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Il giudice territorialmente competente per i reati tributari

Laura Torzi

In deroga i principi generali previsti dal codice di procedura penale in materia di competenza, il giudice territorialmente competente per i reati tributari è individuato attraverso le regole specifiche previste dall’art. 18, D.Lgs. n. 74/2000, ai sensi del quale la competenza è determinata dal luogo in cui il reato è stato consumato e, in via sussidiaria, dal luogo di accertamento del reato. I commi successivi della norma dettano ulteriori regole specifiche, intese a risolvere i problemi connessi all’individuazione del giudice competente per i reati in materia di dichiarazione ovvero per il reato di emissione – nel corso di un unico periodo d’im­posta – di plurime fatture o documenti per operazioni inesistenti. Il presente lavoro ha lo scopo di analizzare l’applicazione giurisprudenziale della disciplina, prestando particolare attenzione ad aspetti peculiari oggetto di recenti pronunce.

PAROLE CHIAVE: competenza territoriale - locus commissi delicti - luogo di accertamento del reato - domicilio fiscale - reati tributari

Territorial jurisdiction for tax offenses

As an exception to the general principles laid down in the code of criminal procedure on jurisdiction, the judge territorially competent for tax offenses is identified through specific rules provided by Art. 18, Legislative Decree No. 74/2000, which states that the latter shall be determined in the place where the offense was committed and, on a subsidiary basis, in the place where the offense was assessed. The subsequent paragraphs of the abovementioned Article provide further specific rules aimed at solving problems regarding the identification of the Court having jurisdiction for tax return offenses or for the offence of issuing – during a single tax period – multiple invoices or documents concerning non-existing transactions. The purpose of this work is to analyse the established case law on such discipline, with particular attention to the specific aspects treated in the latest decisions.

Keywords: tax offenses, territorial jurisdiction, locus commissi delicti, place where the offense was assessed, tax domicile

1. Considerazioni preliminari

La disciplina della competenza territoriale per i reati tributari è sempre stata caratterizzata da regole diverse da quelle adottate dal codice di procedura penale per la generalità dei reati [1].

Infatti, con riferimento all’individuazione della competenza per territorio dei reati in materia di imposte dirette ed IVA, già l’art. 21 della L. 7 gennaio 1929, n. 4 determinava la competenza per territorio in base all’esclusivo criterio del “luogo di accertamento del reato”, in luogo delle regole generali dettate dal codice di rito [2].

Tale criterio trovava giustificazione nell’essere funzionale alla pregiudiziale tributaria che subordinava l’esercizio dell’azione penale al definitivo accerta­mento tributario e, di conseguenza, determinava l’opportunità che il luogo di accertamento tributario coincidesse con il luogo di accertamento pe­nale.

Il criterio della competenza per territorio del luogo di accertamento del reato è stato successivamente confermato dall’art. 11 della L. 7 agosto 1982, n. 516 nonostante l’abrogazione della pregiudiziale tributaria ad opera della stessa legge [3].

Soprattutto a seguito di tale abrogazione, la disposizione è stata tuttavia al centro di accese critiche dottrinali, sul presupposto che il criterio si prestava, da un lato, all’ubicazione strumentale delle attività accertative al fine di incardinare il procedimento penale presso giudici “scelti” dall’autorità amministrativa e inquirente e, dall’altro, poteva essere causa di un conflitto con il principio del giudice naturale precostituito per leg­ge ex art. 25 Cost., in quanto non consentiva l’individuazione preventiva dell’au­torità giudiziaria territorialmente competente [4].

La riforma del diritto penale tributario attuata con il D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, provvedendo ad un tendenziale coordinamento della disciplina concernente i reati tributari con quella ordinaria [5], ha eliminato la peculiare previsione del criterio unico [6], introducendo contestualmente nuovi criteri volti a determinare la competenza territoriale per i reati tributari.

Infatti, l’art. 18, comma 1, del D.Lgs. n. 74/2000, detta la regola generale ai fini dell’individuazione del giudice competente per territorio per i reati previsti dallo stesso decreto [7] attraverso il rinvio al comma 1 dell’art. 8 c.p.p., ai sensi del quale la competenza per territorio è determinata dal luogo in cui il reato è stato consumato. Solo per le ipotesi in cui la competenza non possa determinarsi sulla base di tale criterio, la medesima disposizione prevede, in via sussidiaria, che la competenza si radichi presso il giudice del luogo di accertamento del reato.

I commi successivi della norma prevedono, invece, ulteriori regole specifiche, intese a risolvere i problemi connessi all’individuazione del giudice competente per i reati in materia di dichiarazione (comma 2), per i quali è previsto il criterio del domicilio fiscale del contribuente, ovvero per il reato di emissione – nel corso di un unico periodo d’imposta – di plurime fatture o documenti per operazioni inesistenti, per il quale la determinazione della competenza dipende dal pubblico ministero che per primo iscrive la notizia di reato (comma 3).

Rispetto a tale contesto, appare opportuno fare il punto sull’applicazione giurisprudenziale della disciplina, prestando particolare attenzione ad aspetti peculiari oggetto di recenti pronunce.

2. Il criterio generale del locus commissi delicti e quello sussidiario del luogo di accertamento del reato

In via generale, l’individuazione della competenza per territorio avviene, dunque, sulla base dell’art. 8, comma 1, c.p.p., il quale prevede per i reati i­stantanei il criterio generale del “luogo in cui il reato è stato consumato”: luogo in cui si è verificato l’evento nei casi di reati “materiali” ovvero si è realizzata la condotta nei casi di reati “formali” [8].

Riguardo ai reati omissivi tale luogo deve necessariamente coincidere con quello in cui l’imputato avrebbe dovuto adempiere all’obbligo previsto dal­l’ordinamento tributario, in passato sicuramente determinabile in modo age­vole [9].

Ovviamente, l’individuazione del locus commissi delicti deve essere sorretta da riscontri certi ed obiettivi e non da presunzioni e congetture prive di sicuri dati di riscontro [10].

Di conseguenza, in assenza di tali elementi idonei a determinare la competenza sulla base del luogo di consumazione del reato deve farsi necessariamente riferimento al criterio sussidiario del luogo di accertamento del reato, nonostante le criticità da tempo evidenziate con riferimento al previgente art. 11 della L. n. 516/1982 [11].

Con riferimento all’individuazione di tale luogo, la giurisprudenza forma­tasi nella vigenza dell’identica formulazione contenuta nella richiamata disposizione, riteneva, in un primo tempo, che esso dovesse essere individuato nel luogo di redazione del processo verbale di constatazione che descriveva e valutava il materiale probatorio, ritenendo a tal fine rilevante la constatazione formale dell’illecito [12].

Successivamente si è consolidato un diverso orientamento, teso ad individuare il luogo di accertamento del reato in senso “sostanziale”, intendendo per tale quello in cui si era proceduto ai primi accertamenti in ordine alla scoperta del reato o, più precisamente, quello in cui era avvenuto lo svolgimento delle indagini e la raccolta delle relative prove [13].

Anche con riferimento alla disciplina vigente la Suprema Corte ha di recente confermato tale ultima impostazione, chiarendo che «ai fini della determinazione della competenza per territorio, nel caso di reato tributario, per luogo di accertamento del reato, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, deve intendersi quello in cui gli ufficiali ed agenti di polizia tributaria hanno proceduto alle opportune indagini in funzione della scoperta del reato nella sua materialità ed alla raccolta delle relative prove» [14].

Tra gli illeciti ricompresi nell’ambito di applicazione del comma 1 [15] vi è, senza dubbio, il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte previsto dall’art. 11 del decreto, con riferimento al quale la Corte di Cassazione, precisato che esso si consuma nel momento e nel luogo in cui viene posto in essere l’atto simulato idoneo ad ostacolare il soddisfacimento della pretesa tributaria [16], ha chiarito come la competenza deve necessariamente essere determinata individuando il luogo ove è stato stipulato l’atto, salva l’applicazione del criterio suppletivo dell’accertamento nei casi (sporadici) in cui esso non sia determinabile ovvero in presenza di una pluralità di atti formati in luoghi diversi.

Con riferimento, invece, ai reati di distruzione o occultamento delle scritture contabili, i giudici di legittimità [17] hanno correttamente evidenziato che, nell’impossibilità d’individuare il luogo di occultamento o sottrazione delle scritture contabili, la competenza territoriale deve essere attribuita al giudice del luogo di accertamento del reato, individuato (nel caso oggetto di pro­nuncia) ove era stato richiesto all’imputato di esibire il registro IVA vendite che questi aveva dichiarato di aver smarrito.

Sebbene ineccepibile, è stato evidenziato come tale conclusione meriterebbe forse di essere approfondita domandandosi se, ricomprendendo la fattispecie nell’ambito di applicazione dell’art. 8, comma 3, c.p.p., in virtù del quale per i reati permanenti risulta competente il giudice «del luogo in cui ha avuto inizio la consumazione», possa assumere qualche rilevanza in concreto il luogo di conservazione delle scritture contabili obbligatorie comunicato all’Amministra­zione finanziaria ex art. 35 del D.P.R. n. 633/1972, sostenendo, almeno laddove si riesca a provare che le scritture siano state asportate con l’intento di sottrarle, che l’occultamento ha “inizio” nel luogo in cui si è dichiarato che le scritture contabili sono tenute [18].

3. Il domicilio fiscale quale criterio d’individuazione della competenza per i reati dichiarativi

La regola generale individuata nel comma 1 dell’art. 18 assume, in realtà, un ambito piuttosto limitato, in quanto per i delitti in materia di dichiarazione, previsti dal Capo I del Titolo II del decreto, il comma 2 della medesima disposizione prevede che il reato si considera commesso nel luogo del domicilio fiscale del contribuente.

Tenuto conto sia della centralità dei reati dichiarativi che della loro maggior frequenza in concreto, si è ritenuto che il criterio del domicilio fiscale verrebbe a profilarsi come il vero principio portante in materia, tale da com­portare un’inversione tra la regola generale e quella in deroga, sollevando sospetti di illegittimità costituzionale della norma per eccesso di delega [19].

In ogni caso, la finalità perseguita con la disposizione risulta ben illustrata dalla relazione governativa di accompagnamento al decreto, in cui si chiarisce che la previsione è finalizzata a risolvere i problemi derivanti dal sistema di trasmissione dei dati in via telematica attraverso soggetti abilitati che, con riguardo al luogo dal quale la trasmissione è effettuata, avrebbe consentito all’autore dell’illecito la facoltà di “scegliersi” il giudice competente incaricando alla trasmissione un soggetto abilitato operante nel luogo ritenuto più conveniente; mentre, con riguardo al luogo fisico di ricezione della dichiarazione, avrebbe portato al paradossale risultato di concentrare la competenza per tutti i reati presso il Tribunale di Roma ossia, stante la gestione centralizzata del materiale informatico, del luogo di ubicazione del server presso cui la dichiarazione giunge in forma elettronica.

A fronte di ciò, si è dunque stabilito che il locus commissi delicti per i reati dichiarativi deve essere identificato con il luogo di domicilio fiscale del contribuente, salva l’applicabilità del criterio suppletivo del luogo dell’accerta­mento laddove il domicilio risulti ubicato all’estero [20].

Com’è noto, il domicilio fiscale è definito dagli artt. 58 e 59 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 in materia d’imposta sui redditi cui rinvia, per quanto concerne l’IVA, l’art. 40 del D.P.R. n. 633/1972, al fine di individuare, in relazione a ciascun contribuente, l’Ufficio competente al controllo amministrativo [21].

La scelta di rinviare all’istituto del domicilio fiscale appare condivisibile soprattutto in ragione della sua oggettività e predeterminazione, astrattamente idonee a garantire il pieno rispetto del principio del giudice naturale anche nelle fattispecie più peculiari. Ovviamente, essendo fissata la competenza nel luogo in cui si trova il domicilio fiscale del contribuente al momento della consumazione del reato non ha alcuna rilevanza l’eventuale successivo (o antecedente) trasferimento del medesimo a seguito della commissione del reato [22].

Tuttavia, con riferimento alla valenza delle richiamate disposizioni nella determinazione del domicilio fiscale rilevante agli effetti della legge processuale penale, la giurisprudenza di legittimità ha recentemente [23] evidenziato come il “tendenziale riferimento” ad esse non deve reputarsi esclusivo, data l’assenza nell’art. 18, comma 2, D.Lgs. n. 74/2000 di un rinvio formale o materiale alle predette disposizioni tale da integrare un «riferimento esterno con funzione normativa» [24].

In altri termini, secondo l’interpretazione accolta dalla Suprema Corte l’individuazione del “domicilio fiscale” rilevante ai fini della determinazione della competenza territoriale non dovrebbe fondarsi esclusivamente sull’ap­plicazione dei criteri previsti dagli artt. 58 e 59 del D.P.R. n. 600/1973, essendo necessario considerare la valenza generale del principio di effettività «che richiede di individuare, nel caso di discrasia tra situazione reale e situazione apparente, il domicilio fiscale della persona giuridica in luogo diverso dalla sede legale stabilita».

La valenza generale di tale principio, pienamente accolto dal diritto civile e processuale civile, dove per sede effettiva si intende il luogo in cui è svolta l’attività amministrativa, di direzione dell’ente e si convocano le assemblee [25], non sarebbe dunque smentita dalla disciplina tributaria e determina che la coincidenza del domicilio fiscale con la sede legale della società costituisce una mera presunzione legale relativa, applicabile salvo che non emergano prove contrarie.

A conforto di tale interpretazione, i giudici di legittimità sottolineano altresì che sarebbe «del tutto contraddittorio ritenere che il legislatore si sia posto il problema di evitare che il contribuente, nella prospettiva di incorrere nella leva penale per i reati in materia di dichiarazione, scegliesse il giudice competente inoltrando la comunicazione telematica da un luogo piuttosto che da un altro», per poi consentire il perseguimento del medesimo scopo permettendogli di ubicare strumentalmente la propria sede legale.

Sebbene apprezzabile in un’ottica di giustizia sostanziale, la soluzione accolta dalla Suprema Corte non pare, tuttavia, pienamente rispettosa della di­sciplina in materia di competenza territoriale per una pluralità di ragioni.

In primo luogo, bisogna ricordare infatti che, come correttamente chiarito anche dalla giurisprudenza di merito [26], nel nostro ordinamento l’art. 59 del D.P.R. n. 600/1973 riconosce solo in capo all’Amministrazione finanziaria il potere discrezionale di determinare autoritativamente il domicilio fiscale in determinati luoghi stabiliti dalla legge ovvero di assegnare al contribuente il domicilio fiscale da lui richiesto, non potendo al riguardo condividersi la conclusione dei giudici di legittimità secondo cui «agli effetti della legge penale sostanziale e processuale, l’accertamento del domicilio fiscale non richiede che l’amministrazione finanziaria abbia attivato il meccanismo di attribuzione ex officio del domicilio fiscale effettivo in sostituzione di quello che il contribuente si sia arbitrariamente assegnato».

In base a quanto previsto dalla medesima disposizione, l’esercizio di tale potere, data l’inderogabilità del domicilio fiscale, deve inoltre necessariamente trovare giustificazione nella finalità di pubblico interesse, sottesa all’istitu­to, di migliorare la funzionalità dell’attività impositiva [27].

Non solo, ma se come rilevato il domicilio fiscale non rappresenta un criterio aggiuntivo (e derogatorio) per stabilire la competenza per territorio ma, al contrario, una modalità per precisare il concetto di luogo di consumazione del delitto, che si è inteso individuare nel luogo di domicilio fiscale del contribuente, la conclusione cui è pervenuta la Suprema Corte appare altresì in contraddizione con l’identificazione del locus commissi delicti per i reati dichiarativi.

Non vi è dubbio, infatti, che se ai fini dell’individuazione del luogo di con­sumazione dei reati dichiarativi si ritiene di far coincidere il luogo di presentazione della dichiarazione (essendo tale il momento in cui l’illecito può ritenersi perfezionato) con l’istituto del domicilio fiscale del contribuente, que­st’ultimo deve necessariamente essere assunto in base alle definizioni pro­prie della normativa tributaria.

L’accoglimento della tesi propria dei giudici di legittimità aprirebbe, inoltre, la strada ad ulteriori problemi pratici.

Ci si deve domandare, infatti, quale sia il giudice territorialmente competente nell’ipotesi in cui la struttura dell’ente preveda, a fronte di un’unica se­de legale (eventualmente ritenuta fittizia), più sedi operative attraverso le quali svolge la propria attività in concreto.

Lo stesso discorso vale, ovviamente, nell’ipotesi di gruppi societari, in riferimento ai quali la Corte di Cassazione ha chiarito di recente che nei giudizi aventi ad oggetto la dichiarazione fraudolenta realizzata attraverso la presentazione di dichiarazione a fronte di un consolidato fiscale, competente a giudicare del reato, ove le società consolidate e consolidante abbiano diversi domicili fiscali, è il giudice del luogo in cui è stata presentata la dichiarazione consolidata [28]. Tale impostazione appare indubbiamente corretta in ragione della circostanza per cui il luogo in cui il reato si è consumato e perfezionato appare certamente quello in cui è stata presentata la dichiarazione consolidata di gruppo, dove sono confluite le varie condotte illecite commesse nelle singole dichiarazioni, sebbene, come è stato opportunamente rilevato [29], i giudici di legittimità siano erroneamente pervenuti a tale conclusione richiamando il generale criterio del locus commissi delicti, in luogo dello specifico (ed esclusivo) criterio del domicilio fiscale previstoper tale reato.

4. La competenza territoriale per il reato di emissione di fatture o altri documenti relativi ad operazioni inesistenti

Anche con riferimento al reato di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti di cui all’art. 8 del decreto, la competenza territoriale è definita, in via generale, dal luogo in cui il reato è stato commesso, individuato dalla Suprema Corte nel luogo in cui sono state emesse le fatture [30].

Come ancora una volta chiarito dalla relazione di accompagnamento al decreto, stante «la particolare strutturazione dell’ipotesi criminosa, nella quale confluiscono più episodi distinti», si è tuttavia reso necessario dettare, al comma 3 dell’art. 18, uno specifico criterio di individuazione del giudice com­petente nel caso in cui i plurimi documenti siano stati emessi in località comprese nelle circoscrizioni di diversi tribunali [31].

Per tali ipotesi il legislatore, al fine di evitare il rischio che la scoperta in fasi successive di singoli episodi avrebbe potuto portare a continue questioni di competenza, ha dunque previsto un autonomo criterio, il quale attribuisce la competenza a quello fra i giudici dei diversi luoghi di emissione dei singoli documenti presso il quale ha sede l’ufficio del pubblico ministero che per primo ha provveduto ad iscrivere la notizia di reato nel registro previsto dall’art. 335 c.p.p. [32]. Tale previsione mutua il criterio suppletivo ordinario previsto dagli artt. 9, comma 3, e 10, comma 2, c.p.p., con l’importante specificazione in base alla quale la com­petenza è attribuita a colui che per primo iscrive la notizia di reato solo in presenza di più Pubblici Ministeri potenzialmente competenti sulla base del principio del luogo di commissione del reato.

Di conseguenza, a differenza del principio suppletivo del luogo di accertamento del reato, quello previsto dal comma 3 dell’art. 18 costituisce un criterio sussidiario che trova applicazione in modo congiunto al principio del locus commissi delicti.

Inoltre, come di recente ribadito anche dalla giurisprudenza di legittimità, l’ambito applicativo di tale criterio è ristretto unicamente all’ipotesi in cui le condotte siano state poste in essere nel corso del medesimo periodo d’im­posta, mentre se l’emissione o il rilascio siano avvenuti nel corso di periodi d’imposta diversi, trovano necessariamente applicazione l’art. 8 c.p.p. o, in subordine, la regola contenuta nel comma 1 dell’art. 18, per effetto del quale è competente il giudice del luogo di accertamento del reato [33].

Allo stesso modo, non vi è dubbio che l’applicazione del criterio della Procura che per prima ha iscritto la notizia di reato presuppone che i diversi luoghi di emissione delle fatture siano conosciuti. In caso contrario, deve ne­cessariamente assumere rilievo il luogo di accertamento del reato, che coincide con quello in cui si è avuto il concreto apprezzamento della documentazione, anche acquisita altrove [34].

5. Cenni alla disciplina della competenza per connessione per i reati tributari

Un particolare tipo di competenza si realizza quando tra più reati, commessi in tempi o luoghi diversi o da soggetti diversi, quindi sottoposti a procedimenti tra loro diversi, sussista una relazione che renda necessario il ricorso al simultaneus processus, al fine di consentire un unico accertamento giudiziale ed evitare il rischio di giudicati tra loro contrastanti.

In caso di “connessione di procedimenti” aventi ad oggetto più reati tributari ovvero reati tributari ed altri reati di diversa natura, in assenza di specifiche disposizioni contenute nel D.Lgs. n. 74/2000, trovano applicazione le regole generali dettate dal codice di rito, che individua puntualmente agli artt. 12-16 i casi in cui può profilarsi tale rapporto di “connessione”.

Ovviamente, l’individuazione del giudice competente per connessione in ordine a più imputati per reati rientranti nella competenza di giudici diversi presuppone che vi siano almeno due procedimenti pendenti, ancorché in fasi o gradi diversi [35], dinanzi a giudici diversi o, al limite, che si possa ancora con­cretamente instaurare presso altro giudice un procedimento per reato connesso. Il verificarsi di tale circostanza produce, dunque, notevoli riflessi oltre che sulla competenza per materia, anche sulla competenza per territorio, che viene a radicarsi, ai sensi dell’art. 16 c.p.p., presso il giudice del luogo in cui è stato commesso il reato più grave e, in caso di pari gravità, presso il giu­dice del luogo in cui è stato commesso il primo reato.

Di conseguenza, nel caso, ad esempio, di connessione tra il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti e il reato di associazione a delinquere ex art. 416 c.p. finalizzato alla commissione di una serie di delitti in materia tributaria, la competenza per entrambi i reati deve essere attribuita al giudice del luogo di consumazione del secondo (reato più grave), in qualche caso individuato dalla Suprema Corte nel luogo di ubicazione dello studio in cui il commercialista svolgeva la propria attività professionale [36].

Tuttavia, proprio in materia di reati tributari, la III sezione della Corte di Cassazione ha di recente rimesso alle Sezioni Unite la soluzione della delicata questione relativa alla configurabilità della connessione teleologica, pre­vista dall’art. 12, lett. c), c.p.p. per le ipotesi in cui si proceda per più reati dei quali alcuni commessi per eseguirne od occultarne altri, in assenza di identità fra gli autori del “reato-fine” e quelli del “reato-mezzo” [37].

Più nello specifico, la Corte, chiamata a valutare la sussistenza di connessione tra il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti ascritto ad un imputato e quello di dichiarazione fraudolenta ascritto ad un diverso sog­getto, fattispecie punite con la medesima pena, si domanda se dare prevalenza al primo (emissione di false fatture) in quanto «logicamente antecedente rispetto all’accertamento del reato di cui all’art. 2».

Non può esservi dubbio, infatti, come rilevano i giudici nell’ordinanza di rimessione, che sul piano oggettivo vi possa essere una connessione teleologica tra la condotta di chi predispone fatture per operazioni inesistenti e la condotta del terzo utilizzatore di tali fatture. Tuttavia, sul piano soggettivo, in questo caso manca l’identità tra gli autori del reato-fine e quelli del reato-mezzo.

Secondo quanto rilevato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione è emerso un contrasto interpretativo tra le diverse sezioni della Suprema Corte.

In particolare, secondo l’orientamento dominante, ai fini della configura­bilità del rapporto di connessione teleologica ex art. 12, lett. c), c.p.p., sarebbe imprescindibile la sussistenza di due condizioni: da un lato, che dei reati per cui si procede gli uni siano stati commessi in esecuzione degli altri e, dall’altro, che vi sia identità soggettiva tra gli autori dei reati legati dal rapporto di connessione.

A sostegno di tale conclusione si adducono essenzialmente due argomenti. Da un lato, si rileva che in caso di eterogeneità degli autori mancherebbe l’unità del processo volitivo, inteso come consapevolezza di commettere il reato mezzo allo scopo di commettere il reato fine, che dell’ipotesi di connessione in esame rappresenterebbe comunque il presupposto logico. Dall’altro, si osserva che l’interesse di un imputato alla trattazione unitaria dei reati connessi dal vincolo teleologico non potrebbe pregiudicare l’in­teresse del coimputato a non essere sottratto al proprio giudice naturale “precostituito per legge”, secondo le ordinarie regole di competenza.

In definitiva, in tal caso ricorrerebbe unicamente un’ipotesi di connessione di natura eventualmente probatoria che non produce lo spostamento di competenza, né per materia né per territorio [38].

Per contro, in altre pronunce della Suprema Corte [39], privilegiando il solo requisito oggettivo del nesso teleologico quale unico criterio necessario ai fini della configurabilità del rapporto di connessione teleologica, si sostiene la conclusione secondo cui non sarebbe necessaria altresì l’identità degli autori del reato-fine e del reato-mezzo.

Nell’adottare tale impostazione si evidenzia, in particolare, la necessità di valorizzare il dato testuale dell’art. 12 c.p.p. che, a partire dalla modifica apportata all’originaria disposizione dal D.L. 20 novembre 1991, n. 367, ha eliminato il precedente riferimento ad un unico imputato o ai medesimi imputati concorrenti e, di conseguenza, non richiede più, almeno a livello testuale, che l’autore del reato-mezzo corrisponda a quello del reato-fine [40].

In altri termini, la norma, disponendo che vi è connessione di procedimenti quando dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o occultare gli altri, individuerebbe un legame di natura meramente oggettiva ossia la relazione tra le diverse condotte di reato, che risultano tra loro legate finalisticamente.

A conforto di tale lettura, si sottolinea altresì come la modifica al testo della disposizione debba ritenersi espressiva di una precisa volontà legislativa, coerente con il generale obiettivo perseguito dal legislatore del tempo di ampliare il perimetro di operatività dell’istituto della connessione rispetto all’impostazione originaria del codice di rito.

A prescindere da considerazioni in merito al fondamento di tali assunti, sembra ragionevole ritenere che gli argomenti a sostegno dell’indirizzo finora adottato dalla giurisprudenza dominante non appaiono idonei, da soli, ad ostacolare l’accoglimento della diversa impostazione fatta propria dall’orien­tamento minoritario.

Infatti, con riferimento all’assenza di unità del processo volitivo, lo stesso orientamento minoritario osserva correttamente come anche in rapporto ai profili sostanziali del diritto penale la configurabilità della connessione teleologica in caso di diversi autori sia stata riconosciuta tanto in sede dottrinale che giurisprudenziale [41].

Con riguardo, invece, alla presunta lesione del principio del giudice naturale, appare significativo sottolineare il passaggio dalla previgente disciplina che individuava la connessione come deroga alla competenza per materia e per territorio [42], reputandola servente alla trattazione unitaria dei processi connessi, a quella attuale che le riconosce il ruolo di criterio autonomo di attribuzione della competenza [43]. In tale ultima prospettiva, la nozione di giudice naturale non può che essere quella risultante dall’applicazione del complesso della disciplina attributiva di competenza, ivi incluse, dunque, le regole dettate in materia di connessione.

Tale ultima considerazione sembra aver ricevuto l’implicito avallo della Corte costituzionale che, chiamata a valutare la legittimità costituzionale del­l’art. 12, lett. c), c.p.p. assunto nel significato attribuitogli dall’indirizzo inter­pretativo minoritario, ha opportunamente evidenziato come le censure riferite all’art. 25 Cost., se ritenute fondate, «imporrebbero a rigore la rimozione dell’intero istituto della connessione di procedimenti» [44].

Note

[1] Il presupposto processuale della competenza rappresenta, come noto, «uno degli stru­menti volti ad assicurare l’astratta imparzialità del giudice attraverso la precostituzione di elementi oggettivi per la determinazione della sua sfera di cognizione» (così Cass. pen., sez. IV, 12 agosto 1996, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1997, p. 638), con esclusione di qualsiasi discrezionalità che potrebbe arrecare una lesione al principio del giudice naturale precostituito per legge sancito dall’art. 25, comma 1, Cost. Dando attuazione a tale fondamentale principio, il codice di procedura penale detta specifiche regole in materia di competenza “per materia” (artt. 5-7), “per territorio” (artt. 8-11 bis) e “per connessione” (artt. 12-16). Sulla problematica avente ad oggetto il concetto di “naturalità” richiamato dall’art. 25 Cost., ossia se lo stesso vada riferito all’organo giudicante o al giudice persona fisica, si veda, tra i tanti, ROMBOLI, Giudice naturale, in Enc. dir., II Agg., 1998, p. 375 ss.; ZACCHÉ, Giudice naturale, in GIARDA-SPANGHER (a cura di), Codice di procedura penale commentato, Milano, 2010, p. 55 ss.

[2] Le disposizioni contenute nel codice di procedura penale, che prevedono in via generale la competenza territoriale nel luogo di consumazione del reato, trovano applicazione salvo che la legislazione speciale non vi deroghi, secondo quanto consentito dall’art. 210 delle norme di coordinamento al codice di procedura penale, ai sensi del quale «continuano a osservarsi le disposizioni di leggi o decreti che regolano la competenza per materia o per territorio in deroga alla disciplina del codice».

[3] Per approfondimenti con riguardo alla disciplina della competenza nell’ambito della L. n. 516/1982, tra i tanti, si v. GIARDA, Una nuova competenza per materia del giudice penale per taluni reati tributari. La tela di Penelope continua, in Corr. trib., 1984, p. 1585 ss.; RUSSO, La competenza del pretore nei reati tributari, in Corr. trib., 1989, p. 601 ss.; NOBILI, La competenza, in AA.VV., Responsabilità e processo penale nei reati tributari, Milano, 1986, 442; MAMBRIANI, I reati tributari, Torino, 1993, p. 163 ss.

[4] Il Tribunale di Pesaro, con ord. 21 giugno 1996 (in Il Fisco, 1997, p. 6633), ha rimesso la questione alla Corte costituzionale, la quale, duramente criticata dalla dottrina, l’ha rigettata ritenendola manifestamente infondata, sebbene motivando unicamente in relazione agli aspetti formali delle argomentazioni, ritenute carenti e contraddittorie (v. Corte cost., 23 dicembre 1997, n. 438, in Il Fisco, 1998, p. 911, con commento critico di CARACCIOLI).

[5] In generale sul tema, per tutti, v. CORSO, Verso la “non specialità” nel diritto penale tributario, in Corr. trib., 1998, p. 1278.

[6] Nella relazione governativa al D.Lgs. n. 74/2000 si precisa, infatti, che, in attuazione del criterio direttivo contenuto nell’art. 9, comma 2, lett. h), della legge delega n. 205/1999, il criterio del luogo di accertamento del reato, fino ad allora vigente, doveva trasformarsi da criterio generale ed esclusivo di determinazione del foro competente a regola sussidiaria destinata ad operare unicamente qualora non potesse trovare applicazione il criterio principale del luogo di commissione del reato. Sul punto v. PUOTI-SIMONELLI, I reati tributari, Padova, 2008, p. 188.

[7] L’ambito di efficacia della deroga ai principi del codice di rito in materia di competenza è esplicitamente delimitato dall’art. 18 ai reati previsti dal “presente decreto”. Per i reati finanziari diversi da quelli disciplinati dal decreto deve ritenersi, invece, rimasto in vigore il già citato art. 21 della L. n. 4/1929, che sancisce il criterio unico del luogo d’accerta­mento del reato.

[8] Come è stato opportunamente rilevato, si tratta di un criterio chiaramente ispirato, oltre che ad evidenti ragioni di opportunità, ad esigenze di natura politico-giuridica, posto che l’esercizio dell’attività giurisdizionale nel medesimo contesto sociale in cui si è realizzato il reato rafforza la ragione dell’ordinamento (in tal senso, per tutti, si v. SIRACUSANO-GALATI-TRANCHINA-ZAPPALÀ, Diritto processuale penale, I, Milano, 2001, p. 84). Mentre nessuna applicazione in materia penale tributaria può configurarsi per il successivo comma 2 dell’art. 8, avente ad oggetto l’ipotesi in cui dal fatto sia derivata la morte di una persona, potrebbe astrattamente ipotizzarsi l’applicazione dei successivi commi 3 e 4 della disposizione, aventi ad oggetto rispettivamente l’ipotesi di reato permanente, per il quale la competenza è determinata dal luogo in cui ha avuto inizio la condotta, e di reato tentato, per il quale assume rilevanza il luogo in cui è stato compiuto l’ultimo atto diretto a commettere il reato medesimo.

[9] A differenza, infatti, di quanto previsto in passato, le attuali modalità di versamento diretto delle imposte disciplinate dall’art. 19 del D.Lgs. n. 241/1997, la cui omissione configura gli illeciti di cui agli artt. 10 bis e 10 ter del D.Lgs. n. 74/2000, prevedono – in luogo del previgente obbligo di versamento all’esattoria nella cui circoscrizione era situato il domicilio fiscale del contribuente – che i versamenti possono eseguirsi presso qualsiasi concessionario, il che rende inevitabilmente indeterminabile il luogo dell’omissione, con la con­seguenza che per i reati omissivi la competenza territoriale è necessariamente determinata dal criterio suppletivo del luogo d’accertamento del reato (sul punto si v. SOANA, I reati tributari, Milano, 2013, p. 308). In tal senso, la Corte di Cassazione, chiamata ad individuare la competenza territoriale per il reato di omesso versamento IVA, ha di recente chiarito che «Nel caso specifico l’omissione si è perfezionata alla scadenza del termine prescritto nel luogo ove avrebbe dovuto eseguirsi l’obbligazione tributaria sotto forma di versamento dell’importo spettante all’Erario, che però, secondo la regolamentazione introdotta dal D.P.R. n. 322 del 1998, art. 3 avrebbe potuto avvenire in via telematica mediante intermediari appositamente incaricati, oppure presso qualsiasi concessionario operante sul territorio nazionale, stante l’avvenuta eliminazione dell’obbligo di effettuare il versamento all’esattoria nella cui circoscrizione il contribuente ha il domicilio fiscale. Tali rilievi impediscono di individuare con certezza il luogo di consumazione del reato, per cui va applicato il criterio sussidiario di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 18, comma 1, prevalente per la sua natura speciale rispetto alle regole generali dell’art. 9 c.p.p.» (così Cass. pen., sez. I, 23 ottobre 2014, n. 44274).

[10] V., tra le tante, Cass. pen., sez. VI, 6 novembre 1991, in Mass. Cass. pen., 1992, p. 59; Cass. pen., sez. I, 27 marzo 1992, in Mass. Cass. pen., 1992, p. 11.

[11] Come chiarito anche nella relazione di accompagnamento al decreto, individuando il luogo d’accertamento del reato quale unico criterio suppletivo di determinazione della competenza territoriale, la disposizione dovrebbe escludere l’applicabilità agli illeciti tributari degli ordinari criteri integrativi previsti dall’art. 9 del codice di rito. Sul punto si veda MUSCO-ARDITO, Diritto penale tributario, Bologna, 2013, p. 349.

[12] In tal senso, per tutte, si veda Cass. pen., sez. I, 10 giugno 1980, in Riv. pen., 1981, p. 111.

[13] Tra le tante, v. Cass. pen., sez. I, 27 maggio 1986, n. 1179; Cass. pen., sez. III, 14 novembre 1995, n. 12798; Cass. pen., sez. III, 17 marzo 1998, n. 1020; Cass. pen., 8 maggio 1985, in Cass. pen., 1986, p. 1657; Cass. pen., 29 aprile 1985, ivi, 1986, 1959; Cass. pen., 25 maggio 1987, in Rep. pen., 1988, p. 623; Cass. pen., sez. I, 17 giugno 2003, in Cass. pen., 2004, p. 2512; Cass. pen., sez. I, 8 febbraio 1988, in Gius. pen., 1989, III, p. 677. Nell’ipote­si in cui le indagini si siano svolte in località diverse, assumerebbe rilevanza il luogo in cui si è entrati «per la prima volta in contatto diretto con la materialità dell’infrazione, in una sua qualunque manifestazione tangibile» (così Cass. pen., sez. III, 27 maggio 1991, n. 1323).

[14] Così Cass. pen., sez. III, 19 maggio 2014, n. 20505.

[15] L’ambito applicativo del comma 1, nonostante abbia la portata di regola generale, risulta fortemente limitato dall’incidenza assunta dai criteri di cui ai commi successivi. La disposizione generale trova, infatti, diretta applicazione unicamente per i reati previsti dal Capo II del Titolo II del decreto, quali: l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 8); l’occultamento e distruzione di documenti contabili (art. 10); l’omesso versamento di ritenute certificate (art. 10 bis); l’omesso versamento IVA (art. 10 ter); l’indebita compensazione (art. 10 quater); la sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte (art. 11).

[16] In applicazione di tale criterio, la Corte di Cassazione ha individuato la competenza del giudice del luogo di costituzione del fondo patrimoniale (v. Cass. pen., sez. III, 5 maggio 2011, n. 23986).

[17] In tal senso si sono espresse Cass. pen., sez. III, 6 febbraio 2008, n. 5791, in Corr. trib., 2008, p. 1709; Cass. pen., sez. I, 24 giugno 2013, n. 27696. Viceversa, nei casi in cui si riesca a dimostrare il luogo della distruzione, dovrebbe necessariamente applicarsi il criterio principale, per evidenza del presupposto.

[18] In tal senso v. GULLO, La competenza per territorio nei reati tributari, in Il Fisco, n. 1, 2011, p. 884, il quale correttamente evidenzia tuttavia la difficoltà nell’applicazione pratica di tale ricostruzione fatta salva l’ipotesi in cui sussistano «peculiari elementi per sostenere che le scritture siano state asportate con l’intento di sottrarle».

[19] Nel tentativo di superare i dubbi di legittimità costituzionale della norma sotto il profilo dell’eccesso di delega (su cui si v. LO MONTE, Prime osservazioni sul progetto di decreto legislativo ai sensi dell’art. 9 l. 205/1999 di riforma dei reati tributari, in Rass. trib., 2000, p. 156 ss.), è stato osservato che il comma 2 costituisce un semplice intervento di “adattamento” e di “chiarificazione” del locus commissi delicti in rapporto alla specificità dei reati dichiarativi (in tal senso v. NAPOLEONI, I fondamenti del nuovo diritto penale tributario, Milano, 2000, p. 259 ss.; VARRASO, Commento all’art. 18, in AA.VV., Diritto e procedura penale tributaria, Padova, 2001, p. 460 ss.).

[20] Dalla previsione contenuta nel comma 2 dell’art. 18 relativa al domicilio fiscale ubicato all’estero dovrebbe derivare che ai fini penali assumono rilievo unicamente le disposizioni che determinano il domicilio fiscale dei soggetti residenti nel territorio dello Stato. In caso contrario, dovrebbe concludersi che, per come formulata, la norma può trovare applicazione unicamente in materia di IVA, posto che in materia di imposte dirette l’art. 58 detta le regole affinché si individui, anche in relazione ai soggetti non residenti, sempre un Comune dello Stato ove ubicare il domicilio fiscale (per approfondimenti in relazione a tale aspetto, si v. NAPOLEONI, opcit., p. 260).

[21] In particolare, per i soggetti residenti il domicilio fiscale è individuato dall’art. 58 del D.P.R. n. 600/1973: a) per le persone fisiche, nel comune nella cui anagrafe sono iscritte; b) per i soggetti diversi dalle persone fisiche, nel comune in cui si trova la sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa; se anche questa manchi, nel comune ove è stabilita una sede secondaria o una stabile organizzazione e, in mancanza, nel comune in cui esercitano prevalentemente la loro attività.

[22] V. Cass. pen., sez. III, 11 novembre 2010, n. 42462, in Giust. pen., 2011, II, p. 403; Cass. pen., sez. VI, 18 febbraio 2009, n. 13098. Tale ultima impostazione non appare, tuttavia, idonea a superare le difficoltà connesse all’individuazione del domicilio fiscale in relazione alla particolare ipotesi in cui il contribuente vari il domicilio fiscale nell’intervallo temporale che intercorre tra la chiusura del periodo d’imposta ed il momento di presentazione della dichiarazione fiscale. Appare evidente, infatti, che laddove si considerasse rilevante ai fini penali l’ultimo domicilio fiscale, sussistente al momento consumativo del reato, si consentirebbe al contribuente di ubicare strumentalmente il proprio domicilio fiscale.

[23] V. Cass. pen., sez. III, 19 maggio 2014, n. 20504. in Il Fisco, n. 1, 2014, p. 2402, con la quale è stato sostenuto che nell’ipotesi in cui la sede legale sia diversa da quella di effettivo svolgimento dell’attività amministrativa e di direzione dell’ente, ad assumere rilevanza è quest’ultima, essendo la sede «il luogo in cui l’ente ha il centro principale della sua attività e tale luogo – indicato nell’atto costitutivo, nello statuto e riportato nel Registro delle imprese – può essere diverso da quello in cui convenzionalmente è stata stabilita la sede legale, per cui in tal caso rimane solo il dato formale dell’indicazione ‘legale’ della sede ma questa è, secondo il principio di effettività, altrove».

[24] Sul punto i giudici di legittimità osservano che quando la legge penale o processuale penale richiama termini o istituti che traggono origine da altri rami del diritto, senza ricorrere alla tecnica del rinvio, il significato dei termini non va desunto esclusivamente dall’or­dinamento richiamato ma deve necessariamente essere «attribuito tenendo conto delle esigenze proprie dell’ordinamento richiamante».

[25] Come chiarito nella pronuncia, non vi è dubbio, infatti, che il principio per cui, in caso di divergenza tra la sede legale e la sede effettiva, i terzi possono considerare come sede della persona giuridica anche quest’ultima, abbia valenza generale (tra le più recenti, si veda Cass., sez. I, 28 gennaio 2014, n. 1813).

[26] V. Trib. Viterbo, 5 ottobre 2006, in Riv. dir. trib., 2007, III, p. 10, con nota adesiva di CARTONI, Reati tributari e competenza territoriale: il domicilio fiscale prevale sulla (presunta) sede effettiva, secondo cui, al contrario, non dovrebbe assumere alcuna rilevanza la sede am­ministrativa o operativa del contribuente.

[27] Di conseguenza, per quanto riguarda l’ipotesi di deroga al domicilio fiscale per i soggetti diversi dalle persone fisiche, l’unico caso in cui l’Amministrazione finanziaria ha potere di intervento è quello in cui l’ente abbia sia la sede legale che quella amministrativa in Italia, ma in Comuni diversi, e da ciò derivi un ostacolo all’attività di accertamento, il cui superamento consente di prendere a riferimento il Comune in cui l’ente ha stabilito la propria sede amministrativa. Con riferimento alle persone fisiche, invece, l’Amministrazio­ne finanziaria ha la possibilità di stabilire il domicilio fiscale nel luogo in cui il contribuente svolge in modo continuativo la sua principale attività.

[28] V. Cass. pen., sez. I, 10 ottobre 2013, n. 43899, in Rass. trib., 2014, p. 185, con nota di DI SIENA, Il consolidato fiscale ed il giudice territorialmente competente per i reati dichiarativi: una conclusione condivisibile basata su argomentazioni incerte.

[29] Si v. DI SIENA, opcit., p. 188.

[30] V. Cass. pen., sez. III, 12 ottobre 2005, n. 36968, in Riv. guar. fin., 2005, p. 2165, la quale ha precisato che, essendo il luogo del rilascio difficilmente determinabile, per l’individua­zione del giudice competente deve necessariamente farsi riferimento al luogo in cui sono state emesse le fatture a prescindere dal luogo della relativa consegna alla parte.

[31] Al riguardo, la relazione governativa di accompagnamento al decreto chiarisce che non si è ritenuta adottabile la scelta di privilegiare il luogo di emissione del maggior numero di documenti ovvero dei documenti di maggiore importo in quanto tale soluzione avrebbe, inevitabilmente, alimentato e trascinato nel tempo le questioni di competenza, specie nel caso di scoperta in momenti successivi delle false fatturazioni. In senso conforme, anche la giurisprudenza ha sottolineato come tale previsione è chiaramente volta ad evitare che si possa avere l’indicazione “a pioggia” di diversi giudici competenti in relazione ai differenti luoghi di emissione delle fatture relative al medesimo periodo d’impo­sta (v. Cass. pen., sez. III, 1° giugno 2001, n. 28341, in Dir. prat. trib., 2002, II, p. 1075).

[32] Anche con riferimento a tale previsione si è posto un problema di legittimità costituzionale per eccesso di delega in quanto il criterio non era indicato nella legge delega tra le regole di radicamento della competenza. Per approfondimenti sul punto, tra gli altri, si veda MUSCO, Profili di costituzionalità del nuovo diritto penale tributario, in Il Fisco, 2001, p. 4771 ss.

[33] In tal senso, si veda Cass. pen., sez. III, 19 febbraio 2014, n. 20505. Per tale ipotesi sarebbe al più prevedibile la contestazione della “continuazione” exart. 81 c.p.p. ovvero l’ap­plicazione dell’istituto della connessione, potendosi trattare di più reati commessi in attuazione del medesimo disegno criminoso (infra, par. 5).

[34] V. Cass. pen., 16 ottobre 2014, n. 43320, in Corr. trib., 2014, p. 3501, con nota di CORSO, Misure cautelari reali contro l’ente “schermo” dell’autore di reati tributari.

[35] È pressoché pacifica, in dottrina e in giurisprudenza, l’opinione secondo cui la competenza per connessione prescinda dalla circostanza che i procedimenti si trovino nel medesimo stato e grado (v., per tutti, RICCIARELLI, L’esercizio della funzione giurisdizionale: dalla competenza al riparto di attribuzioni, in Trattato di procedura penale, diretto da Spangher, I-1, Torino, 2008, p. 88 ss. In giurisprudenza si veda Cass. pen., sez. un., 28 febbraio 2013, n. 25939). La disciplina incontra, tuttavia, un limite al suo operare nella previsione di un tempo certo entro il quale possa avvenire lo spostamento del procedimento per ragioni di connessione, coincidente, in base a quanto disposto dagli artt. 21 e 491 c.p.p., con l’apertura del dibattimento.

[36] I giudici di legittimità, con la sent. 9 giugno 2011, n. 29899 ricordando che la costituzione di un’associazione per delinquere non si verifica nel momento in cui avviene l’ac­cordo, ma in quello della costituzione di un’organizzazione permanente frutto dell’accor­do stesso (in tal senso v. Cass. pen., sez. I, 10 dicembre 1997, n. 6933, in Giust. pen., 1999, III, p. 117), hanno chiarito che, al fine di radicare la competenza per il reato di associazione per delinquere finalizzato alla commissione di una serie di reati tributari non è sufficiente riferirsi al luogo in cui si è concluso l’accordo criminoso, ma occorre attribuire rilevanza al luogo in cui si svolge l’attività organizzativa e decisionale dell’associazione ovvero al luogo di prima esternazione del sodalizio criminoso, non potendo assumere alcuna rilevanza il luogo di consumazione dei singoli reati. Sul punto, i giudici di legittimità evidenziano che per giurisprudenza costante la competenza territoriale a conoscere di un reato associativo deve radicarsi, infatti, nel luogo in cui la struttura dell’associazione criminale diventa concretamente operante e, solo nell’ipotesi in cui non sia possibile individuare il luogo di costituzione del vincolo associativo né il luogo di commissione dei reati programmati, la competenza territoriale si radica in applicazione del criterio sussidiario e presuntivo del luogo in cui fu compiuto il primo atto del procedimento (ex pluribus, Cass. pen., sez. IV, 7 giugno 2005, n. 35229, in Riv. pen., 2006, p. 839; Cass. pen., sez. III, 19 giugno 2012, n. 38743). Nel caso oggetto di pronuncia, tale luogo è stato individuato nel Comune in cui aveva lo studio e svolgeva la propria attività professionale il commercialista coinvolto nell’associazione, in cui risultava detenuta la documentazione fiscale degli associati e venivano gestite le diverse operazioni ritenute illecite.

[37] V. Cass. pen., sez. III, 1° aprile 2014, n. 14967.

[38] Tra le numerose pronunce che seguono tale orientamento, si veda Cass. pen., sez. III, 29 febbraio 2012; Cass. pen., sez. I, 27 luglio 2008; Cass. pen., sez. I, 20 aprile 2004; Cass. pen., sez. I, 2 dicembre 1998; Cass. pen., sez. I, 25 gennaio 1997, in Cass. pen., n. 512,1998, p. 259. Cass. pen., sez. I, 12 marzo 2003; Cass. pen., sez. I, 23 ottobre 2002; Cass. pen., sez. VI, 13 marzo 1997; Cass. pen., sez. I, 4 dicembre 1996; Cass. pen., sez. III, 5 marzo 2012, n. 8552; Cass. Pen, sez. I, 17 aprile 1998, n. 1783, in Giust. pen., 1999, III, p. 231; Cass. pen., 7 marzo 2000, n. 2731.

[39] In tal senso v. Cass. pen., sez. III, 16 gennaio 2013, n. 12838; Cass. pen., sez. VI, 23 settembre 2010, n. 37014; Cass. pen., sez. V, 13 giugno 1998, n. 10041, in Giust. pen., 1999, II, p. 218.

[40] Nell’attuale formulazione la norma stabilisce, infatti, che vi è connessione «se dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o per occultare gli altri», e, a differenza, dunque, di quanto avviene per le ipotesi di concorso formale e di continuazione fra reati, riguardo alle quali la lett. b) dello stesso art. 12, comma 1, c.p.p. – anche dopo la modifica operata dal citato D.L. n. 367/1991 – continua a fare uso della previgente espressione “se una persona”. È bene evidenziare come la variazione lessicale operata nel 1991 è stata mantenuta ferma dalla riforma apportata, anche con riguardo all’istituto della connessione, con la L. 1° marzo 2001, n. 63 che non ha, appunto, ripristinato l’originaria formulazione della norma, evocativa dell’esigenza che i reati fossero realizzati dalla stessa persona.

[41] Si fa riferimento alla specifica circostanza aggravante cosiddetta del “nesso teleologico” prevista dall’art. 61, comma 1, n. 2, c. p., il cui testo appare sovrapponibile alla previsione in materia di connessione, con riferimento alla quale è sempre stata sostenuta la “natura oggettiva” della relazione, non richiedendo che gli autori dei due reati siano i medesimi (v. Cass. pen., sez. V, 16 aprile 1984, n. 3479).

[42] Per tutti, si v. PAGLIARO, Presupposti della connessione, in AA.VV., Connessione di procedimenti e conflitti di competenza, Milano, 1976, p. 28.

[43] In tal senso, tra gli altri, si veda CORDERO, Procedura penale, Milano, 2012, p. 147; SPANGHER, Soggetti, in CONSO-GREVI (a cura di), Profili del nuovo codice di procedura penale, Padova, 1986, p. 16; ZAGREBELSKY, Commento all’art. 12, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da Chiavario, I, Torino, 1989, p. 116.

[44] Investita della questione, la Corte cost., con sent. 14 febbraio 2013, n. 21 l’ha ritenuta inammissibile, rilevando correttamente come la stessa non mirasse realmente a risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, ma fosse piuttosto configurabile come un improprio tentativo di ottenere un avallo a favore dell’impostazione accolta dalla giurisprudenza minoritaria.