, 2005, p. 838 ss.

[7] In generale sull’imposta di bollo si vedano: D’AMATI, L’imposta di bollo, Torino, 1962; CAFIERO, Testo unico della legge sul bollo, Milano, 1983; COCO, (voce) Bollo (imposta di), in Enc. giur. Treccani, vol. V, 1988.

[8] Prevista dall’art. 4, comma 1, D.Lgs. n. 28/2010, che dispone sia avanzata istanza all’or­ganismo di mediazione.

[9] In tal senso, espressamente l’art. 11, comma 1, D.Lgs. n. 28/2010, riguardo alle ipotesi in cui l’accordo non sia già stato raggiunto, con la conseguente redazione del processo verbale «al quale è allegato il testo dell’accordo medesimo». È opportuno rammentare che, ai sensi del medesimo comma 1 della disposizione in esame le parti possono avanzare la “concorde richiesta” di formulazione di una proposta di conciliazione, «in qualunque momento del procedimento». Si noti, infine, che ai sensi del comma 2 dello stesso art. 11, ultimo inciso, ai fini della salvaguardia della peculiare riservatezza, che costituisce un’altra caratteristica della mediazione in esame, la proposta, salvo diverso ed espresso accordo delle parti, non dovrà «contenere alcun riferimento alle dichiarazioni rese o alle informazioni acquisite nel corso del procedimento». Riguardo a questa caratteristica, nei limiti del presente approfondimento, si tornerà ancora.

[10] In conseguenza a quanto già rilevato, lo stesso art. 11, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010, prevede, infatti, che la proposta di conciliazione, che deve essere portata a conoscenza delle parti ai fini della loro accettazione, va comunicata, per iscritto, alle parti medesime. Queste ultime, a propria volta, devono far pervenire al mediatore, «per iscritto ed entro sette giorni», la loro accettazione oppure il rifiuto, cui ci si riferisce nella trattazione. Si noti, tuttavia, che tale risposta potrebbe mancare. La norma, infatti, prevede anche l’ipotesi del silenzio, poiché se le parti non comunicano, entro il termine, la loro intenzione la proposta si intende rifiutata.

[11] V. art. 11, comma 1, già citato e art. 12, comma 1, D.Lgs. n. 28/2010.

[12] Il verbale in questione è, anch’esso, previsto dall’art. 11, D.Lgs. n. 28/2010, al comma 4, che ne stabilisce, altresì, il contenuto e la necessaria sottoscrizione delle parti e del mediatore.

[13] V. art. 11, comma 5, D.Lgs. n. 28/2010: «Il processo verbale è depositato presso la segreteria dell’organismo e di esso è rilasciata copia alle parti che lo richiedono». Si rammenta, altresì, che le predette attestazioni, dichiarazioni e scritti acquisiti nel procedimento di mediazione, a norma del medesimo comma 1 dell’art. 10, D.Lgs. n. 28/2010, non possono essere utilizzate in giudizio, salvo il consenso della «parte dichiarante o dalla quale provengono le informazioni». Anche in questo caso a garanzia di una riservatezza che mira a lasciare impregiudicate le diverse e, ovviamente, più aggressive tattiche di difesa giudiziale. Circostanza questa che sembra non potersi riscontrare nella mediazione tributaria, si veda al riguardo BASILAVECCHIA, Instaurazione del giudizio con il ricorso/reclamo, in Boll. trib., n. 19, 2012, p. 1454 ss.; PISTOLESI, Il reclamo e la mediazione nel processo tributario, in Rass. trib., n. 1, 2012, p. 65 ss., in cui si esaminano in particolare le differenze tra mediazione civile e tributaria; SEPIO, La proposta di mediazione da parte del contribuente e i limiti del reclamo, in Corr. trib., n. 11, 2012, p. 770 e nota 7 in specie.

[14] V. CHIESA, Profili fiscali del procedimento di mediazione, in BESSO (a cura di), La mediazione civile e commerciale, Torino, 2010, p. 298 ss.; contra, MENDUTO, Gli aspetti fiscali della mediazione, in SCIANCALEONE-SICA (a cura di), Mediazione e conciliazione. Profili teorico pratici, Torino, 2010, p. 63.

[15] Occorre osservare che, per quanto riguarda i documenti soggetti a imposta di bollo solo in caso d’uso, quest’ultimo non ricorre nell’ipotesi di deposito nel procedimento di mediazione. E, dunque, da questo deposito non sorge l’obbligo d’imposta.

[16] V. art. 11, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010, secondo inciso: «Se con l’accordo le parti concludono uno dei contratti o compiono uno degli atti previsti dall’articolo 2643 del codice civile, per procedere alla trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato».

[17] In senso conforme, si veda DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit., p. 248.

[18] Vedi, se vuoi in argomento L. NICÒTINA, Contributo allo studio dell’arbitrato in materia tributaria, in Quaderni dir., econ. e fin., n. 14, 2008, par. 3.6.b e 3.7, pp. 124-134 e, in particolare, p. 126 e note 364-365 e pp. 133-134. V. art. 19, D.P.R. n. 642/1972.

[19] In questo caso, dunque, a differenza di quanto osservato altrove, allorché si è ritenuto poter onerare gli arbitri irrituali rispetto agli atti non in regola con l’imposta di bollo prodotti nel corso del procedimento arbitrale, la diversità di ruoli, infatti, si evidenzierebbe anche sotto questo profilo non essendo riconducibile il mediatore alla figura del mandatario ad negotia. In riscontro vedi, se vuoi, L. NICÒTINA, opcit., pp. 133-134.

[20] V. art. 35, comma 2, D.P.R. n. 642/1972: «I soggetti indicati nell’art. 19 e tutti coloro che a norma di disposizioni legislative o regolamentari sono obbligati a tenere o a conservare libri, registri, atti o documenti soggetti a bollo sono obbligati ad esibirli ai funzionari ed impiegati di cui al precedente comma ed agli ufficiali ed agenti della polizia tributaria».

[21] In tal senso, si sono già richiamate alcune disposizioni, ma anche l’art. 9, D.Lgs. n. 28/2010 assume rilevanza poiché impone a «chiunque presta la propria opera o il proprio servizio nell’organismo o comunque nell’ambito del procedimento di mediazione» l’ob­bligo della riservatezza, anche nei confronti delle altre parti dello stesso procedimento, riguardo a “dichiarazioni rese” e “informazioni acquisite” nel corso del procedimento di me­diazione.

[22] V. art. 12, decreto n. 180/2010: «A norma dell’articolo 2961, co. 1, del codice civile, è fatto obbligo all’organismo di conservare copia degli atti dei procedimenti trattati per al­meno un triennio dalla data della loro conclusione».

[23] In forza dell’art. 8, comma 1, D.Lgs. n. 28/2010.

[24] V. art. 7, comma 2, lett. b), decreto 18 ottobre 2010, n. 180.

[25] V. art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010.

[26] In senso avverso TISCINI, La mediazione civile e commerciale, Torino, 2011, p. 308. Esprime dubbio al riguardo, invece, MARUCCI, Commento all’art. 17, in BOVE (a cura di), La mediazione per la composizione delle controversie civili e commerciali, Padova, 2011, p. 353.

[27] V. art. 6, comma 1, D.Lgs. n. 28/2010.

[28] Una differente soluzione comporterebbe il rischio di alimentare incertezza nel diritto, con grave nocumento per le parti. Potrebbe accadere, infatti, che, in sede di omologa, questa venga definitivamente negata, nonostante sia, invece, intervenuta l’estinzione del processo in considerazione dell’avvenuta mediazione. Ne discenderebbe l’inaccettabile con­seguenza in base alla quale sarebbe impossibile ottenere, successivamente, l’esecuzione forzata dell’accordo, eventualmente non rispettato (art. 12, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010).

[29] V. art. 3, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010.

[30] V. DONATI, (voce) Bollo (imposta di), in Dig. disc. priv., sez. comm., vol. II, 1987, p. 254 ss.

[31] V. art. 14 disp. prel. c.c. Si tratterebbe, peraltro, di forme di applicazione analogica più che di semplice interpretazione estensiva che, per principio generale, non è applicabile alle disposizioni tributarie che interessino aspetti sostanziali del tributo. Al riguardo, anche recentemente, Suprema Corte di Cassazione, 19 marzo 2009, n. 6627, in banca dati fisconline. In generale sull’interpretazione si vedano: MELIS, L’interpretazione del diritto tributario, Padova, 2003; FERLAZZO NATOLI, La teoria dell’interpretazione nel diritto tributario: spunti introduttivi, in Dir. prat. trib., n. 2, 1996; GIANNINI, L’interpretazione e l’integrazione delle leggi tributarie, in Riv. dir. fin., 1941, I, p. 106 ss.; VANONI, Natura e interpretazione delle leggi tributarie, in Opere Giuridiche, Milano, 1961, I. In senso parzialmente difforme a quanto sostenuto nel testo LA ROSA, Esenzioni e agevolazioni tributarie, in Enc. giur. Treccani, vol. XIII, 1989, sostiene che le norme di esenzione potrebbero, anch’esse, essere fatte oggetto di interpretazioni estensive, comprendendo ipotesi non tassativamente previste, in forza dell’analogia del principio. Quest’aspetto, comunque, non pare potersi riscontare nella fattispecie in esame.

[32] Anzi, in questo caso, considerata la genericità del termine “spesa”, la delimitazione dei “confini” entro i quali è razionale applicare l’esenzione si rivela, forse, ancor più necessaria. In vero, dal complesso delle enunciazioni che formano la disposizione in commento questa demarcazione appare, a mio avviso, sufficientemente comprensibile, sebbene resti poco apprezzabile la totale imprecisione aggravata dalla locuzione di chiusura, riferita a quel “di qualsiasi specie e natura” che davvero risulta troppo vago, laddove si sarebbe potuto specificare meglio il necessario nesso con il procedimento di mediazione.

[33] V. art. 11, comma 5, D.Lgs. n. 28/2010, cit.

[34] V. art. 8, comma 2, Reg. n. 180/2010.

[35] V. art. 13 della L. 22 luglio 1997, n. 276 in materia di controversie devolute alle sezioni stralcio, laddove all’ultimo comma era stabilita l’esenzione dall’imposta di registro del verbale di conciliazione entro il limite del valore di cinquanta milioni di lire; all’art. 696 bis c.p.c., comma 4, per la conciliazione ottenuta nell’ambito della consulenza tecnica preventiva.

[36] Si pensi al testo, ormai abrogato per effetto dell’art. 54, comma 5, L. 18 giugno 2009, n. 69 che disponeva l’agevolazione in materia societaria, vale a dire all’art. 39, comma 2, D.Lgs. n. 5/2003. In questa fattispecie, infatti, si era verificata una dannosa incertezza in merito all’esenzione concessa, non essendo sufficientemente chiaro, al contrario di quel che accade per effetto della disposizione in commento, se l’abbattimento dell’importo fosse concesso fino al valore considerato, in questo caso pari a 25.000 euro, oppure se l’applicazione dell’esenzione si riferisse soltanto agli accordi conciliativi di valore non superiore a 25.000 euro. Al riguardo PREZIOSI, sub art. 39, in Commentario dei processi societari, a cura di Arieta e De Santis, Milano, 2007, pp. 1013-1014.

[37] In generale sull’imposta di registro si vedano: ARNAO, Manuale dell’imposta di registro, Milano, 1999; D’AMATI, La nuova disciplina dell’imposta di registro, Torino, 1989; ID., Introduzione all’imposta del registro, in Dir. prat. trib., 1987, I, p. 15 ss.; UCKMAR-DOMINICI, (voce) Registro (imposta di), in Noviss. Dig. it., App., 1986; SANTAMARIA, (voce) Registro (imposta di), in Enc. dir., vol. XXXIX, 1988; GAFFURI, Il presupposto del tributo di registro e la capacità contributiva, in Giur. it., 1968, c. 987 ss.; BERLIRI, Le leggi di registro, Milano, 1960; SANTORO PASSARELLI, (voce) Atto giuridico, in Enc. dir., vol. IV, 1959; UCKMAR, La legge del registro, Padova, 1958, I, p. 3 ss.

[38] A tal riguardo si veda G. NICOTINA, Riflessioni minime su alcuni aspetti della procedura di mediazione regolata dal d.lgs. n. 28/2010, in Nuova giur. civ. comm., n. 5, 2012, p. 321 ss., specie par. 3.

[39] In tal senso, anche LAURINI, Accordo di conciliazione: regole operative per il notaio autenticante, nota del Presidente del Consiglio nazionale del notariato, 11 ottobre 2011. Per alcuni riferimenti dottrinari si veda DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit., p. 247, nota 23.

[40] Annota, in tal senso DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit., p. 247, che non incide su tale separazione necessaria l’eventualità, prevista dall’art. 11, D.Lgs. n. 28/2010, che l’accordo sia stato raggiunto sulla base della proposta di conciliazione avanzata dal mediatore, poiché, anche in questi casi, l’accordo “resta negozio imputabile alle parti”.

[41] In vero, il comma 1 dell’art. 11, D.Lgs. n. 28/2010, parla di “testo dell’accordo” che viene allegato al verbale e il comma 2, della medesima disposizione, prevede che le parti, in caso di proposta avanzata dal mediatore, gli facciano pervenire l’accettazione o il rifiuto “per iscritto”.

[42] Di fatto, dunque, si avrebbe una registrazione in termine fisso che, tuttavia, corrisponde, in genere, ad un peculiare caso d’uso dell’atto, conseguente alla sua presentazione ai fini dell’omologazione. Si rammenta, infatti, che ai sensi dell’art. 6, D.P.R. n. 131/1986, si ha il caso in questione allorché un atto è depositato nelle cancellerie giudiziarie o presso amministrazioni dello Stato, enti pubblici territoriali e i rispettivi organi di controllo.

[43] V. RICCI, La mediazione civile e le agevolazioni fiscali, in AA.VV., Materiali e commenti sulla mediazione civile e commerciale, a cura di Martino, Bari, 2011, p. 77 ss.

[44] In questo senso, infatti, CHIESA, opcit., p. 300; SARTORI, Risorse, regime tributario e indennità, in CASTAGNOLA-DELFINI (a cura di), La mediazione nelle controversie civili e commerciali. Commentario al decreto legislativo 4 marzo 2010, Padova, n. 28, 2010, p. 259.

[45] V. art. 57, comma 1, T.U. n. 131/1986, laddove dispone, appunto che sono solidalmente responsabili: i pubblici ufficiali che hanno redatto, ricevuto o autenticato l’atto; i soggetti nel cui interesse è richiesta la registrazione; le parti contraenti; «coloro che hanno sottoscritto o avrebbero dovuto sottoscrivere le denunce di cui agli articoli 12 e 19 e coloro che hanno richiesto i provvedimenti di cui agli articoli 633, 796, 800 e 825 del codice di procedura civile».

[46] Ex art. 11, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010, come già rilevato. In senso conforme DI ROCCO, Il procedimento di mediazione. La fase conclusiva, in CASTAGNOLA-DELFINI (a cura di), op. cit., p. 465, nota 8.

[47] Da sempre considerati dalla Cassazione responsabili in solido con le parti in relazione all’imposta in esame. In tal senso si veda SACCHETTO, Profili Fiscali dell’arbitrato, in Dir. prat. trib., 2000, p. 53; Cass., 7 maggio 1975, n. 1671; Cass., 24 gennaio 1981, n. 544.

[48] V. art. 8, comma 1, D.Lgs. n. 28/2010: «All’atto della presentazione della domanda di mediazione, il responsabile dell’organismo designa un mediatore».

[49] In questo senso DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit., p. 248.

[50] Sul tema D’AMATI, La nuova disciplina dell’imposta di registro, cit., pp. 213-214. Riguardo all’asserzione di cui nel testo è opportuno osservare che, come precisa meglio DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit., pp. 246-247, in realtà non è detto che la mediazione possa identificarsi solo in una transazione, poiché ad essa potrebbe assegnarsi, in determinate circostanze, la natura giuridica di un negozio di accertamento oppure di rinuncia, come «di altre fattispecie negoziali, che in tal caso dovranno essere sottoposte al regime tributario di volta in volta specificamente previsto dal D.P.R. n. 131/1986».

[51] V. esaustive considerazioni in DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit., pp. 246-247.

[52] Dovrebbe applicarsi, pertanto, in proporzione all’obbligo di pagamento e, al 3%, ex art. 9, parte I, della Tariffa.

[53] DEL FEDERICO, La mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit., p. 246, approfondisce con estrema chiarezza questa circostanza ed estende il proprio esame anche in merito alla possibile distinzione tra queste forme di mediazione e quelle che identifica in “negozi di accertamento”, alle quali suggerisce, invece, l’applicazione dell’imposta proporzionale, con aliquota dell’1%, ai sensi dell’art. 3, parte I, della Tariffa.

[54] V. art. 11, comma 3, D.Lgs. n. 28/2010.

[55] Si osservi, infatti, che in caso di istanza non congiunta la parte che è chiamata alla mediazione può, aderendo alla stessa, acconsentire alla determinazione di valore oppure contestarla. In quest’ultimo caso, sarà comunque, l’organismo di mediazione a determinare il valore della lite (non necessariamente corrispondente a quello dell’accordo) verificandolo in proprio e in base alle difformi estimazioni delle parti, ex art. 16, comma 8, D.M. n. 180/2010, nel testo in vigore dal 26 agosto 2011, modificato per effetto del decreto 6 luglio 2011, n. 145.

[56] V. TISCINI, opcit., p. 311; CHIESA, opcit., p. 299.

[57] V. art. 16, comma 8, D.M. n. 180/2010, come modificato dal decreto n. 145/2011: «In ogni caso, se all’esito del procedimento di mediazione il valore risulta diverso, l’impor­to dell’indennità è dovuto secondo il corrispondente scaglione di riferimento». A tal fine MENDUTO, Gli aspetti fiscali della mediazione, cit., p. 64, suggerisce l’opportunità che le parti indichino espressamente il valore dell’accordo nel momento in cui lo realizzano.

[58] V. art. 16, comma 11, D.M. n. 180/2010.

[59] Non assumendo alcun rilievo – ex art. 9, comma 2, D.P.R. n. 131/1986 – né la residenza delle parti, né il luogo in cui si è svolta la mediazione, né l’eventuale ubicazione dei beni oggetto della stessa cui si riferisce l’accordo.

[60] Al quale, come si è già detto, non appare riferibile alcuna responsabilità. V. SARTORI, op. loc. ult. cit., p. 259.

[61] Il quale richiede, infatti, che atti pubblici e scritture private autenticate siano registrati presso l’Agenzia dell’Entrate nella cui circoscrizione risiede il pubblico ufficiale obbligato a provvedere alla registrazione medesima.

[62] In virtù delle osservazioni già effettuate in merito all’imposta di bollo e, dunque, fondate sulla circostanza che gli organismi sono tenuti alla collazione degli atti del procedimento e, di conseguenza, un’eventuale controllo della loro regolarità fiscale, può farsi solo presso l’organismo medesimo e, comunque, potrebbero essere considerati mandatari delle parti. Si veda quanto rilevato poc’anzi al par. 2. È opportuno, tuttavia, osservare che, allo stato attuale della normativa, tale forma di responsabilità appare opinabile, poiché, così come osservato riguardo al mediatore, anche l’organismo di mediazione non risulta inquadrabile nelle fattispecie normativamente previste dagli artt. 65 e 66 del T.U. di registro. Osserva in tal senso DEL FEDERICO, In tema di mediazione nelle controversie civili e commerciali: la responsabilità del mediatore e dell’organismo rispetto ai divieti relativi ad atti non registrati, in AA.VV., La mediazione nelle controversie civili e commerciali. Contributo allo studio dei profili civilistici e tributari, a cura di Carota e Verrigni, Padova, 2011, che la normativa in questione «fa riferimento ai soli pubblici ufficiali o impiegati, senza mai coinvolgere in responsabilità di sorta le strutture amministrative e gestionali di riferimento».

[63] Per esempio, riferibile alla circoscrizione in cui ricade la sede dell’organismo di mediazione oppure in cui si è svolto il procedimento, che potrebbe, in vero, svolgersi anche in luogo diverso, rispetto alla sede dell’organismo, per accordo tra parti, mediatore e responsabile dell’organismo stesso. In tal senso, infatti, il combinato disposto degli artt. 8, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010, che individua la sede del procedimento in quella dell’organismo, e 7, comma 1, D.M. n. 180/2010, che consente la deroga, per accordo del luogo medesimo. Al riguardo si veda MARUCCI, opcit., p. 356.

[64] CSM, Delibera del 4 febbraio 2010, punto 11, p. 17.

[65] Totale se, ovviamente, il valore dell’accordo risolutivo della fittizia controversia e, dunque, del trasferimento immobiliare fosse inferiore ai 50.000 euro legislativamente previsti.

[66] In senso conforme CARADONNA-RUSCETTA-GIORGETTI, sub art. 17, in Codice commentato della mediazione, Milano, 2012, p. 302.

[67] Ex art. 9, comma 2, decreto n. 180/2010, che consente all’organismo e al mediatore di rifiutarsi di svolgere la mediazione per giustificato motivo. Si ricordi, tra l’altro, che l’or­ganismo di mediazione “disattento” rischia la cancellazione dall’elenco, prevista dall’art. 19, D.M. n. 180/2010.

[68] In senso pienamente conforme v. IANNACCONE, I profili tecnici del processo verbale: artt. 11 e 12 del D.lgvo 4 marzo 2010 n. 28, in Federnotizia, settembre, 2011, in cui si precisa che «il notaio è chiamato ad intervenire in veste di pubblico ufficiale; quindi il suo intervento sarà pieno, nel senso che dovrà rispettare la normativa notarile, civilistica e tutte le norme che regolano in specie il contratto o l’atto che emerge dall’accordo ... sarà tenuto a fare tutti i preventivi controlli di legge relativi alla identità delle parti, alla loro capacità di agire e di disporre. Dovrà controllare la legalità dell’accordo nella sua totalità ... (e) ... la volontà delle parti».

[69] V. RUVOLO, Le prime applicazioni giurisprudenziali in tema di mediazione, in Corr. giur., n. 3, 2012, p. 344, il quale richiama la sentenza del Tribunale di Modica del 9 dicembre 2011.

[70] V. art. 22, comma 1, D.P.R. n. 131/1986.

[71] V. DEL FEDERICO, In tema di mediazione nelle controversie civili e commerciali, cit. Cui si rinvia per l’esaustiva e chiara analisi dello specifico tema in questione. In particolare, riguardo all’eventuale responsabilità del mediatore e dell’organismo, in questa sede è opportuno osservare che anche l’autorevole dottrina richiamata osserva: «Comunque non è da escludere che prima o poi sopraggiungano interventi legislativi volti ad ampliare la sfera soggettiva degli artt. 10 e 57 e l’ambito applicativo degli artt. 65 e 66, ricomprendendo il mediatore e/o gli organismi di mediazione. Ma, anche de iure condito, ritenere che il mediatore e l’organismo siano estranei all’ambito applicativo degli artt. 10, 57, 65 e 66 del T.U. n. 131/1986 non vuol dire che la mediazione nelle controversie civili e commerciali sia del tutto avulsa dai vincoli pubblicistici in questione».

[72] Art. 17, comma 4, D.Lgs. n. 28/2010. Appare evidente, infatti, che il legislatore abbia inteso istituire e “agevolare” il ricorso alla procedura di conciliazione, così come regolata dal D.Lgs. n. 28/2010, vale a dire “amministrata” dagli organismi di mediazione appositamente istituiti. Le agevolazioni fiscali in esame, pertanto, potranno essere godute, è opportuno rilevarlo, solo riguardo a procedure di mediazione regolarmente introdotte di fronte agli organismi di conciliazione iscritti nel registro ministeriale di cui all’art. 16, D.Lgs. n. 28/2010, formato e gestito dal Ministero della giustizia, di concerto, con il Ministero dello sviluppo economico.

[73] GIANNONE, Agevolazioni fiscali, in PERA-RICCIO (a cura di), Mediazione e conciliazione. Diritto interno, comparato e internazionale, Padova, 2011, p. 178; vedi anche MENDUTO, La lente tributaria ed economica dell’istituto della mediazione. Aspetti fiscali del procedimento, in www.mcmconciliare.com, 2010.

[74] V. Relazione illustrativa di accompagnamento al D.Lgs. n. 28/2010, laddove si specifica che la mediazione, appunto, può essere “facilitativa” o “aggiudicativa” e si evidenzia un favor legislativo per la prima rispetto alla seconda. La mediazione facilitativa è quella in cui al mediatore si assegna, appunto il ruolo «di facilitatore di un accordo amichevole tra le parti». In altri termini, in questa forma di mediazione il mediatore resta in secondo piano stimolando, semplicemente, le parti a trovare l’accordo che risulterà, dunque, fondato sul­l’assetto degli interessi dato dalle parti a prescindere da schemi normativi di valutazione o, appunto, di aggiudicazione. Viceversa, nella c.d. mediazione aggiudicativa o valutativa il mediatore assume un ruolo propositivo nel formulare la proposta di mediazione, mantenendo la propria imparzialità e neutralità. La base di partenza, pertanto, sarà, in questo caso, necessariamente, uno schema di valutazione che fonda su inquadramento normativo. V. MENCHINI, La mediazione civilistica come modello di sistema, in Mediazione tributaria e mediazione civilistica, Convegno Pisa, 15 giugno 2012, con il patrocinio dell’AIPDT e di questa Rivista. L’eventuale ruolo “aggiudicativo” del mediatore è stato vagliato criticamente dal CSM nella Delibera del 4 febbraio 2010, punto 6, p. 13.

[75] In senso conforme riguardo all’utilità, nel senso di cui nella trattazione, del credito d’imposta v. CALIFANO, Sulla pretesa illegittimità costituzionale della c.d. mediazione onerosa obbligatoria, in Quaderni della mediazione, a cura di Vivis, vol. I, 2011, al quale si rinvia ai fini dell’approfondimento del tema specifico. In argomento anche CAPONI, La mediazione obbligatoria a pagamento: profili di costituzionalità, in www.judicium.it, p. 5 ss.

[76] Il rischio, comunque, non sussisterebbe per il modico valore della mediazione e sarebbe minimizzato anche per la possibilità di avvalersi del gratuito patrocinio nel procedimento, ex art. 17, comma 5, D.Lgs. n. 28/2010.

[77] Disposto dall’art. 16, comma 4, lett. b), D.M. n. 180/2010.

[78] V. COVATA-DI ROCCO-MARUCCI-MINELLI-SANTI-TARRICONE, La mediazione per la com­posizione delle controversie civili e commerciali, a cura di Bove, Padova, 2011, pp. 358-359.

[79] V. art. 20, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010.

[80] V. art. 20, comma 4, D.Lgs. n. 28/2010.

[81] La norma in esame, infatti, prevede che dal 2011, entro il 30 aprile di ciascun anno, un decreto del Ministro della Giustizia, determini l’ammontare delle risorse, da far valere sul “Fondo unico della giustizia”, destinate alla copertura delle minori entrate fiscali, a causa della concessione dei crediti d’imposta che si riferiscono alle mediazioni tentate o concluse nell’arco dell’anno solare precedente. Si noti, peraltro, che gravano sul medesimo Fondo anche le altre agevolazioni di cui si è detto, come si evince dai commi 8 e 9 dell’art. 17, D.Lgs. n. 28/2010.

[82] V. art. 60, comma 3, lett. o). Discende da quanto rilevato che la copertura finanziaria delle minori entrate, derivanti dall’attribuzione dei crediti d’imposta, è eseguita dal Ministero della giustizia, annualmente, attraverso il versamento, all’Agenzia delle entrate, dell’importo complessivo dei crediti riconosciuti.

[83] CHIESA, opcit., p. 300.

[84] Vale a dire entro 30 giorni, dal termine del 30 aprile, previsto dal comma 3 dell’art. 20, D.Lgs. n. 28/2010.

[85] I dati disponibili, alla fine di marzo del 2012, riferivano di 91.690 casi di controversie per i quali si è tentata la mediazione, solo riguardo alle fattispecie obbligatorie oggi non più in vigore.

[86] V. art. 17, D.Lgs. 9 luglio 1997, n. 241. Il credito d’imposta, inoltre, non concorre neppure alla determinazione del valore della produzione netta ai fini IRAP e non assume rilievo in rapporto agli artt. 61 e 109, comma 5, TUIR, cioè in merito alla determinazione del reddito d’impresa, ai fini della determinazione della quota deducibile di spese generali. V. al riguardo, Circ. n. 2268/2011 del Ministero delle Finanze, in www.fisconline.it.

[87] Già nel Modello Unico 2011 – Persone Fisiche, a proposito dei redditi 2010, è stata inserita al rigo RN 24, colonna 4, la casella “mediazioni”, da utilizzare, appunto, per indicare l’importo del credito di imposta riconosciuto al contribuente dal Ministero della Giustizia. I soggetti tenuti alla compilazione del Modello Unico Società di Capitali o del Modello Unico Società di Persone, invece, non dovranno indicare il credito in dichiarazione, poiché, come osservato, potranno servirsene, utilizzandolo direttamente in compensazione sul Modello F24.


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